martedì 8 dicembre 2009

La menzogna come collante sociale


Camminando per le strade di Napoli da ogni angolo sbucano immagini di bare animate, polli volanti, pulcini giganti, cervelli che piovono dal cielo con il paracadute...

No, non preoccupatevi, non sto delirando voglio soltanto parlarvi di Cyop e Kaf, molti di voi probabilmente non avranno mai sentito parlare di loro. Sono due misteriosi writers e streetartists, anche se non amano essere definiti tali (si arrabbiano per qualunque etichetta!) che con i loro graffiti fanno una pungente critica alla società locale e non solo a quella. In un 'intervista per un giornale locale lo stesso Cyop afferma: "Non faccio il writing, il writing è un'altra cosa. I writers sono quelli che scrivono il proprio nome sul muro. Io faccio l'agitatore culturale." Nel 2007 i due artisti circondano di graffiti ed installazioni il museo M.A.D.R.E. (Museo d'Arte Contemporanea Donna Regina) in segno di protesta poichè colmo di opere d’arte straniere (Hirst, Kounellis o Gormley ed altri) mentre a loro, artisti della città, non viene dato alcuno spazio: "gli spazi per fare arte a Napoli non te li da nessuno, soprattutto se lanci messaggi spiacevoli alle istituzioni". Come ulteriore segno di opposizione chiamano M.E.R.D.A. (Museo Aperto della Rivolta Est-etica) il loro personale museo d'arte, anagrammando anarchicamente il nome dell’oggetto delle proprie critiche. Questo è un articolo del Corriere del Mezzogiorno sulla disputa.

Il 13 Novembre c'è stata a Napoli la loro ultima mostra "Permesso di soggiorno" all'Operagallery di via Bellini. Quella del 6 Giugno (Cemento - la menzogna come collante sociale) invece si è tenuta a Quarto (Na) all'ex macello, ex centro sociale ed ora neodiscarica...

Tutto è partito da un luogo che conoscevamo bene. Lì vicino c’era l’unico centro sociale della zona, un macello comunale che dopo aver macellato una bella fetta di denaro pubblico era diventato ex ancor prima di avere prodotto una sola bistecca. Il centro sociale ha continuato le sue attività per un paio d’anni, poi, caso singolare ma tipico dei giorni nostri, non è stato sgombrato dalla polizia, è più semplicemente imploso. Ora è stato trasformato in un sito di raccolta dei rifiuti ingombranti attorno al quale gravitano decine di microdiscariche abusive.
Siamo a Quarto, Napoli. Più di cinquantamila abitanti. Lo scenario è quello tipico della maggior parte dell’hinterland: case alte non più di tre quattro piani e solo da poco trasformate, grazie alle leggine di Berlusconi I e II in – udite udite – sottotetti termici, sottospecie di baite di montagna, tanto che scherzando qualcuno oggi la chiama Quarto d’Ampezzo. E poi cos’altro: ferrovia e droga per evadere, negozi di abbigliamento, parrucchieri, bar, centri scommesse, e due centri commerciali. Il primo, Le Campane, a riguardarlo dopo aver visto quello nuovo l’Ipercoop – vero orgoglio della città – sembra una vecchia salumeria dell’angolo. Ora, dovete sapere che per far arrivare la gente all’Ipercoop si dovevano costruire strade nuove. È chiaro, è giusto. Altrimenti i fondi europei a che servono? Già c’era un raccordo con la tangenziale che portava direttamente a Quarto senza passare per l’uscita di Pozzuoli-via Campana che l’ozono solo sa quanto traffico creava, ma per tutti gli anni Ottanta e Novanta è rimasto chiuso. Era completato, noi ci andavamo a giocare a pallone. Il campo poteva essere lungo quanto si voleva ed era bellissimo stendersi sulla strada deserta o guardare dall’alto dei suoi piloni. Era lì, bello e pronto e non veniva aperto. Perché offrire un servizio se nessuno ci guadagna niente? Qualche anno dopo la sua inaugurazione ci hanno piazzato accanto il centro commerciale. Questo fatto a noi sembra quel che si chiama Pianificazione. Chi dice che non se ne faccia a queste latitudini? E si pianifica solo se si ha un’idea di sviluppo. Alla base di quest’idea c’è l’assioma principe della modernità: Più tutto uguale Più felicità. A noi quest’equazione, farebbe solo sorridere se non ne avessimo ogni giorno sotto gli occhi le tragiche conseguenze e se non vedessimo l’adesione quasi totale delle persone a questo modello di sviluppo. Così, andando a dipingere sotto le fondamenta di questo simbolo delirante, ci chiedevamo: cosa tiene ancora unita la società socialconsumisticocapitalista? Soprattutto alla luce del disastro dei rifiuti che ne riassumeva la follia. Non ne siamo sicuri, ma ci è venuto in mente la menzogna. Si narra che tempo fa avessero le gambe corte. Ma oggi? Le bugie sono dei pilastri, e in quanto tali fatte di poderose colate di cemento. Ciò che viene compattato da questa gettata è, dunque, un’umanità frammentata e prossima all’evaporazione. Uomini-goccia, mare disperso scientificamente che sopravvive facendo finta. Finta di che? Di credere. Alle notizie, ai mass-media, alle celebrazioni auto narranti dei social network, alle statistiche, ai numeri, a Dio. Non che giornali, tv, internet non dicano la verità. Diciamo solo che è grattugiata, sparsa qua e là, e si fa fatica a isolarla dal resto, così, nel caso dei cinici (o disincantati) si finisce col non credere più a nulla (tutte cazzate), e nel caso degli ingenui (o gli indifesi) col credere a tutto (l’ha detto la tv). Quello che ci inquieta non è la bugia in sè, che – detto tra noi – può essere divertente e talvolta anche utile, “…dicci chi era che lo condanniamo a morte / e che ne so chi l’ha visto…”, ma l’indistinto nel quale queste bugie si vanno a inserire. L’adesione acritica a questo mentire generalizzato scambiato per il vero. La bugia non come altro piatto della bilancia, ma come misura che rende irrilevante il peso di ogni altra visione del mondo. Ritornando a noi, vi invitiamo a venire a vedere, ancora meglio, a sentire, il lavoro che abbiamo realizzato negli ultimi tre anni in quel luogo, con il prezioso contributo di alcuni dei nostri più cari amici. Anche dipingere è finzione certo, ma come ha scritto qualcuno: “Solo la poesia non vive che di finzione. È una menzogna continua che ha tutti i caratteri della verità. Non esistono inganni, né fraintendimenti: affrontare un testo, un’opera d’arte, un film, significa accettare di credere all’esistenza di realtà inesistenti, accettare di cortocircuitare i campi semantici delle proprie parole, accettare di discutere i propri pregiudizi”. La nostra finzione è anche un invito a non aderire alla nuova ideologia interplanetaria che si diffonde inesorabile al grido di: Bugie di tutto il mondo, uniteci!

(comunicato stampa di Cyop&Kaf reperibile sul loro sito).

23 commenti:

Silvia ha detto...

Il murale nel post naturalmente è di Cyop e Kaf...

Daniele Verzetti il Rockpoeta® ha detto...

Conclusione amara ma mia poi così lontana dal vero.

Bravissimi questi due artisti. Post che mi é piaciuto moltissimo per come hai graffiato la dura realtà di oggi.

Daniele Verzetti il Rockpoeta® ha detto...

errata corrige: mica poi... ecc..

Alligatore ha detto...

In gamba, menti lucide. Che aggiungere?

Pupottina ha detto...

bella la conclusione: "Bugie ti tutto il mondo, uniteci!"
purtroppo è pieno di menzogne ...

buon mercoledì ^_____^

and ha detto...

li ho visti anche io! :-)

giardigno65 ha detto...

REPUBBLICA FONDATA SULLE BUGIE ...

JAENADA ha detto...

Ho sempre trovato eccezionale,pur nel suo estremismo manicheo,il titolo di quel celebre libro (che non ho letto,perchè sono certo che non sarebbe mai stato all'altezza della premessa): "Tutto ciò che sai è falso".

Silvia ha detto...

@Daniele: anche loro graffiano bene eh! :)

@Alligatore: vero, la loro lucidità è esemplare. Ora, se vi troverete nei pressi di Napoli, saprete di chi sono quei fantastici murales...

@Pupottina: dovremmo tutti specializzarci nel discernere ma non è così semplice purtroppo.

@and: ah! Qualcuno che li conosce :)

@giardigno65: triste verità...

@Jaenada: sono andata a dare un'occhiata, non conoscevo questo libro. Sembra interessante...

Matteo ha detto...

I graffiti e i murales sono un prodotto di arte popolare "impegnata" se così si può dire, che contestano l'organizzazione discriminatoria della città e quindi della società intera.
Davvero sarebbe un talento sprecato quello di fare graffiti solo per scrivere il proprio nome su un muro, come viene detto nel post.

P.S. Grazie per la visita, tra l'altro ho scoperto che siamo corregionali, io sono di Termoli. Ciao.

Aldievel ha detto...

Fantastici questi artisti!

Tuttavia ho una certa idiosincrasia verso il neologismo writer. Rimanda la mia mente a "bracaloni" di marche costosissime (che in un periodo nefasto ho indossato anche io) attaccati sul culo e felpe fighette: insomma alternativi di lusso e musica di merda (non tutta ovviamente qualcuno si salva: Militant A docet).

Presa la distanza dal termine debbo ammettere che le loro opere sono belle e non hanno nulla a che vedere con le bombolette...
Quindi non writers, ma muralisti! Secchio e pennello come il leggendario muralismo messicano di Rivera, Siqueiros e Orozco (ed altri)!
Sottoscrivo quello che ha detto Matteo: "arte popolare" dura e pura. Arte per il popolo. Pitture murali come armi. Bravi Cyop e Kaf!
Bel post!

:-)

chit ha detto...

Bravi Cyop e Kaf e GENIALE la definizione 'Quarto d'Ampezzo'!?! :-D
A quando la neve finta ed i primi skilift?? ;-)

l'incarcerato ha detto...

Veramente geniale. E poi come dice anche Matteo, i murales è un arte per il popolo. E non sono opere segregate nei musei, quindi per pochi.

Mi ricorda tanto il Messico all'epoca di Rivera. Ma c'era, all'epoca, un governo progressista. Tutta un'altra storia.

Mica questa, che è tutta una M.E.R.D.A.

Luciano ha detto...

Eh le bugie ...
Colgo l'occasione per porgerti i miei più sinceri auguri per le prossime festività.
Ciao

valeria ha detto...

wey! tutto apposto :]
ormai bazzico poco e niente tra blog e internet vario. tanti impegni. spero ti vada tutto alla grande! a presto! invisibile ti seguo ;)
suerte! N:)

Silvia ha detto...

@Valeria: carissima! Che piacere risentirti :)

Torna tra noi mi raccomando, non mollare...

Ti faccio i miei più sinceri auguri di buon anno.

A presto ;)

Anonimo ha detto...

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