giovedì 31 dicembre 2009

Il mio secolo non mi fa paura


Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet

Buon anno miei cari...

martedì 8 dicembre 2009

La menzogna come collante sociale


Camminando per le strade di Napoli da ogni angolo sbucano immagini di bare animate, polli volanti, pulcini giganti, cervelli che piovono dal cielo con il paracadute...

No, non preoccupatevi, non sto delirando voglio soltanto parlarvi di Cyop e Kaf, molti di voi probabilmente non avranno mai sentito parlare di loro. Sono due misteriosi writers e streetartists, anche se non amano essere definiti tali (si arrabbiano per qualunque etichetta!) che con i loro graffiti fanno una pungente critica alla società locale e non solo a quella. In un 'intervista per un giornale locale lo stesso Cyop afferma: "Non faccio il writing, il writing è un'altra cosa. I writers sono quelli che scrivono il proprio nome sul muro. Io faccio l'agitatore culturale." Nel 2007 i due artisti circondano di graffiti ed installazioni il museo M.A.D.R.E. (Museo d'Arte Contemporanea Donna Regina) in segno di protesta poichè colmo di opere d’arte straniere (Hirst, Kounellis o Gormley ed altri) mentre a loro, artisti della città, non viene dato alcuno spazio: "gli spazi per fare arte a Napoli non te li da nessuno, soprattutto se lanci messaggi spiacevoli alle istituzioni". Come ulteriore segno di opposizione chiamano M.E.R.D.A. (Museo Aperto della Rivolta Est-etica) il loro personale museo d'arte, anagrammando anarchicamente il nome dell’oggetto delle proprie critiche. Questo è un articolo del Corriere del Mezzogiorno sulla disputa.

Il 13 Novembre c'è stata a Napoli la loro ultima mostra "Permesso di soggiorno" all'Operagallery di via Bellini. Quella del 6 Giugno (Cemento - la menzogna come collante sociale) invece si è tenuta a Quarto (Na) all'ex macello, ex centro sociale ed ora neodiscarica...

Tutto è partito da un luogo che conoscevamo bene. Lì vicino c’era l’unico centro sociale della zona, un macello comunale che dopo aver macellato una bella fetta di denaro pubblico era diventato ex ancor prima di avere prodotto una sola bistecca. Il centro sociale ha continuato le sue attività per un paio d’anni, poi, caso singolare ma tipico dei giorni nostri, non è stato sgombrato dalla polizia, è più semplicemente imploso. Ora è stato trasformato in un sito di raccolta dei rifiuti ingombranti attorno al quale gravitano decine di microdiscariche abusive.
Siamo a Quarto, Napoli. Più di cinquantamila abitanti. Lo scenario è quello tipico della maggior parte dell’hinterland: case alte non più di tre quattro piani e solo da poco trasformate, grazie alle leggine di Berlusconi I e II in – udite udite – sottotetti termici, sottospecie di baite di montagna, tanto che scherzando qualcuno oggi la chiama Quarto d’Ampezzo. E poi cos’altro: ferrovia e droga per evadere, negozi di abbigliamento, parrucchieri, bar, centri scommesse, e due centri commerciali. Il primo, Le Campane, a riguardarlo dopo aver visto quello nuovo l’Ipercoop – vero orgoglio della città – sembra una vecchia salumeria dell’angolo. Ora, dovete sapere che per far arrivare la gente all’Ipercoop si dovevano costruire strade nuove. È chiaro, è giusto. Altrimenti i fondi europei a che servono? Già c’era un raccordo con la tangenziale che portava direttamente a Quarto senza passare per l’uscita di Pozzuoli-via Campana che l’ozono solo sa quanto traffico creava, ma per tutti gli anni Ottanta e Novanta è rimasto chiuso. Era completato, noi ci andavamo a giocare a pallone. Il campo poteva essere lungo quanto si voleva ed era bellissimo stendersi sulla strada deserta o guardare dall’alto dei suoi piloni. Era lì, bello e pronto e non veniva aperto. Perché offrire un servizio se nessuno ci guadagna niente? Qualche anno dopo la sua inaugurazione ci hanno piazzato accanto il centro commerciale. Questo fatto a noi sembra quel che si chiama Pianificazione. Chi dice che non se ne faccia a queste latitudini? E si pianifica solo se si ha un’idea di sviluppo. Alla base di quest’idea c’è l’assioma principe della modernità: Più tutto uguale Più felicità. A noi quest’equazione, farebbe solo sorridere se non ne avessimo ogni giorno sotto gli occhi le tragiche conseguenze e se non vedessimo l’adesione quasi totale delle persone a questo modello di sviluppo. Così, andando a dipingere sotto le fondamenta di questo simbolo delirante, ci chiedevamo: cosa tiene ancora unita la società socialconsumisticocapitalista? Soprattutto alla luce del disastro dei rifiuti che ne riassumeva la follia. Non ne siamo sicuri, ma ci è venuto in mente la menzogna. Si narra che tempo fa avessero le gambe corte. Ma oggi? Le bugie sono dei pilastri, e in quanto tali fatte di poderose colate di cemento. Ciò che viene compattato da questa gettata è, dunque, un’umanità frammentata e prossima all’evaporazione. Uomini-goccia, mare disperso scientificamente che sopravvive facendo finta. Finta di che? Di credere. Alle notizie, ai mass-media, alle celebrazioni auto narranti dei social network, alle statistiche, ai numeri, a Dio. Non che giornali, tv, internet non dicano la verità. Diciamo solo che è grattugiata, sparsa qua e là, e si fa fatica a isolarla dal resto, così, nel caso dei cinici (o disincantati) si finisce col non credere più a nulla (tutte cazzate), e nel caso degli ingenui (o gli indifesi) col credere a tutto (l’ha detto la tv). Quello che ci inquieta non è la bugia in sè, che – detto tra noi – può essere divertente e talvolta anche utile, “…dicci chi era che lo condanniamo a morte / e che ne so chi l’ha visto…”, ma l’indistinto nel quale queste bugie si vanno a inserire. L’adesione acritica a questo mentire generalizzato scambiato per il vero. La bugia non come altro piatto della bilancia, ma come misura che rende irrilevante il peso di ogni altra visione del mondo. Ritornando a noi, vi invitiamo a venire a vedere, ancora meglio, a sentire, il lavoro che abbiamo realizzato negli ultimi tre anni in quel luogo, con il prezioso contributo di alcuni dei nostri più cari amici. Anche dipingere è finzione certo, ma come ha scritto qualcuno: “Solo la poesia non vive che di finzione. È una menzogna continua che ha tutti i caratteri della verità. Non esistono inganni, né fraintendimenti: affrontare un testo, un’opera d’arte, un film, significa accettare di credere all’esistenza di realtà inesistenti, accettare di cortocircuitare i campi semantici delle proprie parole, accettare di discutere i propri pregiudizi”. La nostra finzione è anche un invito a non aderire alla nuova ideologia interplanetaria che si diffonde inesorabile al grido di: Bugie di tutto il mondo, uniteci!

(comunicato stampa di Cyop&Kaf reperibile sul loro sito).

mercoledì 2 dicembre 2009

La (ri)generazione cyber


Dopo una giornata di studio "matto e disperato" finalmente mi concedo un pò di relax e passo a salutarvi...

Ho letto sul numero di Loop del mese scorso un articolo che ho trovato particolarmente interessante, ve lo riporto così potrete dirmi cosa ne pensate. La rivista mi è piaciuta, è stata una bella sorpresa. Tra i tanti vi scrive Franco Berardi (Bifo), del quale ultimamente ho letto anche Mutazione e cyberpunk, Immaginario e tecnologia degli scenari di fine millennio, sempre per l'esame di sociologia delle comunicazioni, ma anche Massimo Carlotto ed i Wu Ming!

Sto scrivendo una tesina per l'esame sulla netwar zapatista e la rete di solidarietà internazionale, nonchè su Internet come luogo di sperimentazione politica internazionale.
Se sarò soddisfatta del risultato magari dopo l'esame ve la farò leggere! Speriamo bene!
Intanto vi auguro una buona lettura per l'articolo di Giusi Palomba...

"Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita". Era il 1985 e Donna Haraway, nel suo Manifesto Cyborg, esprimeva in questo modo la necessità di ripensare e ricominciare a narrare il corpo, in particolare quello femminile, ancora e nonostante tutto fissato in stereotipi obsoleti. Irrompeva nell'immaginario l'ibrido cyborg in cui la tradizionale opposizione uomo/donna è superata da un'opposizione più generale: umano/animale, organismo/macchina. Poco più tardi - siamo negli anni Novanta - ii collettivo VNS Matrix, nato in Austraiia e composto da Francesca da Rìmini, Josephine Starrs, Julianne Pìerce e Virginia Barratt, esibiva in rete un vasto repertorio di slogan tecnofili e visionari. Le Brave New Girls, "terminator del codice morale", "mercenarie del viscidume", inneggiavano al boicottaggio dei "giocattoli dei tecnocowboys" e dichiaravano la loro volontà di "rimappare il cyberspazio". Il gruppo si sarebbe sciolto nel 1998, non prima di aver immesso in rete una massiccia dose di messaggi folgoranti. Le componenti raccontavano che l'intento principale delle attività di VNS Matrix, oltre a quello di divertirsi e combattere la noia, era il coinvolgimento delle donne in rete, anche e soprattutto attraverso l'uso di una corporeità prorompente con slogan come "succhiami il codice" che servissero a sovvertire l'idea del virtuale come immateriale. Il cyberfemminismo, sin dalla sua prima sistematizzazione teorica, ha sempre rifiutato la gabbia delle definizioni. Dal 20 al 28 settembre 1997 a Kassel in Germania, si riuniva la Firsi Cyberfeminist lnternational, che avrebbe prodotto un manifesto sviluppato per negazioni. Nelle famose 100 antitesi, veniva individuato tutto ciò che il cyberfemminismo non era: "Cyberfeminism is not ideology; cyberferninism ist keine theorie; cyberfeminism is not complete; cyberfeminism is not error 101; cyberfeminism is not anti-male; cyberfeminismo no es uns frontera; cyberferninism is not maternalistic; cyberfeminism is not without connectivity; cyberfeminism has not only one language; cyberfeminism is not about boring toys for boring boys; cyberfeminism is not a picnic; cyberfeminism is not romantic; cyberfeminism is not a trauma; cyberfeminism is not a fake; cyberfeminism has not only one language". Impregnato di vitale ironia, il cyberfemminismo non si riconosceva in un movimento, ma in un'attitudine: il corpo cyborg, sostiene Donna Haraway, "non cerca un'identità unitaria", e proprio per questo non è limitato dall'identità unitaria. Sostanziando tale corpo in incursioni programmate e non in ambienti virtuali come le chat oppure i MUD (Multi User Dimension), realtà virtuali multi-partecipanti antesignane dell'odierna Second Life, le cosiddette "Donne Infuriate" sperimentavano gli slittamenti di genere e ricavavano dati per la ricerca. Da quellee sperienze emersero anche numerosi spunti di riflessione in merito alla facilità con cui in rete si possono replicare esattamente le dinamiche della vita reale: attenzioni indesiderate, avances, messa in discussione dell'identità sessuale davanti a comportamenti non conformi. Tuttavia una definizione del proprio percorso, anche se non rigida, è fondamentale per comunicare una strategia politica, per creare solidarietà tra le parti coinvolte, nonché per far sì che i contenuti risultino intelligibili ai soggetti potenzialmente interessati. Faith Wilding, artista multimediale e scrittrice americana che partecipò alla First Cyberfeminist International, comprese il problema e denunciò il rischio di autoreferenzialità in un momento storico, quello degli anni Novanta, ancora tutto proteso verso la realizzazione dell' alfabetizzazione informatica e la lotta per l'accesso globale alle tecnologie. Nel primo cyberfemminismo, i messaggi apparivano a qualcuno privi di mittente, destinatario e contesto. Tali critiche non impedivano comunque che fosse riconosciuta nello spazio virtuale la grande occasione per il femminismo. E l'obiettivo coincideva col punto di partenza, ovvero il superamento del concetto di corpo biologico ed estetico tramite la partecipazione diretta al mondo mediatico. Negli anni zero, con la crisi del capitalismo, anche la falsa emancipazione delle donne che si sono legate al paradigma soldi-carriera-affermazione di sé, mutuato dall'universo maschile, è in crisi. Questo perché le donne sono rimaste intrappolate in un sistema mediatico chiuso, in cui subiscono le conseguenze dell'aver rinunciato alla tecnologia, alla creatività e alla definizione o non-definizione degli spazi e dei tempi, occupandosi soltanto di integrare se stesse in un insieme di valori predeterminati. Non è un caso che la gestione degli spazi, dei tempi, e la scansione del lavoro e del tempo libero siano sempre difficili per le donne. D'altra parte anche la scelta di negare il proprio corpo come soggetto desiderante e sessuato, rappresentazione parziale del femminismo che è rimasta fissata nell'immaginario comune, e ha infastidito alcune donne provocando in loro il rifiuto di qualsiasi forma di autocoscienza, mal si concilia con i'idea di una soggettività in espansione che sia in grado di produrre infiniti signìficati e declinare l'intera gamma dei propri desideri. Se invece si transita dall'opposizione maschio/femmina al concetto di differenza, quest'ultimo è in grado di contenere in sé tutte le possibilità. Si tratta del corpo performativo. Come teorizza Derrida: "è l'atto performativo a produrre il suo soggetto, un gesto è performativo ove riesce a sottrarsi a una determinazione imposta e creare le proprie convenzioni". L'uso del corpo nella performance permette infatti di ricollocare questo al di fuori di luoghi, spazi e ruoli familiari e anche oltre il limite di ciò che viene giudicato generalmente estremo od osceno. Ancorata al concetto di colpa e afflitta dalle accuse di vittimismo, la teoria femminista tradizionale si è chiusa in un angolo nel momento in cui, come affermava Luce Irigaray, non ha capito che a essere decisivo non è il ragionare nello spazio di un orizzonte definito, ma il "trasformare l'orizzonte stesso". L'interrogativo forse non è, o non dovrebbe essere, se le nuove generazioni abbiano assimilato o meno l'apparato di pensieri, azioni e conquiste del femminismo tradizionale, ma cosa di questo apparato sia utile alle pratiche odierne; inoltre occorre vedere il processo come contìnuo e non finito. Anche perché, nelle ultime evoluzioni, le femministe esprimono in qualche modo il desiderio di mantenere la memoria nel corpo, di partire da un corpo affettivo. Chi si occupa di tematiche di genere negli anni zero non ha bisogno di cancellare la memoria; ha invece bisogno di comunicare anche alle generazioni precedenti, spesso sorde a certi richiami, che il femminismo nella sua veste tradizionale è solamente un punto di partenza, è appena un'intuizione, anche se è un'intuizione folgorante. Manca forse la predisposizione a concepire la differenza di genere come un ventaglio di infinite esperienze e, ad assumere che queer studies, gender studies e tutta la transmedialità tipica delle teorie femministe odierne - come quella bene espressa in Madri, Mostri e Macchine di Rosi Braidotti, nel quale per divulgare il cambiamento l'autrice non esita ad attingere al mondo cinematografico, letterario e scientifico - dovrebbero occupare lo spazio e il tempo che oggi sono impiegati infruttuosamente per decretare l 'assenza di confronto o di comunicazione con le generazioni precedenti. Bisognerebbe piuttosto collocarsi in una dimensione di condivisione, imparare a usare i nuovi strumenti e a intercettare le pratiche, le manifestazioni virtuali e fisiche dell'attivismo odierno. La rete pullula di corpi attivi e interattivi che guadagnano spazi e oltrepassano i destini biologici. Se poi il capitalismo è in crisi, insieme a tutto il suo sistema di poteri, diventa fondamentale la pratica di soggetti che vogliano introdurre un cambiamento favorevole, una visione positiva attraverso la critica sociale. Un esempio di impagabile attività in rete è la partita che si sta giocando nel campo della comunicazione e dell'informazione. La costellazione di blog, portali partecipati, osservatori sulla pubblicità e sul linguaggio del giornalismo costituiscono l 'espressione puntuale di quanto la rappresentazione imposta dei corpi e dei ruoli maschile e femminile possano generare risposte creative e attive. Come afferma anche Rosi Braidotti, quando il corpo è represso e si sente a disagio nel presente, trovando difficoltà nell'interazione, è allora che produce delle "contro-narrazioni" della realtà che entrano in conflitto con le grandi narrazioni imposte.