giovedì 27 marzo 2008

Novecento

“Una volta chiesi a Novecento a cosa diavolo pensava, mentre suonava, e cosa guardava, sempre fisso davanti a sé, e insomma dove finiva, con la testa, mentre le mani gli andavano avanti e indietro sui tasti. E lui mi disse: "Oggi son finito in un paese bellissimo, le donne avevano i capelli profumati, c'era luce dappertutto ed era pieno di tigri".
Viaggiava, lui.
E ogni volta finiva in un posto diverso: nel cen­tro di Londra, su un treno in mezzo alla campagna, su una montagna così alta che la neve ti arrivava alla pancia, nella chiesa più grande del mondo, a conta­re le colonne e guardare in faccia i crocefissi. Viaggiava. Era difficile capire cosa mai potesse saperne lui di chiese, e di neve, e di tigri e... voglio dire, non c'era mai sceso, da quella nave, proprio mai, non era una palla, era tutto vero. Mai sceso. Eppure, era come se le avesse viste, tutte quelle cose. Novecento era uno che se tu gli dicevi "Una volta son stato a Parigi" , lui ti chiedeva se avevi visto i giardini tal dei tali, e se avevi mangiato in quel dato posto, sapeva tutto, ti diceva" Quello che a me piace, laggiù, è aspettare il tramonto andando avanti e indietro sul Pont Neuf, e quando passano le chiatte, fermarmi e guardarle da sopra, e salutare con la mano".
"Novecento, ci sei mai stato a Parigi, tu?"
“No”(…)
Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esat­tezza che odore c’è in Bertham Street, d'estate,quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c'è mai stato. Negli oc­chi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quel­l'aria, l'aveva respirata davvero.. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non l'aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l'anima.
In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti,sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia... Tutta scritta, addosso. Lui leg­geva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordi­nava... Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo in­tero, da un capo all' altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa. Ci viaggiava sopra da dio, poi, mentre le dita gli scivolavano sui tasti, accarezzandole curve di un ragtime.”

Alessandro Baricco

5 commenti:

Silvia ha detto...

Foto di: Erich Hartmann
USA. Santa Monica, California. 1979. Shadows on sea and sand.

beatrice ha detto...

S P L E N D I D O

Silvia ha detto...

=D

L@dy Cocc@ ha detto...

in principio lessi il libro x scuola, e me ne innamorai..
poi andai a vedere lo spettacolo teatrale, e me ne innamorai x la seconda volta..
e infine vidi il film, e me ne innamorai x la terza volta.. :)

Silvia ha detto...

@lady cocca: é proprio impossibile non innamorarsene...
ciao! =)