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sabato 29 gennaio 2011

Non un addio ma un saluto...


...Gli addii non mi sono mai piaciuti quindi
vi saluto e vi invito a venirmi a trovare di là,
in Linajolostraße,
la mia nuova "dimora".

Siete tutti benvenuti.
Vi aspetto!

Con affetto

Silvia

domenica 11 luglio 2010

Ce l'ho fatta!


Dopo non pochi sacrifici eccomi qui di ritorno trionfante!
Sì, ce l'ho fatta, ho finalmente una laurea in tasca. Per me rappresenta molto di più: è soprattutto il frutto di un lungo percorso personale e culturale, un traguardo raggiunto. Ho dimostrato a me stessa, e non solo, che quando desidero qualcosa realmente niente e nessuno riesce a fermarmi.
Ora mi aspetta un'estate spensierata e rilassante in cui cercherò di godermi il più possibile mia nonna, che è venuta a trovarmi per l'occasione, mio padre, mio fratello e Lillo (il mio gatto, per chi ancora non lo sapesse). Da settembre mi trasferirò a Siena, l'idea è quella di continuare a studiare lì, ma lavorando...Lascerò nuovamente casa per mettermi ancora alla prova, si tratta di un altro passo in avanti, pieno di aspettative e buoni propositi. Speriamo bene.
Cercherò di tenervi aggiornati come sempre, magari un po' di più vista la mia latitanza (giustificata?!) negli ultimi tempi! Spero continuerete a seguirmi e ad accompagnarmi, per me scrivere sarà come portarmi dietro un pezzo di casa...

Se avete voglia di vedere qualche altra foto del giorno della laurea e del post-laurea, ne ho caricate alcune sul mio profilo di flickr. Naturalmente per i "festeggiamenti" non poteva mancare del buon vino (Mazér e Morellino di Scansano), in compagnia di pochi, nella nostra ormai affezionata vineria I Peccati di Bacco.
Avete mai assaggiato del formaggio con noci e miele al caffè? Roba da far impazzire le papille gustative! Sottofondo con Bollani per completare il tutto, mentre verso fine serata hanno avuto la meglio I Rosa Elefanti :)

Auguro a tutti una bella estate! Per me è appena iniziata...A presto!

sabato 5 dicembre 2009

mercoledì 2 dicembre 2009

La (ri)generazione cyber


Dopo una giornata di studio "matto e disperato" finalmente mi concedo un pò di relax e passo a salutarvi...

Ho letto sul numero di Loop del mese scorso un articolo che ho trovato particolarmente interessante, ve lo riporto così potrete dirmi cosa ne pensate. La rivista mi è piaciuta, è stata una bella sorpresa. Tra i tanti vi scrive Franco Berardi (Bifo), del quale ultimamente ho letto anche Mutazione e cyberpunk, Immaginario e tecnologia degli scenari di fine millennio, sempre per l'esame di sociologia delle comunicazioni, ma anche Massimo Carlotto ed i Wu Ming!

Sto scrivendo una tesina per l'esame sulla netwar zapatista e la rete di solidarietà internazionale, nonchè su Internet come luogo di sperimentazione politica internazionale.
Se sarò soddisfatta del risultato magari dopo l'esame ve la farò leggere! Speriamo bene!
Intanto vi auguro una buona lettura per l'articolo di Giusi Palomba...

"Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita". Era il 1985 e Donna Haraway, nel suo Manifesto Cyborg, esprimeva in questo modo la necessità di ripensare e ricominciare a narrare il corpo, in particolare quello femminile, ancora e nonostante tutto fissato in stereotipi obsoleti. Irrompeva nell'immaginario l'ibrido cyborg in cui la tradizionale opposizione uomo/donna è superata da un'opposizione più generale: umano/animale, organismo/macchina. Poco più tardi - siamo negli anni Novanta - ii collettivo VNS Matrix, nato in Austraiia e composto da Francesca da Rìmini, Josephine Starrs, Julianne Pìerce e Virginia Barratt, esibiva in rete un vasto repertorio di slogan tecnofili e visionari. Le Brave New Girls, "terminator del codice morale", "mercenarie del viscidume", inneggiavano al boicottaggio dei "giocattoli dei tecnocowboys" e dichiaravano la loro volontà di "rimappare il cyberspazio". Il gruppo si sarebbe sciolto nel 1998, non prima di aver immesso in rete una massiccia dose di messaggi folgoranti. Le componenti raccontavano che l'intento principale delle attività di VNS Matrix, oltre a quello di divertirsi e combattere la noia, era il coinvolgimento delle donne in rete, anche e soprattutto attraverso l'uso di una corporeità prorompente con slogan come "succhiami il codice" che servissero a sovvertire l'idea del virtuale come immateriale. Il cyberfemminismo, sin dalla sua prima sistematizzazione teorica, ha sempre rifiutato la gabbia delle definizioni. Dal 20 al 28 settembre 1997 a Kassel in Germania, si riuniva la Firsi Cyberfeminist lnternational, che avrebbe prodotto un manifesto sviluppato per negazioni. Nelle famose 100 antitesi, veniva individuato tutto ciò che il cyberfemminismo non era: "Cyberfeminism is not ideology; cyberferninism ist keine theorie; cyberfeminism is not complete; cyberfeminism is not error 101; cyberfeminism is not anti-male; cyberfeminismo no es uns frontera; cyberferninism is not maternalistic; cyberfeminism is not without connectivity; cyberfeminism has not only one language; cyberfeminism is not about boring toys for boring boys; cyberfeminism is not a picnic; cyberfeminism is not romantic; cyberfeminism is not a trauma; cyberfeminism is not a fake; cyberfeminism has not only one language". Impregnato di vitale ironia, il cyberfemminismo non si riconosceva in un movimento, ma in un'attitudine: il corpo cyborg, sostiene Donna Haraway, "non cerca un'identità unitaria", e proprio per questo non è limitato dall'identità unitaria. Sostanziando tale corpo in incursioni programmate e non in ambienti virtuali come le chat oppure i MUD (Multi User Dimension), realtà virtuali multi-partecipanti antesignane dell'odierna Second Life, le cosiddette "Donne Infuriate" sperimentavano gli slittamenti di genere e ricavavano dati per la ricerca. Da quellee sperienze emersero anche numerosi spunti di riflessione in merito alla facilità con cui in rete si possono replicare esattamente le dinamiche della vita reale: attenzioni indesiderate, avances, messa in discussione dell'identità sessuale davanti a comportamenti non conformi. Tuttavia una definizione del proprio percorso, anche se non rigida, è fondamentale per comunicare una strategia politica, per creare solidarietà tra le parti coinvolte, nonché per far sì che i contenuti risultino intelligibili ai soggetti potenzialmente interessati. Faith Wilding, artista multimediale e scrittrice americana che partecipò alla First Cyberfeminist International, comprese il problema e denunciò il rischio di autoreferenzialità in un momento storico, quello degli anni Novanta, ancora tutto proteso verso la realizzazione dell' alfabetizzazione informatica e la lotta per l'accesso globale alle tecnologie. Nel primo cyberfemminismo, i messaggi apparivano a qualcuno privi di mittente, destinatario e contesto. Tali critiche non impedivano comunque che fosse riconosciuta nello spazio virtuale la grande occasione per il femminismo. E l'obiettivo coincideva col punto di partenza, ovvero il superamento del concetto di corpo biologico ed estetico tramite la partecipazione diretta al mondo mediatico. Negli anni zero, con la crisi del capitalismo, anche la falsa emancipazione delle donne che si sono legate al paradigma soldi-carriera-affermazione di sé, mutuato dall'universo maschile, è in crisi. Questo perché le donne sono rimaste intrappolate in un sistema mediatico chiuso, in cui subiscono le conseguenze dell'aver rinunciato alla tecnologia, alla creatività e alla definizione o non-definizione degli spazi e dei tempi, occupandosi soltanto di integrare se stesse in un insieme di valori predeterminati. Non è un caso che la gestione degli spazi, dei tempi, e la scansione del lavoro e del tempo libero siano sempre difficili per le donne. D'altra parte anche la scelta di negare il proprio corpo come soggetto desiderante e sessuato, rappresentazione parziale del femminismo che è rimasta fissata nell'immaginario comune, e ha infastidito alcune donne provocando in loro il rifiuto di qualsiasi forma di autocoscienza, mal si concilia con i'idea di una soggettività in espansione che sia in grado di produrre infiniti signìficati e declinare l'intera gamma dei propri desideri. Se invece si transita dall'opposizione maschio/femmina al concetto di differenza, quest'ultimo è in grado di contenere in sé tutte le possibilità. Si tratta del corpo performativo. Come teorizza Derrida: "è l'atto performativo a produrre il suo soggetto, un gesto è performativo ove riesce a sottrarsi a una determinazione imposta e creare le proprie convenzioni". L'uso del corpo nella performance permette infatti di ricollocare questo al di fuori di luoghi, spazi e ruoli familiari e anche oltre il limite di ciò che viene giudicato generalmente estremo od osceno. Ancorata al concetto di colpa e afflitta dalle accuse di vittimismo, la teoria femminista tradizionale si è chiusa in un angolo nel momento in cui, come affermava Luce Irigaray, non ha capito che a essere decisivo non è il ragionare nello spazio di un orizzonte definito, ma il "trasformare l'orizzonte stesso". L'interrogativo forse non è, o non dovrebbe essere, se le nuove generazioni abbiano assimilato o meno l'apparato di pensieri, azioni e conquiste del femminismo tradizionale, ma cosa di questo apparato sia utile alle pratiche odierne; inoltre occorre vedere il processo come contìnuo e non finito. Anche perché, nelle ultime evoluzioni, le femministe esprimono in qualche modo il desiderio di mantenere la memoria nel corpo, di partire da un corpo affettivo. Chi si occupa di tematiche di genere negli anni zero non ha bisogno di cancellare la memoria; ha invece bisogno di comunicare anche alle generazioni precedenti, spesso sorde a certi richiami, che il femminismo nella sua veste tradizionale è solamente un punto di partenza, è appena un'intuizione, anche se è un'intuizione folgorante. Manca forse la predisposizione a concepire la differenza di genere come un ventaglio di infinite esperienze e, ad assumere che queer studies, gender studies e tutta la transmedialità tipica delle teorie femministe odierne - come quella bene espressa in Madri, Mostri e Macchine di Rosi Braidotti, nel quale per divulgare il cambiamento l'autrice non esita ad attingere al mondo cinematografico, letterario e scientifico - dovrebbero occupare lo spazio e il tempo che oggi sono impiegati infruttuosamente per decretare l 'assenza di confronto o di comunicazione con le generazioni precedenti. Bisognerebbe piuttosto collocarsi in una dimensione di condivisione, imparare a usare i nuovi strumenti e a intercettare le pratiche, le manifestazioni virtuali e fisiche dell'attivismo odierno. La rete pullula di corpi attivi e interattivi che guadagnano spazi e oltrepassano i destini biologici. Se poi il capitalismo è in crisi, insieme a tutto il suo sistema di poteri, diventa fondamentale la pratica di soggetti che vogliano introdurre un cambiamento favorevole, una visione positiva attraverso la critica sociale. Un esempio di impagabile attività in rete è la partita che si sta giocando nel campo della comunicazione e dell'informazione. La costellazione di blog, portali partecipati, osservatori sulla pubblicità e sul linguaggio del giornalismo costituiscono l 'espressione puntuale di quanto la rappresentazione imposta dei corpi e dei ruoli maschile e femminile possano generare risposte creative e attive. Come afferma anche Rosi Braidotti, quando il corpo è represso e si sente a disagio nel presente, trovando difficoltà nell'interazione, è allora che produce delle "contro-narrazioni" della realtà che entrano in conflitto con le grandi narrazioni imposte.

martedì 24 novembre 2009

Back home...

Rieccomi!
Completamente, o quasi, riassorbita dalla routine quotidiana...
Per la gioia di Lillo!





martedì 13 ottobre 2009

Carissimi, finalmente riesco a trovare un pò di tempo per salutarvi, sono ben due settimane che cerco di scrivere questo post ma non sono riuscita a pubblicarlo prima d'ora. Come vi avevo anticipato sono andata a Bologna e da lì a Ferrara per il week-end dedicato al Festival dell'Internazionale. Non sto qui a dilungarmi sui particolari, vi dico soltanto che, oltre ai vari incontri che ho molto apprezzato (soprattutto "Messico.La nuova frontiera del narcotraffico" moderato da Carlo Bonini e "L'Italia invertebrata: la crisi della sinistra e il successo di berlusconi" con Paul Ginsborg, Marc Lazar e John Foot, moderato da Gad Lerner), purtroppo devo lamentare una scarsa organizzazione soprattutto per ciò che ha riguardato il controllo da parte degli organizzatori della moltitudine di persone affluite per assistere al festival. Nella fila per vedere Paul Ginsborg, durata ben tre ore, alla fine abbiamo assistito a scene di pura follia con strattonamenti e litigi vari giacché i posti nel teatro comunale non bastavano per tutti. La "fila" aveva ormai preso le sembianze di una massa informe...E solo per un pelo siamo riusciti ad entrare. E' in questi casi (e in tanti altri) che "mi vergogno di essere italiana" ...Frase che "finalmente" potrà ripetere anche Ginsborg avendo da poco ottenuto la cittadinanza italiana. Questo è il video che ho girato con il mio telefonino, così potrete sentire anche voi una parte del suo discorso. La risoluzione è bassa ma l'audio è buono. Tra le tante cose dette ciò che più mi ha colpito riguardo la crisi della sinistra è il fatto che la nostra coscienza politica stia attraversando sì un periodo difficile di crisi d'identità ma il principio di base della "sinistra" è e rimarrà il battersi contro le ingiustizie e le diseguaglianze nella società... Stanchi delle due giornate trascorse a fare file chilometriche la domenica abbiamo deciso di cambiare programma e, dopo un ottimo pranzo con cappelletti al ragù e Lambrusco, siamo andati a Gattatico (Reggio Emilia) a visitare il Museo dedicato ai fratelli Cervi. La nostra visita è stata resa ancor più piacevole dall'allegro e vispo partigiano che ci ha fatto da guida nell'Istituto Cervi... Nel pomeriggio, prima di tornare a casa, siamo anche passati da Cavriago per vedere la famosa piazza Lenin! Tornata a Siena ho iniziato il tirocinio all'Einaudi che tra l'altro si sta rivelando un'ottima esperienza, fruttuosa e piacevole. Nel tempo libero studio in biblioteca per il mio prossimo esame di sociologia delle comunicazioni che sto trovando particolarmente interessante. Ho in mente di scrivere al più presto un altro post a riguardo, ci sono delle cose che credo potrebbero interessarvi. Domenica scorsa siamo andati a Firenze per l'inaugurazione di una mostra sull'occupazione italiana della Libia. E' soprattutto in questi casi che mi capita di pensarvi, quando faccio qualcosa d'interessante muoio dalla voglia di parlarvene ma non avendo internet a casa devo sfruttare la rete wireless della biblioteca nelle pause studio. Comunque, tra non molto, tornerò in Molise dove spero di trovare più tempo da dedicare al blog. Vi lascio che devo scappare al tirocinio. A presto! Un bacio a tutti!

lunedì 28 settembre 2009

Preparativi bizzarri



C'è qualcuno che ha deciso di saltare in valigia e venire via con me...

mercoledì 23 settembre 2009

Chisciotte e gli invincibili



Colgo l'occasione per condividere anche con voi un'altra mia piccola soddisfazione...
Questa sera ho festeggiato tra amici l'ultimo esame di spagnolo!
Tra non molto andrò a Ferrara per il festival dell'Internazionale e presto inizierò uno stage presso l'agenzia Einaudi di Siena...
Vi terrò comunque aggiornati, promesso :)

Vista l'ora, vi auguro una dolce ed anche un pò malinconica notte con Erri De Luca:

È bella di notte la città.
C’è pericolo ma pure libertà.
Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffé.
Ci si saluta, ci si conosce, tra quelli che campano di notte.
Le persone si perdonano i vizi.
La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione.
Escono i trasformati, uomini vestiti da donna, perché così gli dice la natura e nessuno li scoccia. Nessuno chiede conto di notte.
Escono gli storpi, i ciechi, gli zoppi, che di giorno vengono respinti.
È una tasca rivoltata, la notte nella città.
Escono pure i cani, quelli senza casa. Aspettano la notte per cercare gli avanzi, quanti cani riescono a campare senza nessuno.
Di notte la città è un paese civile.

(tratto da “Il giorno prima della felicità”)

giovedì 10 settembre 2009

Alla ricerca di uno spazio di dignità



Salve a tutti! Qualche giorno fa ho avuto modo di vedere il documentario di Andrea Segre e Dagmawi Yimer ed ho immediatamente pensato a voi; in giro si respira sempre più un'aria intrisa di razzismo e xenofobia e questo (la rete, i blog) è veramente l'unico spazio, o quasi, dove si riesca a ritrovare buon senso, attenzione e soprattutto sensibilità nei confronti di certe tematiche...

Questo è il sito dove potete trovare maggiori informazioni su Come un uomo sulla terra, intanto riporto qui di seguito la significativa lettera scritta da Andrea Segre per la premiazione a Salina e quella di Dagmawi Yimer per tutti coloro che hanno dato il loro contributo alla realizzazione del film:

E’ la ricerca di uno spazio di dignità che mi ha mosso a fare questo film.
Ma non per i migranti.
Per me. Per me come cittadino italiano, come cittadino, come uomo.
Ho vissuto e sto vivendo gli anni della mia maturità in un mondo, e ancor più in un Paese che di fronte alle sue contraddizioni ha scelto la via della distrazione.
Invece di affrontare i nodi delle ingiustizie che provocano squilibri e repressioni, i gruppi di potere gestiscono le luci dello spettacolo per coprire violenze e responsabilità.
Per questo ero alla ricerca di uno schiaffo, di un pugno diretto. Avevo bisogno di prendermi un cazzotto in faccia, per trovare l’evidenza inevitabile di una violenza.
La mia speranza era che da quello schiaffo potesse nascere una reazione di dignità.
Non credo esista nessuna persona che, in buona fede, possa anche solo sospettare la falsità dei protagonisti di COME UN UOMO SULLA TERRA.
A mio avviso non è in alcun modo dubitabile la verità dei loro volti.
Volti vivi, intelligenti, attenti: volti in primo piano che possono finalmente esistere nella loro individualità, nella loro dignità umana.
Quella stessa dignità umana che costituisce la prima vittima del meccanismo micidiale che oggi domina il mondo.
Allora, però, se quello che le donne e gli uomini etiopi raccontano è vero, non può esistere nemmeno qualcuno in grado di sostenere l’innocenza storica e umana del nostro Paese.
Tutti hanno visto lo spettacolo della stretta di mano tra il Cavaliere e il Colonnello e tutti ricordano la frase scolpita a suggello di quell’incontro: “Più petrolio, meno clandestini”
Ora basterebbe unire quello spettacolo al racconto reale dei volti di COME UN UOMO SULLA TERRA..Se agli italiani oggi venisse davvero, e sottolineo davvero, concesso di poter unire questi due elementi, credo che qualcosa inizierebbe a incrinarsi nella grande distrazione di cui tutti, tranne piccoli gruppi di potere, siamo vittime.Una distrazione che in fondo altro non è che la più assoluta delle distrazioni possibili, quella dalla dignità dell’ essere uomini.

(Andrea Segre)

Vi dico una cosa solo che sono talmente sodisfatto,fiero,fiero personalmente e mi sento un grande sollievo per quanto riguarda il contribuito che ho fatto per quei miei amici che stanno in guai ancora. Sono anche libero (innocente storicamente). Non so se mi avete capito bene. Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro ,la vostra volontà e dedicazione non c'è più quella voce sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra. Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere. un abbraccio forte a tutti dormo... dormo... e certo che mi sveglio di nuovo

(Dagmawi Yimer)


Ho idea che mi rivedrete più spesso da queste parti prossimamente...Si riavvicina la mia stagione preferita, l'autunno, con i suoi caldi colori e quella fresca brezza che mi mette tanto di buon umore.
Speriamo ci porti delle buone nuove!

Vi lascio con le note di Ebano, un altro fantastico pezzo dei Modena City Ramblers. A presto!




sabato 8 agosto 2009

Rapita dal sole


Miei cari...
Come avrete già capito quest'anno l'estate mi ha letteralmente rapita. Subito dopo l'ultimo esame di luglio sono partita per Siena e sono stata lì fino a qualche giorno fa. Per tre giorni sono andata a Bologna dove ho avuto modo di apprezzare la fantastica biblioteca Sala Borsa in Piazza Nettuno, la Serata Lunare su grande schermo in piazza Maggiore, per festeggiare i 40 anni dallo sbarco sulla luna, e la Festa di Liberazione con tanto di balera! Esilarante! Ho letto anche per la prima volta un numero di Piazza Grande, il giornale scritto dalle persone senza dimora di Bologna. Da lì ci siamo spostati verso Ferrara e Comacchio e il giorno successivo abbiamo visitato il Parco Storico di Monte Sole, per ricordare la Strage di Marzabotto. In Emilia non ho fatto altro che fotografare le targhe di commemorazione per i partigiani, piuttosto rare dalle mie parti... Di ritorno a Siena, oltre a cenette varie in ottima compagnia, aperitivi, concertini jazz, un pò di lettura, film all'aperto in Fortezza e qualche corsetta qua e là, ho finalmente visto il fantastico Vinicio Capossela in concerto ad Arezzo (i biglietti facevano parte del regalo di Michele per il mio compleanno), un'esperienza sicuramente da ripetere!
Ora sono nuovamente a casa e devo necessariamente rimettere la testa sui libri anche perchè presto dovrò iniziare a lavorare sulla tesi...Eh sì, si comincia ad intravedere la "fine" anche per me!

Vi lascio con le parole del grande Subcomandante Marcos, tratte dal suo dicorso d'apertura al primo incontro intercontinentale per l'umanità e contro il neoliberismo del 27 luglio 1996:

Questi siamo noi.

L'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

La voce che si arma per farsi sentire.

Il volto che si nasconde per mostrarsi.

Il nome che tace per essere pronunciato.
La stella rossa che chiede all'uomo e al mondo di ascoltare, vedere, nominare.

Il raccolto del futuro nel passato.
Dietro il nostro volto bruno.

Dietro la nostra voce armata.

Dietro il nostro nome innominabile.

Dietro di noi, che voi vedete.

Dietro di noi, voi.
Dietro ci siamo noi, gli stessi uomini e donne semplici e normali che si ripetono in tutte le razze, si dipingono di tutti i colori, si parlano in tutte le lingue e vivono in tutti i luoghi.
Gli stessi uomini e donne dimenticati.

Gli stessi esclusi.

Gli stessi emarginati.

Gli stessi perseguitati.

Noi siamo voi stessi.

Dietro di noi, voi.

Dietro il nostro passamontagna c'è il volto di tutte le donne escluse.

Di tutti gli indigeni dimenticati.
Di tutti gli omosessuali discriminati.

Di tutti i giovani disprezzati.

Di tutti gli emigranti picchiati.

Di tutti gli imprigionati per la parola e il pensiero.

Di tutti i lavoratori umiliati.

Di tutti i morti di oblio.

Di tutti gli uomini e le donne semplici e ordinari che non contano, che non sono visti, che non sono nominati, che non hanno domani [...]

[...] Fratelli e Sorelle, sulla montagna ci hanno parlato le tombe e ci hanno raccontato storie antiche che ricordano i nostri dolori e le nostre ribellioni.
I nostri sogni non finiranno finchè avremo vita.

La nostra bandiera non si arrenderà.

Sempre vivrà la nostra morte.

Così dicono le montagne che ci parlano.

Così parla la stella che brilla a Chan Santa Cruz.

Così ci dice che i cruzob, i ribelli, non saranno sconfitti e proseguiranno il loro cammino insieme a quanti sono nella costellazione umana.

Così ci dice che sempre verranno gli uomini rossi, i cha-chac-mac, la stella rossa che aiuterà il mondo a essere libero.

Così ci dice la stella che è montagna.
Un popolo che è cinque popoli.
Un popolo che è stella di tutti i popoli.
Un popolo che è uomo ed è tutti i popoli del mondo.

Verrà a unirsi alla lotta dei mondi che si fanno persone.

Perchè l'uomo vero e la donna vera vivano senza dolore e le pietre si facciano tenere [...]

Potremo continuare per la strada giusta se noi, che siamo voi, cammineremo insieme.

sabato 13 giugno 2009

Quelli che restano...


Non c'era nulla da fare, e se ne rodeva.
Si erano odiati per secoli qui, e sempre si odieranno, fra
queste stesse case, davanti agli stessi sassi bianchi del Basento e alle stesse grotte di Irsina. Oggi erano tutti fascisti, si sa. Ma questo non voleva dir nulla. Prima erano nittiani o salandrini, e risalendo nel tempo, giolittiani o antigiolittiani, della Destra o della Sinistra, per i briganti o contro i briganti, borbonici o liberali, e prima ancora, chissà. Ma questa era la vera origine: c'erano i galantuomini e c'erano i briganti, i figli dei galantuomini e i figli dei briganti. Il fascismo non aveva cambiato le cose. Anzi, prima, con i partiti, la gente per bene poteva stare tutta da una parte, sotto una bandiera particolare, e distinguersi dagli altri e lottare sotto una veste politica. Ora non ci resta che le lettere anonime, e le pressioni e le corruzioni in Prefettura. Perchè nel fascismo ci stanno tutti. -Io, vede, sono di una famiglia di liberali. I miei bisnonni sono stati in prigione, sotto i Borboni. Ma il segretario del fascio, sa chi è? E' il figlio di un brigante. Proprio il figlio di un brigante. E tutti gli altri che gli tengono bordone, e che adesso comandano il paese, sono tutti della stessa risma. E a Matera è la stessa cosa. Il consigliere nazionale N., di qui, è di una famiglia che teneva mano ai briganti. Anche il barone di Collefusco, il padrone di tutte le terre qui attorno, il proprietario del palazzo sulla piazza, chi è? Lui sta a Napoli, si sa, e da queste parti non ci viene mai. Non lo conosce? I baroni di Collefusco sono stati, di nascosto, i veri capi del brigantaggio, nel '60, da queste parti. Erano loro che li pagavano, che li armavano.

[...]
La lotta dei signori tra loro non ha nulla a che fare con una "vendetta" tramandata di padre in figlio; nè si tratta di una lotta politica reale, fra conservatori e progressisti, anche quando, per caso, prende quest'ultima forma. Naturalmente ciascuno dei due partiti accusa l'altro dei peggiori delitti. [...] La verità è che questa continua guerra dei signori si trova, nelle stesse forme, in tutti i paesi della Lucania. La piccola borghesia non ha mezzi sufficienti per vivere col decoro necessario, per fare la vita del galantuomo. Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano più. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l'avidità li rendono malvagi. Questa classe degenerata deve, per vivere (i piccoli poderi non rendono quasi nulla), poter dominare i contadini, e assicurarsi, in paese, i posti remunerati di maestro, di farmacista, di prete, di maresciallo dei carabinieri, e così via. E' dunque questione di vita o di morte avere personalmente in mano il potere; essere noi o i nostri parenti o i nostri compari ai posti di comando. Di qui la lotta continua per arraffare il potere tanto necessario e desiderato, e toglierlo agli altri; lotta che la ristrettezza dell'ambiente, l'ozio, l'associarsi di motivi privati o politici rende continua e feroce. Ogni giorno partono da tutti i paesi di Lucania lettere anonime alla Prefettura. E la Prefettura non ne è malcontenta, anche se affetta il contrario. -A Matera fanno finta di voler appianare le nostre liti...Ma in verità fanno il possibile per fomentarle. Hanno istruzioni in questo senso da Roma. Così tengono in mano tutti, con la minaccia o la speranza. Ma che abbiamo da sperare?- e qui il gesto caratteristico della mano, che vuol dire: niente.
-Qui non si può vivere. Bisogna andarsene.


(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

sabato 30 maggio 2009

...




Dopo questo lungo periodo di astinenza da blog rieccomi qui tra voi!
Vi ho pensati spesso ma non ho avuto a disposizione Internet e da quando sono tornata, oltre a sistemare casa ed il resto, ho dovuto riordinare anche un pò le idee. La mia permanenza a Siena è stata deliziosa, naturalmente grazie alla speciale accoglienza di Michele e del suo amico/coinquilino Marchino...
Eccovi la mia giornata tipo dell'ultimo mese: sveglia alle sette, colazione abbondante, corsa alla fermata del Pollicino (direzione biblioteca della facoltà di Lettere), mattinata di studio. Alle dodici e trenta riunione con un gruppo di amici per andare a mensa (la grande mensa Bandini!). Dopo pranzo caffè al bar Romana, io semplice con tanto di cioccolatino, rigorosamente alto e al vetro per Michele. Nel pomeriggio di nuovo studio, con qualche pausa qua e là (soprattutto nelle belle giornate il giardino adiacente alla biblioteca è stato una continua tentazione), fino alle sette...Qualche aperitivo all'ex pub australiano (con del buon vino o al massimo della birra) e finalmente a casa! Dopo gionate così piene siamo riusciti a stento a vedere qualche bel film per poi crollare dalla stanchezza.
Abbiamo rimesso a nuovo ed inaugurato il terrazzo di casa anche per la stagione estiva di quest'anno e non sono mancati pranzetti e cenette in ottima compagnia.

Per la Festa della Liberazione siamo andati al Festival Resistente a Grosseto (due giorni di musica, teatro e immagini dedicati alla Resistenza) dove i Vincanto hanno presentato uno spettacolo di alcuni brani della Resistenza e canti di lotta e di lavoro. Personalmente, ho gradito soprattutto lo spettacolo pomeridiano dedicato ai bambini con un cantastorie munito di marionette, clown e giocolieri. Con rammarico ho dovuto constatare che tra le persone che hanno partecipato al festival i giovani della mia età erano in netta minoranza...

Ho partecipato ad un incontro dell'Arcipelago ŠCEC (Solidarietà ChE Cammina) per capire meglio questa "nuova filosofia" ed alla fine ho deciso di aderire e dar fiducia al progetto che ci propone di passare dall'economia della distruzione (Denaro creato con tasso interesse) all'economia del Donare attraverso lo SCEC che non rappresenta altro che un metro della Solidarietà ChE Circola in una comunità che ha scelto di rinunciare ad una percentuale del prezzo pagato con il Denaro. Date un'occhiata al sito, ne vale la pena!

Come ho già detto non sono mancati i film. Tra quelli che ho più gradito: Uccellaci e Uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, La Zona (2007) diretto da Rodrigo Plà, Paradise Now (2005) di Hany Abu-Assad che racconta gli ultimi due giorni di vita di due kamikaze palestinesi ed in fine cinque documentari di Riccardo Iacona sui più disparati argomenti/problemi d'attualità tanto per tirarci sù di morale.
Al cinema invece siamo andati a vedere Che - l'Argentino di Steven Soderbergh ed è mancato poco che ci addormentassimo in sala. L'interpretazione di Benicio Del Toro (benchè fiscamente somigli molto al Comandante) è stata a mio avviso alquanto mediocre. Il film scorre poco e si sofferma troppo su particolari irrilevanti...Tuttavia mi manca ancora la seconda parte (Che - Guerrilla).
Ieri sera invece, ho visto con mio fratello ed alcuni amici il film Si può fare (2008) di Giulio Manfredonia con Claudio Bisio, ve lo consiglio vivamente...E' un'esilarante commedia -che lascia spazio anche alla riflessione- ambientata nella Milano dei primi anni '80 dopo la chiusura dei manicomi con la legge Basaglia.

Per quanto riguarda la lettura, sto per finire L'ottava vibrazione di Carlo Lucarelli. Il romanzo è ambientato nella Massaua del 1896. Lucarelli intreccia storie di amori, tradimenti e perversioni con molta abilità...Il tutto mentre il colonialismo italiano si avvia verso la sua più clamorosa sconfitta: la battaglia di Adua. Ho finto invece per motivi di studio (ma non per questo li ho letti con meno piacere) La Tregua di Primo Levi e Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi del quale avevo già avuto la fortuna di apprezzare la bellissima versione cinematografica del 1979 diretta Francesco Rosi.

Beh...Per grandi linee penso di avervi parlato di tutto, sicuramente dimentico qualcosa, ma avrò tempo per rimediare. Vi lascio con un piccolo regalino che con la bella stagione sono certa sarà di vostro gradimento: la ricetta della sensazionale granita al limone di mia nonna che tuttora sta riscuotendo grande successo in quel di Siena...

Ingredienti:
mezzo litro d'acqua, 200 grammi di zucchero, 3 limoni

Procedimento:
mettere acqua, zucchero ed il succo dei tre limoni in una pentola, grattuggiare la buccia di un solo limone ed aggiungerla al resto. Portare il tutto ad ebollizione e mettere in congelatore per almeno dodici ore. Quando la granita sarà congelata per servirla basterà "grattare" la superficie con un cucchiaio.

Buona granita a tutti!

martedì 17 marzo 2009

Certi verdini


Vorrei condividere con voi questo passo tratto dal libro di Michele Mari Tu, sanguinosa infanzia.
Mi ha completamente rapita e l'ho letto in mezza giornata.
Quella che riporto è la parte che più ho sentito mia... Per quell'intesa e quella sintonia, quasi maniacale, che solo una madre con un figlio può avere, quella ricercata e solenne solitudine, il gusto nel dilapidare il tempo trionfando sul mondo, la gelosia delle proprie emozioni, nel preservare la loro segretezza e la loro esclusività e per amore di quella
misteriosa dolcezza di certi verdini...
Buona lettura e buon inizio settimana miei diletti.

Il primo puzzle rappresentava un paesaggio andino di anonimo spagnolo del diciannovesimo secolo, settecentocinquanta pezzi. Mia madre era l'architetto e il capocantiere, io uno scalpellino. Le mie mansioni erano solo servili: raggruppare in un angolo tutti i pezzi celesti, cercare nella scatola un certo pezzo tribolato, orientare diversamente il coperchio che riproduceva l'immagine. Con didascalico zelo mia madre commentava il proprio operato per rivelarmi il metodo che lo sottendeva: non rimestare caoticamente nella scatola ma scrupolosamente scostare, rivoltare, isolare; suddividere certe classi di pezzi per colorazione o per grana, allogandole in tazze, pentolini, piattini; deporre dolcemente il pezzo nella sua sede senza volervelo incastrare; comporre prima la cornice poi le figure più facili incominciando dai loro contorni infine i cieli ed i prati partendo dalla linea del loro confine; sapere quando smettere di ostinarsi su una determinata zona per aprire un fronte novello; ricordarsi che di norma un pezzo quadrilobato cade in un quadrato centrale di sedici pezzi per lato, alternare lo sguardo negativo allo sguardo positivo, dialetticamente contemperando la ricerca del pieno di cògnito vuoto e del vuoto di cògnito pieno; non fidarsi alla prima compatibilità delle forme, dei colori e delle linee ma scetticamente supporre in via prudenziale una diabolica coincidenza, e in mancanza dell'ultima certezza astenersi.
La scuola del rigore, il rigore di quella scuola... Ebbi il privilegio di mettere un pezzo solamente alla fine del puzzle successivo, un Hans Holbein da mille: il quintultimo, mi fu concesso, con un margine di incertezza e di responsabilità che lasciandomi la facilità del debutto non me ne togliesse l'emozione. Per arrivare a collocare quel pezzo avevo dovuto imparare a tenerlo dai lati come si tengono le fotografie: deponendolo ebbi la sensazione che si sciogliesse nel quadro come una goccia di mercurio. Il corretto inserimento di quel pezzo segnò la mia iniziazione alla sublime disciplina, il cui fascino severo mi si sarebbe rivelato per gradi fino al punto in cui, come nello studio del greco antico o dell'algebra, la competenza si sveste della tecnica per diventare fonte animalesca di piacere. Mia madre era, notoriamente, un mostro di bravura: nel volgere di due anni acquisii sufficiente destrezza per impegnarla in competizioni che, comunque risolte a suo favore, non erano del tutto prive di incertezza. In capo al terz'anno avevo raggiunto il suo livello. Passati altri tre anni, nel momento stesso in cui risolsi brillantemente l'arduo nodo esegetico di un falso cono d'ombra in un Altdorfer da quattromila, mi disse che ero diventato il più bravo. Commosso, negai: ella mi abbracciò, mi confidò che fin dalle prime prove aveva avuto la certezza di quell'evento, mi vaticinò la gloria dell'ultima soglia, la rarefazione elisia. Oggi che sono solo e che quella soglia è mia so che per qualche istante della sua vita ella dovette averne una fugace visione, tanto le si illuminava lo sguardo quando mi parlava di quella fantastica larva, l'abolizione della tecnica, l'assolluta purificazione del gesto, la fisica, prementale conoscenza del destino di un pezzo qualsiasi, la sua immediata collocazione non già nell'economia dei pieni e dei vuoti ma nella nudità dello spazio, alla giusta, alla sola intersezione delle coordinate virtuali.
Spesso sono visitato e travolto dalle simultanea memoria di tutti i puzzle eseguiti prima di arrivare dove mi trovo ora, Cézanne, Pontormo, Corot, Zurbaràn, Friedrich, Vermeer, Morandi, Klee, Pisanello, Van Gogh, Bruegel, Rembrandt, Goya, Van Dyck, fu anche per imparare la storia dell'arte in maniera non scolastica, attraverso i dettagli e la fisicità delle pennellate; in questo mia madre mi tacciò la via senza esitazione, facendomi capire fin dai primi tempi che qualunque soggetto non pittorico avrebbe involgarito la nostra disciplina fino a svuotarla di senso. Per una forma di pudore in cui si fondevano la pietà e il disgusto non mi parlò mai esplicitamente di puzzle con soggetti fotografici: ma io sapevo che le sue perifrasi alludevano a quegli obbrobri, e mi turbavo all'idea di tanta bassezza. La sua intransigenza fu subito la mia: non meno imbarazzato, non posso posare lo sguardo su una di quelle scatole senza provare lo scandalo dei Padri della Chiesa nei confronti dgli eretici.
Mia madre che da molti anni si teneva sopra la quota dei cinquemila pezzi, ridiscese a livelli inferiori per il tempo necessario alla mia educazione. Una volta risalita a cinquemila, pervasa da nuova giovinezza, contenne a stento la sua febbre, e dopo avermi lasciato familiarizzare con quella quota mi trascinò con sè su per le altitudini. Ottomila, diecimila, dodicimila pezzi, il massimo cui fosse mai giunta. Tante volte mi aveva parlato di quell'antico dodicimila che quando lo portò giù dal solaio, e io capii che lo avremmo rieseguito insieme, mi sentii risucchiato alle radici stesse del mio destino. Era il grande polittico di Grünewald conosciuto come Polittico Isenheim; incominciato la sera di Natale e condotto al ritmo di duemila pezzi al giorno fu concluso, e immediatamente disfatto, entro il termine del capodanno. Questa era un'altra delle leggi fondamentali dell'arte , ultima in ordine di applicazione ma prima dal punto di vista logico e ontologico: non potersi considerare ultimato e inverato ilpuzzle se non dopo il suo scioglimento, e precisarsi: il suo
immediato scioglimento; e scendere per corollario: andare ogni istante di indugio, dopo la prosa dell'ultimo pezzo, a detrimento del senso e quindi del valore dell'intera esecuzione, come cosa che avrebbe potuto metterne in dubbio la assoluta gratuità. Sulla coscienza di tale gratuità, pezzo dopo pezzo, si fonda il piacere e l'orgoglio dell'adepto, che in questa assenza di scopo purifica il proprio animo allegerendolo del carco di durezze che nascendo sortiamo. Per questo si dovrebbe intraprendere un puzzle non per "passare del tempo" - che rimarrebbe comunque una forma di interesse e di giustificazione ab externo - ma solo per amore di tale cimento in se stesso, così come non sa cosa sia la lettura chi apre un libro per altro che sia il puro piacere di leggere. E dunque codesta verità imparai da mia madre: che il momento più idoneo ad incominciare un nuovo puzzle è quando siamo oberati di impegni, nell'urgenza affannosa delle cose serie, delle cose sode: quale trionfo sul mondo, allora, dedicarsi a quella sceientifica dilapidazione del tempo! Ma appunto perchè l'inutilità sia perfetta occorre che l'opera si dissolva nel momento stesso in cui si completa e completandosi si reifica: certo chi ne differisce la distruzionelo fa per contemplare ancora un pò il risultato: ma per quanto la contemplazione possa illudere del contrario, essa non è mai disinteressata. Noi infatti sappiamo che la vista del ricomposto dipinto, lungi dal rimanere un'esperienza neutra, inocula nell'esecutore l'impura idea di aver agito a quel fine - la contemplazione, appunto - e non per la devozione al bello-inutile, a quel certo tipo di bello-inutile-metodico di cui si sta qui discorrendo. Eppure - anche di ciò mia madre mi avvertì per ambagi - esistono persone che completato un puzzle lolasciano gioni e giorni sul tavolo, alla mercè visiva loro e di chiunque altro. E persone ancora più depravate che non lo disfanno mai, e che per questo incollano tutti i pezzi su un cartone o una tavola di legno sottile. E persone, infine, che arrivano al punto di appendere a una parete quella cosa tremenda, quell'aberrazione che è un puzzle incollato.
Sì, l'ortodossia del puzzle era minacciata da quelle oscenità - l'eresia fotografica, l'eresia conservativa, l'eresia incollativa, l'eresia appenditiva - e a meglio fronteggiarle mia madre ed io non solo rispettavamo la legge ma anche ne professavamo un'interpretazione restrittiva. Secondo tale interpretazione, il puzzle non doveva
mai essere esibito ad estranei nemmeno casualmente, ma, come cosa affatto segreta, dovere rimanere impartecipato durante l'intera sua parabola. A tal fine, considerandosi estranei anche i familiari più stretti, essere necessario al titolare di puzzle svolgere la propria attività in camera chiusa con divieto di accesso; e nell'impossibilità di interdire l'accesso, essere sommamente raccomandabile l'abitudine di coprire il lavoro, durante le pause, con un serico velabro.
Se pertanto il devoto di essere chiamato a praticare una solenne solitudine, perchè solo nella solitudine il fruscio di quei minuscoli pezzettini si tramuterà in sermocinante sussurro. Un conto erano i puzzle a quattro mani, nei quali mia madre ed io collaboravamo come una sola persona: ma quando uno di noi aveva il personale suo proprio, mai l'altro avrebbe preteso aiutare, mai pur incombere con losguardo come a suggerire di avre visto una mossa. Nondimeno era pressochè impossibile, passando vicino all'opera incustodita dell'altro, resistere alla tentazione di inserire almeno un pezzo: in tal caso era però deontologico, prima di andarsene, disinserire quel pezzo ricollocandolo là donde lo si era prelevato, e a suo tempo avvertire: "Ti misi un pezzo, tel tolsi". Entrambi, del resto, avevano raggiunto un tale dominio della materia che anche la più piccola alterazione non ci sarebbe sfuggita.
La solitudine... La solitudine del prigioniero, la solitudine del demiurgo. Seguendo le orme materne imparai la frammentorietà del mondo e la discontinuità dell'essere, imparai ingenuamente le vie della gnosi, imparai che non si dà sapere che non riconduca il molteplice all'uno e non dia forma all'informe; che le monadi tengono della favola perchè nessun frammento potrà mai esaurire il disegno; che sconnesso dalla sua sede ogni ente decade: e tuttavia e finalmente, che al senso del cosmo non concorre qualità od essenza qualsia ma solo il principio di quantità nelle sue determinazioni di computabile somma e di istoriabile serie. Giustapporre, associare, legare per congruenza di forme assecondando le analogie ed esaltando le compatibilità! Decifrare gli enigmi non sulla mistica strada dei filosofi e dei teologi ma con l'animo del cartografo e dell'archivista, del lessicografo e del naturalista! Capire che il grande sapiente non è Platone, ma Ramusio, non Hegel, ma Linneo! Intravedere una linea analitica al faustismo! Per questo, per questo miraggio di una estensione orizzontale del sapere servivano puzzle sempre più grandi.
In Italia non si reperivano scatole superiori ai dodicimila pezzi. Esauriti tutti quelli disponibli sul mercato, mia madre ed io ci trovammo presto nella penosa condizione di dovere attendere che la ditta produttrice ne distribuisse di nuovi: poichè questo avveniva a un ritmo assai più lento della nostra velocità di esecuzione, ne conseguiva che se non volevamo aspettare troppo dovevamo ripiegare su pezzature da diecimila o ottomila in vero ormai umilianti. Certo potevamo riaffrontare un dodicimila già fatto, ma questa del rifacimento era questione troppo delicata perchè potessimo introdural così alla leggera nei nostri discorsi; pur non condividendo l'intransigenza di grandi maestri che si erano pubblicamente pronunciati contro l'ipotesi ripetitiva, una replica era così troppo dubbia perchè noi due non la effettuassimo senza disagio.
Quando su un catalogo specializzato trovammo notizia di una Tentazione di Sant'Antonio in quindicimila pezzi prodotta da una piccola ditta alsaziana per il bicentenario del Museo de Arte antiga di Lisbona ne ordinammo immediatamente due copie, quali poi svolgemmo ognuno per conto proprio con soddisfazione suprema; in quell'occasione anticipai mia madre di un giorno e una notte. Fu poi la volta di una Ronda di notte in ventiquattromila pezzi, acquistata per telefono da una Casa d'Aste di Buenos Aires; il catalogo non recava indicazioni di fabbrica, così fu una vera rivelazione, all'apertura del pacco, scoprire che si trattava di un esemplare unico al mondo , realizzato nel 1930 da un artigiano per un amatore uruguagio. Del quadro di Rembrandt avevamo già avuto un'esperienza da cinquemila: la diversità fu tale da farci giurare reciprocamente che mai avremmo lasciato alcunchè di intentato pur di concederci ancora un simile piacere.
Fu così che ebbe inizio la nostra rovina economica. Divenimmo intrinseci di fotografi d'arte, stampatori e fustellatori, cui commissionammo ogni nostro antico sogno: la Cisterna di Sironi in diciottomila pezzi, il particolare della targa di un cavallo di Fattori in ventimila, una china acquerellata di Kubin in venticinquemila, un Velàzquez e un de La Tour in trentamila, il Giudizio Finale di Roger Van der Weyden in quarantamila, la Pietà di Duccio da Buoninsegna in cinquantottomila, una livida alba di Turner in settantaduemila. E come quelle montagne di pezzettini non erano mai abbastanza alte, così non c'era tavolo che offrisse una base sufficiente. Già diecimila pezzi erano considerevoli problemi di spazio: superare tale soglia significava dover ricorrere a piani sospesi e paranchi mobili, oppure lavorare direttamente per terra, oppure ancora, quando nemmeno il pavimento è capace, accettare di ripartire il puzzle in settori da eseguire separatamente in più stanze o in più tempi. Allora, percorrendo stretti camminamenti fra i mosaici e le tessere sparse, ci aggiravamo dentro la casa come posatori bizantini, in volumi perpetuamente invasi dalla sospensione del pulviscolo di cartone che ogni puzzle lascia in residuo; ho il sospetto, anzi la certezza, che quell'aereo plancton non facesse bene alla nostra salute: ma noi lo si attraversava a cuor leggero, e quando i raggi del sole lo illuminavano ci sembrava una... una chiamata.
La nostra ansia di perfezione non conosceva limite. Se già da molti anni avevamo preso l'abitudine di rinunziare a guardare l'immagine di riferimento (tanto da arrossire all'idea che c'era stata un'età precedente in cui avevamo indulto a quella pratica volgare), e se in concomitanza della penuria dei dodicimila eravamo talvolta ricorsi all'espediente di mescolare insieme i pezzi di due identici puzzle da seimila (che poi identici non essendo per via dell'irripetibilità di ogni trafilatura non consentivano l'intercambiabilità dei pezzi, moltiplicando al contrario, per necessità sceverativa, i fronti ambigui del cimento), ora mia madre ed io ci inoltrammo nell'esplorazione di più fantastiche vie. Ordinammo quattro puzzle da venticinquemila raffiguranti ciascuno una diversa Madonna del Giambellino: discioltili in un unico serbatoio, conoscemmo l'ebrezza di assegnare tutti quei blu ai quattro simillimi ma differenti panneggi. Decidemmo di realizzare un puzzle a scacchiera, mettendo un pezzo sì e uno no in modo che si toccassero solo con gli spigoli: saggiato con un Sebastiano del Piombo da ventimila, il metodo fu perfezionato con un Gauguin da trentottomila, nella quale occasione eseguimmo anche una seconda scacchiera, complementare e negativa della prima. Ci spingemmo in questa direzione fino a stabilire di disporre i pezzi secondo una complessa successione algoritmica: ma di questo esperimento, di cui per altro fu oggetto un semplice Seurat da diecimila, non serbo un ricordo significativo. E naturalmente, eseguivamo puzzle capovolti, di ogni dimensione e pezzatura; per elevare alla sua potenza tale difficoltà, facemmo fustellare cartoni grigi su entrambi i lati con politura e patinatura double-face. Nell'impossibiltà di aumentare a dismisura il numero dei pezzi ci aveva preso come una mania sottrattiva: abolita l'immagine, fu giocoforza pervenire alla completa abolizione della dimensione visiva, risultato che ottenemmo operando al buio per mera sensibiltà digitale; su questa strada, tuttavia, ed è cosa che non posso rivelare senza una certa pena, mia madre non fu in grado di seguirmi fino in fondo. Dal canto mio, giunsi invece a lavorare con un paio di guanti per mortificare la virtù dei polpastrelli.
Fra un puzzle e l'altro solevamo svagarci con esercizi mnemonici, il più elementare dei quali consisteva in questo: prelevato un pezzo da una delle centinaia di scatole, uno di noi invitava l'altro a riconoscerne la provenienza; la risposta andava articolata come segue: "Paul Cèzanne, Paesaggio normanno, olio su tela, 1891, kunstmuseum di Berlino, trentamila unità, frammento di tronco di quercia"; "Simone Martini, La maestà, affresco, 1315 circa, Palazzo Pubblico di Siena, quarantamila unità, frammento di aureola dell'Arcangelo Gabriele".
Adesso si è fatto veramente tardi. Potrei raccontare ancora tante cose, ma non ne ho la voglia nè il tempo: vi dico che è tardi.

Di tanta memoria, di tutta la mia memoria, scelgo di portarmi nel nulla quel cortese fruscìo, le screpolature nell'oro delle tavole medioevali, la misteriosa dolcezza di certi verdini.

venerdì 13 marzo 2009

L'intelligenza non avrà mai peso...

Rieccomi qui tra voi...Per impegni improrogabili ho dovuto abbandonare il blog e poi, come qualcuno ha detto, ogni tanto una pausa è salutare no?!
Colgo l'occasione di questo tranquillo sabato sera a casa per parlarvi un pò...
Negli ultimi giorni ho avuto modo di vedere il documentario di Claudio Lazzaro Nazirock che racconta dall'interno la destra radicale usando come filo conduttore la musica rock, un rock però di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza e richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano. Ciò che più mi ha colpito sono state le interviste ai giovani che partecipavano al "meeting politico" organizzato da Forza Nuova svoltosi a Viterbo nel Lazio. Ragazzi dallo sguardo tutt'altro che criminale guidati da chi sa strumentalizzare benissimo la loro voglia di giustizia e la loro smisurata ignoranza (“Gli ebrei deportati a Roma? Non lo sapevo. L’olocausto? Si, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo”). Come dice Lazzaro "c’è l’industria della paura che li aiuta a sbagliare: una destra politica, i Fiore, i Borghezio, i Romagnoli, che prospera su rancori e pregiudizi, fomentandoli. E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio. La paura s'insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni. Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare barriere di classe, queste le risposte difensive che vengono proposte". Sul palco si susseguono militanti e leader di varie nazionalità, tra i più applauditi sono Luigi Ciavardini, uno degli autori della Strage di Bologna e Andrea Insabato responsabile dell'attentato dinamitardo del 2000 alla sede del Manifesto...Il tutto sulle note degli Hobbit che intonano un vero e proprio inno alla violenza negli stadi anticipando i sanguinosi scontri di Catania e la morte dell'Ispettore Filippo Raciti.
Tanto per rimanere in tema, ho iniziato a leggere A.C.A.B. (All Cops are Bastards) di Carlo Bonini ma riservo i miei commenti a quando l'avrò terminato mentre non posso fare a meno di lodare Marco Tullio Giordana. Dopo aver visto i suoi film I cento Passi (2000) e La Meglio Gioventù (2003) che rimangono tra i miei preferiti, qualche giorno fa, ho avuto modo di vedere Pasolini, un delitto italiano (1995). Trattasi di un semi-documentario che racconta la morte di questo grand'uomo, le pessime indagini ed il primo processo. Pasolini, intellettuale di spessore inestimabile, appare solamente nelle immagini del massacro, in fotogafie, nella lettura dei suoi versi e dei suoi articoli. Doloroso e commovente il film ricostruisce le dinamiche di un delitto tutto politico, tutto italiano, frutto del bigottismo, delll'ignoranza, dell'odio...Pier Paolo Pasolini era colpevole perchè "comunista ed omosessuale", perchè coraggioso e trasparente, tutte qualità che, ahimè, rimangono ancora oggi scomode.
Il film si chiude con un estratto da "La Guinea",
Poesia in forma di Rosa, in "Bestemmia", recitata dallo stesso Pasolini, sempre più attuale che mai:


"...L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce..."


lunedì 23 febbraio 2009

Tempi Moderni




Ieri sera, dopo un'intensa giornata di studio, ho visto questo capolavoro di Charlie Chaplin,
Tempi Moderni (1936) ...In alcune parti, mi son ritrovata a ridere da sola, come una stupida, mentre altre mi hanno quasi commossa. Chaplin è tremendamente espressivo, sono i suoi occhi, il suo corpo, i suoi gesti a parlare, quasi non ci si accorge di guardare un film muto. Adorabile!
Gli anni sono quelli della recessione, della chiusura delle fabbriche...In America la grande depressione intristiva e impoveriva la popolazione e l'economia mentre in Europa già tiravano venti di guerra. Quella di Charlot è una visione innocente, come quella di un "bambino" che non si trattiene dal denunciare pubblicamente le assurdità e contraddizioni del mondo, la durezza e le ingiustizie della società moderna...
Simbolo di quell'alienazione umana provocata dall'avvento della società industriale e capitalista, Chaplin fu espulso dagli Stati Uniti al grido di "cane rosso" condividendo lo stesso trattamento riservato al grande Ejzenstejn messo alla porta dalla parte più nera di Hollywood, da quell'America antisemita e reazionaria in quanto "assassino e brigante bolscevico", "grave minaccia per gli Stati Uniti"...
Il fim è sensazionale, un'opera d'arte!

Per il mio prossimo esame dovrò vedere anche Metropolis di Fritz lang (1926), Gandhi di Richard Attemborough (1982) e Freud, passioni segrete di Jhon Huston (1962) mentre ho già visto Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci.

Stanca e sognante, ho bevuto il mio infuso di camomilla, miele e vaniglia (stenderebbe anche un elefante!) e sono letteralmente crollata.

Questa mattina appena sveglia, mentre gustavo il mio caffè, ho saputo inaspettatamente i risultati dell'esame scritto di Spagnolo ed è andato bene!
Quale miglior modo d'iniziare la giornata?!
Penso proprio che passerò questo pomeriggio a prendermi cura di me. Ne sento proprio il bisogno.
Leggerò qualcosa, ascolterò un pò di musica ed andrò in palestra...

Il tutto con molta calma.

Ora scappo che altrimenti resto a digiuno!

Un bacio a tutti!

p.s. si sente che sono contenta eh!? :D

lunedì 16 febbraio 2009

A coloro che verranno


Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l'ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d'alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l'uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell'affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m'autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

"Mangia e bevi!", mi dicono: "E sii contento di averne".
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d'acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all'amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l'odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l'ira per l'ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertold Brecht

venerdì 16 gennaio 2009

La felicità porta fortuna


Sai una cosa?

- Cosa?

Noi siamo fortunate...

- Sì, è vero....Però la fortuna te la crei tu, non credi Poppy?

In alcuni è vero...Ma altri perdono il treno fin dall'inizio...

- Già è dura diventare adulti eh!

Sì è vero...E' un lungo viaggio.

...

- Fammi sapere quando arriviamo!

Tranquilla te lo dico io...Tu continua a remare che io continuo a sorridere...


Il dialogo è tratto dal film di Mike Leigh La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky (2008). Avevo intenzione di vederlo già da tempo e finalmente ce l'ho fatta! Una cosa è certa, mette di buon umore e regala anche un pò d'ottimismo, che di questi tempi ne abbiamo davvero tanto bisogno...Ambientato in un'insolita Londra solare e colorata, con la favolosa interpretazione di Sally Hawkins, autoironica, spontanea ed anche un bel pò Kitsch. Un vero mix esplosivo!
A chi l'ha già visto posso dire che il personaggio che più mi ha colpito è l'istruttore di guida, a dir poco esilarante e soprattutto mooolto paziente! Proprio quello che ci vuole per imaparare a guidare...

Avevo bisogno di ricaricarmi per iniziare una nuova lunga settimana di lavoro (i prossimi esami attendono!) e così sabato ho partecipato ad una bella cena tra amici. Ieri sera invece come menù pizza ed un sacco di risate. Il tutto accompagnato da un leggero mal di schiena...Sabato pomeriggio devo aver esagerato un pò con gli addominali in palestra e questi sono i risultati! Nulla di grave comunque, conto di poter tornare in piena forma domani stesso.

Auguro a tutti un buon inizio settimana, sperando che sia produttiva! A presto...

giovedì 8 gennaio 2009

Eh sì...Le vacanze sono proprio finite.

I libri sono lì sulla scrivania che mi chiamano e le giornate iniziano lentamente a riprendere la consueta forma. Non che mi dispiaccia più di tanto, in verità, ma queste fasi di transizione, soprattutto i saluti, mi suscitano sempre un pò di malinconia...
Ieri sera abbiamo mangiato qualcosa nel nostro ormai affezionato localetto e poi siamo andati a trovare l'amico pianista, che spesso ci ha allietato in queste sere, con una buona bottiglia di moscato ed un vassoio di cantucci.
Michele è ripartito stamani, dopo avermi regalato altri momenti eccezionali...
Ed io son di nuovo qui tra voi, in questo caro angoletto, con buoni propositi e tanta energia.

Per sta sera vi lascio con due chicche: il film di Roberto Faenza che ho visto qualche sera fa, Jona che visse nella balena (1993), tratto dal romanzo autobiografico Anni d'infanzia. Un bambino nei lager dello scrittore Jona Oberski.
In più, eccovi questo spettacolare cortometraggio di Mark Osborne, More (1998).
Racconta la storia di un inventore che vive in un mondo squallido e senza colori. Il suo è un lavoro duro e disumanizzante e la sua unica salvezza è il ricordo della felicità d'infanzia. Di notte, lavora in segreto su un'invenzione che potrebbe aiutarlo a far rivivere quei ricordi e ad estendere la loro gioia a tutti. Riuscirà addirittura a cambiare il modo in cui le persone guardano il mondo.
Ma sarà il suo stesso successo a fargli perdere una parte importante di sè...
Buona visione ed a presto!

sabato 27 dicembre 2008

Disoccupate le strade dai sogni


"Dormite, dormite, gente pasciuta e attonita della mia Germania, e anche voi dell'Europa, gente ben pensante, dormite sereni, come morti. Il mio grido non vi può svegliare... Non si svegliano gli abitatori di un cimitero"


Tratto da Ulrike Meinhof...Sesso...femminile...comunista di Dario Fo e Franca Rame...In quarta di copertina sul libro di Alois Prinz, Disoccupate le strade dai sogni regalatomi da Michele insieme ad una stupenda borsa in pelle di un bel rosso magenta.
Oltre ad essere la biografia di Ulrike Meinhof, è un "viaggio alla scoperta di una delle stagioni più dibattute della storia recente, dove una rigorosa ricostruzione si accompagna alle voci dei protagonisti e di intellettuali come Camus, Hesse, Brecht, Böll, Adorno, Sartre, Feltrinelli e Wagenbach". Disoccupate le strade dai sogni è il titolo di un album di Claudio Lolli del 1977, oltre che un verso della canzone Incubo numero zero in cui parla della Meinhof.
Spero che oggi avrò finalmente un pò più di tempo per leggerlo...

In questi ultimi tre giorni non ho avuto un attimo di respiro, queste festività sono a dir poco invadenti, sconvolgono le sane abitudini. Diventano pesanti, in tutti i sensi, soprtattutto per chi come me è abituato a passare parte del suo tempo da solo. Non fraintendetemi, ho adorato poter stare in compagnia dei miei cari ma realizzo sempre più di aver assoluto bisogno dei miei spazi e soprattutto dei miei momenti di silenzio per star bene...

Fortunatamente sono riuscita a trovare un paio d'ore per vedere Persepolis, film d'animazione storico-autobiografico, premiato al festival di Cannes 2007, della fumettista iraniana Marjane satrapi, costretta a lasciare la sua famiglia e ad espatriare in Francia per fuggire da un regime sempre più oppressivo. Attraverso gli occhi di Marjan, bambina di nove anni, si assiste alla Rivoluzione Iraniana ed all'ascesa al potere dei fondamentalisti islamici...
Non aggiungo altro e v'invito vivamente a vedere questa geniale sintesi di qualità grafica, difesa dei diritti, di dolore e d'ironia...Se siete interessati potete leggerne la trama qui.

Vi auguro di trascorrere nel migliore dei modi le restanti vacanze e vi abbraccio tutti con affetto.

A presto miei cari...