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martedì 15 settembre 2009

...E lo show continua...


"Nel Gennaio 1968 un terremoto distrusse alcuni villaggi della povera e travagliata valle del Belice, nella Sicilia nordoccindentale. Oltre 500 persone morirono e 70 mila rimasero senza tetto. Giuseppe Saragat, allora presidente della Repubblica, promise immediatamente che il governo avrebbe fatto tutto il possibile per aiutare la gente privata della casa dal terremoto. Il Parlamento stanziò fondi rilevanti per la ricostruzione del Belice. Nove anni dopo, 60 mila persone della valle vivevano ancora nelle baracche prefabbricate erette subito dopo il terremoto. Erano state costruite grandiose e surreali strutture: strade che non portavano in alcun posto, cavalcavia usati solo da greggi di pecore, passaggi pedonali per pedoni inesistenti; ma nel frattempo non una delle nuove case promesse agli abitanti dei villaggi era stata consegnata. Gli ingenti fondi stanziati dal governo non vennero spesi, o furono malamente sprecati, o finirono di nascosto nelle tasche di qualche privato.
Nel dicembre 1975, don Antonio Riboldi, parroco di Santa Ninfa nel Belice, organizzò l'invio di 700 lettere da parte dei bambini delle scuole elementari del Belice a senatori e deputati del Parlamento. Vale la pena di riprodurne una, inviata da Giovanna Bellafiore a Giulio Andreotti, seguita dalla risposta dell'onorevole. Questa corrispondenza, a conclusione del capitolo, viene citata non a titolo di accusa personale nei confronti di Andreotti, ma come esempio dell'inerzia e dell'incapacità dello Stato. [...]

Santa ninfa, 16 febbraio 1976

Caro on. Andreotti Giulio,
io sono Giovanna Bellafiore, la bambina che le ha scritto per Natale, ma lei non mi ha risposto, questa è una cosa ingiusta. Io vivo in una baracca di 24m quadrati ed è solo una stanza. Ci piove sul letto, sull'armadio e sui piatti messi ad asciugare. Forse non mi ha risposto perchè il problema è scottante. La prego di interessarsi di noi, cosa che finora non ha fatto nessun onorevole. La luce nelle baracche manca spesso e così anche l'acqua. Voi onorevoli abitate in una casa comoda con riscaldamento e non potete capire la vita che conduciamo noi baraccati, dove manca lo spazio per ogni ogni cosa per studiare, per giocare e anche per le sedie per sedersi a tavola. Lei lo sa che io per mangiare a tavola mi siedo sul letto di papà e mamma? Infatti il tavolo è quasi attaccato al letto. Se lei non crede alla mia lettera La invito per una settimana a casa mia a pranzo e a dormire.
Perchè non si interessa nessuno per noi terremotati? La prego di non buttare via questa mia lettera perchè aspetto finalmente una sua risposta e la prego di discuterne in Parlamento con gli altri onorevoli.
La saluto

Giovanna Bellafiore


Roma, 26 febbraio 1976

Cara bambina,
ho ricevuto la tua letterina del 16 febbraio, mentre non ho mai avuto quella che mi dici avermi scritto per Natale. La vicenda del Belice è purtroppo una dolorosa e non facilmente spiegabile procedura amministrativa. I fondi per la ricostruzione furono stanziati prontamente. Tre anni più tardi venne una delegazione a Roma ed aprendemmo che vi erano difficoltà di piani regolatori e di altri aspetti urbanistici. Nel 1972 quando ero presidente del consiglio radunai i sindaci del Belice e feci adottare tutte le misure che chiedevano.
So che in questi giorni un gruppo di studenti di S.Ninfa è stato a Roma ed ha potuto spiegare alle massime autorità la situazione. Mi auguro che si arrivi alla soluzione. Ma forse è bene che tu chieda al Sindaco di scrivermi se c'è qualcosa che io, come ministro o come deputato, possa fare in proposito. Condivido la tua pena per il disagio di una sistemazione che avrebbe dovuto essere provvisoria.
Con i miei saluti ti invio una bambola. I miei figli sono ormai grandi e comprare un giocattolo per te mi fa tornare indietro con gli anni.

Aff.mo Giulio Andreotti".

Tratto da P. GINSBORG, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi, 2006, p.466-468.

venerdì 13 marzo 2009

L'intelligenza non avrà mai peso...

Rieccomi qui tra voi...Per impegni improrogabili ho dovuto abbandonare il blog e poi, come qualcuno ha detto, ogni tanto una pausa è salutare no?!
Colgo l'occasione di questo tranquillo sabato sera a casa per parlarvi un pò...
Negli ultimi giorni ho avuto modo di vedere il documentario di Claudio Lazzaro Nazirock che racconta dall'interno la destra radicale usando come filo conduttore la musica rock, un rock però di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza e richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano. Ciò che più mi ha colpito sono state le interviste ai giovani che partecipavano al "meeting politico" organizzato da Forza Nuova svoltosi a Viterbo nel Lazio. Ragazzi dallo sguardo tutt'altro che criminale guidati da chi sa strumentalizzare benissimo la loro voglia di giustizia e la loro smisurata ignoranza (“Gli ebrei deportati a Roma? Non lo sapevo. L’olocausto? Si, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo”). Come dice Lazzaro "c’è l’industria della paura che li aiuta a sbagliare: una destra politica, i Fiore, i Borghezio, i Romagnoli, che prospera su rancori e pregiudizi, fomentandoli. E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio. La paura s'insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni. Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare barriere di classe, queste le risposte difensive che vengono proposte". Sul palco si susseguono militanti e leader di varie nazionalità, tra i più applauditi sono Luigi Ciavardini, uno degli autori della Strage di Bologna e Andrea Insabato responsabile dell'attentato dinamitardo del 2000 alla sede del Manifesto...Il tutto sulle note degli Hobbit che intonano un vero e proprio inno alla violenza negli stadi anticipando i sanguinosi scontri di Catania e la morte dell'Ispettore Filippo Raciti.
Tanto per rimanere in tema, ho iniziato a leggere A.C.A.B. (All Cops are Bastards) di Carlo Bonini ma riservo i miei commenti a quando l'avrò terminato mentre non posso fare a meno di lodare Marco Tullio Giordana. Dopo aver visto i suoi film I cento Passi (2000) e La Meglio Gioventù (2003) che rimangono tra i miei preferiti, qualche giorno fa, ho avuto modo di vedere Pasolini, un delitto italiano (1995). Trattasi di un semi-documentario che racconta la morte di questo grand'uomo, le pessime indagini ed il primo processo. Pasolini, intellettuale di spessore inestimabile, appare solamente nelle immagini del massacro, in fotogafie, nella lettura dei suoi versi e dei suoi articoli. Doloroso e commovente il film ricostruisce le dinamiche di un delitto tutto politico, tutto italiano, frutto del bigottismo, delll'ignoranza, dell'odio...Pier Paolo Pasolini era colpevole perchè "comunista ed omosessuale", perchè coraggioso e trasparente, tutte qualità che, ahimè, rimangono ancora oggi scomode.
Il film si chiude con un estratto da "La Guinea",
Poesia in forma di Rosa, in "Bestemmia", recitata dallo stesso Pasolini, sempre più attuale che mai:


"...L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce..."


giovedì 22 gennaio 2009

Una storia argentina


Questo articolo che vi propongo di leggere è su un fumetto il cui protagonista è l'Eternauta, un eroe perso nell'eternità, un eroe reale che s'incarna nel suo stesso sceneggiatore.
Una storia inquietante, di dolore, del terrore, di libertà depredata, di silenzi, di coraggio e di resistenza...
Una storia per non dimenticare la Guerra Sucia (guerra sporca) e i desaparesidos.
Una storia come tante altre purtroppo.


Nel linguaggio dell'eternauta, quest’anno Héctor Germán Oesterheld (Hgo) compie 89 anni. Figlio di un ebreo tedesco e di una basca spagnola, Hgo è nato a Buenos Aires il 23 luglio 1919. La data della morte è sconosciuta. Nella storia drammatica dell’umanità, forse l’eufemismo più orribile è quello di desaparecido. “Non sono vivi né morti: sono scomparsi”. Quest’aforisma si deve al dittatore argentino Jorge Rafael Videla. Hgo è un desaparecido, il numero 7.456 della lista Conade (Commissione nazionale sui desaparecidos). Si sa che la vigilia di Natale del 1977 i suoi sequestratori gli tolsero il cappuccio e lo lasciarono a occhi scoperti per cinque minuti. Hgo salutò uno per uno i suoi compagni di prigionia e cantò con un giovane detenuto-desaparecido la canzone Fiesta di Joan Manuel Serrat. Anche le sue figlie sparirono: prima Beatrice (19 anni), poi Diana (23 anni), poi Estela (24 anni) e per ultima Marina (18 anni). Hgo è uno dei più straordinari creatori di avventure del novecento. Con lui è cambiato il profilo dell’eroe. L’Eternauta, la sua opera principale, una storia commovente e profetica, va oltre le frontiere della politica e dei generi letterari. E ogni giorno diventa un classico per i suoi lettori. È un’opera omerica del fumetto che mette in discussione il genere umano. “Dopo aver letto Oesterheld non possiamo più accettare di leggere delle cose qualsiasi”. Non l’ha affermato un critico qualunque in un raptus di magnanimità. Lo ha detto El Negro. L’ha detto Roberto Fontanarrosa. Rispettato da ogni tifoseria, da quelli del River e del Boca, e su qualsiasi campo di calcio o di letteratura. Anche in fondo e a sinistra, in qualsiasi redazione, dove di solito siedono i censori. E i cinici. La storia di dove si siedono i censori è di Enrique Medina. Medina ebbe il coraggio di andare nell’ufficio della censura, proprio prima del colpo di stato, a chiedere notizie del suo libro Las hienas. Che astuzia. E poi ricevette una telefonata: “Ma sei stupido!”. Che mania questa degli eufemismi. La paura che mettono gli eufemismi. Meglio sentirsi dire: “Il tuo becchino ha inito le ferie”. Ma torniamo a noi. Ci sono due grandi industrie nella storia dell’Argentina: il calcio e il fumetto. El Negro Fontanarrosa era un esperto di entrambe. Il miglior racconto di calcio che ho mai letto è la storia di Cardaña, il numero 5 del Peñarol, prima soprannominato El Hombre e poi, più precisamente, El Hombre de Neanderthal. Cardaña, rozzo e sentimentale, per beneficenza va a trovare in ospedale un bambino in condizioni gravi. Quel piccolo tifoso, che ha i giorni contati, accoglie il suo idolo come merita: “Brutti figli di puttana, come potete perdere con quelle schiappe del Nacional?”. Ecco come scriveva El Negro: non cedeva di un centimetro, neanche una lacrima gratis. Fu lui che disse: “Dopo Oesterheld come la mettiamo?”.

Scrivere come un pazzo
Quando studiava geologia all’università, lavorava già come correttore e scriveva storie come un pazzo. Quando lavorava come esperto di oro e platino per il Banco de crédito industrial de la República Argentina scriveva articoli e storie come un pazzo. Quando vagava sui monti e sulle pianure come Robinson Crusoe scriveva storie come un pazzo. Gli offrirono di lavorare a Topolino e accettò, perché non era un apocalittico della cultura e quello che gli piaceva era scrivere storie come un pazzo. Scrisse letteratura per l’infanzia, molta sotto lo pseudonimo di Sánchez Puyol. Fu l’epoca d’oro di quel genere narrativo nell’Argentina degli anni quaranta e cinquanta, con Gatitos e Bolsillitos. Gli piaceva scrivere per l’infanzia. “I bambini sono trattati sempre come degli stupidi”. Fu anche l’epoca d’oro del fumetto argentino, quando fondò con il fratello Jorge la casa editrice Frontera e uscirono due pubblicazioni che avrebbero fatto la storia. Hora Cero e Frontera. Avevano una tiratura di circa centomila copie. Cos’aveva a che fare Hgo con l’industria culturale? Scriveva come un pazzo. In trent’anni scrisse le sceneggiature di almeno centocinquanta serie di fumetti collaborando con una cinquantina di disegnatori. Sempre prolifico ed esigente. Perché scelse il fumetto? Avrebbe potuto essere un grande scrittore? È bello parlare con Martín Mórtola e Fernando Oesterheld, i suoi nipoti. “Voleva demolire l’artificiosa opposizione tra alta e bassa cultura. Non aveva pregiudizi elitari. Voleva arrivare alla gente e non lo considerava un obiettivo incompatibile con la qualità. Questa è un’altra delle lezioni dell’Eternauta, un’opera d’avanguardia che ha raggiunto le persone, una grande avventura e una letteratura straordinaria”...Jorge Luis Borges era ammaliato dall’universo Oesterheld. Inoltre Hgo era uno straordinario creatore di fantascienza non troppo fantastica. “Leggeva le riviste scientifiche più all’avanguardia di tutto il mondo”, ricorda Elsa Sánchez, sua moglie. Ha riempito l’Argentina e altri paesi di gente interessante. Ray Kilt, Sargento Kira, Indio Suárez, Bull Rocket, Ernie Pike, Ticonderoga, Randall, Sherlock Time. E il gruppo, l’eroe collettivo, dell’Eternauta.
Quando passò alla clandestinità e sapeva di essere perseguitato da Loro, cosa faceva Oesterheld? “Scriveva come un pazzo”. Gli diedero la caccia, lo fecero sparire, gli succhiarono il sangue. Cosa faceva Oesterheld? Ana María Caruso, dalla prigionia del centro clandestino di detenzione chiamato Sheraton, riuscì a scrivere una lettera che compare nel rapporto Nunca más della Commissione nazionale sui desaparecidos: “Adesso è con noi El Viejo, l’autore dell’Eternauta e del Sgt. Kirk. Ve lo ricordate? Il povero vecchio passa le sue giornate a scrivere fumetti che inora nessuno dà segno di voler pubblicare”. Scriveva come un pazzo.

Fango sugli stivali
Nessuno, dopo aver letto l’Eternauta, potrebbe più accettare di leggere delle cose qualsiasi. Cambia lo sguardo. È una di quelle opere che sanno “mordere nella stupidità” come piaceva a Franz Kafka. O come piaceva a Emil Cioran: “Un libro dev’essere un pericolo”. “Cosa fare? Cosa fare per evitare tanto orrore?”. Chi grida queste parole? È lo sceneggiatore, Oesterheld, alla fine dell’Eternauta. Non è fuori, ma dentro, in una vignetta. Una delle idee dirompenti di Oesterheld fu quella di entrare a far parte dell’opera come personaggio. Un coraggio formale che avrà molte conseguenze. Siamo nel 1957. Francisco Solano López (Buenos Aires, 1928) lo rende riconoscibile. Lo disegna con i suoi tratti. All’inizio della trama l’Eternauta appare allo sceneggiatore nella mansarda in cui lavora e gli racconta la sua storia di eroe perso nell’eternità. Alla fine l’Eternauta riesce a tornare a casa dalla moglie e dalla figlia, che lo rimproverano per averci messo mezz’ora a comprare il giornale. Mezz’ora? Lo sceneggiatore, Oesterheld, il nostro Hgo, cerca di dissuadere l’Eternauta. Tutto quello che gli ha raccontato, tutto quello che sta per succedere! La nevicata mortale, l’invasione guidata da un potere oscuro, Loro, che usano per i loro fini i terribili mostri e gli intelligenti kol, schiavi della paura, che a loro volta trasformano gli umani sopravvissuti in uomini-robot. Ma l’Eternauta non riconosce più lo sceneggiatore. Tornando nel passato, ha perso la memoria del futuro. La memoria passa allo sceneggiatore. Chi è adesso l’Eternauta? Siamo nel 1957. Hgo grida dal fumetto: “Cosa fare? Cosa fare per evitare tanto orrore?”. È la prima versione dell’Eternauta. Nel 1969 ci sarà una seconda versione, disegnata da Alberto Breccia, in cui le coordinate geopolitiche sono più precise. La pubblicazione solleva molte polemiche. La rivista Gente ne forza il finale. L’Eternauta diventa un personaggio inquietante, troppo verosimile. Nel 1976, con i disegni di Solano López, si pubblica un seguito dell’avventura, una seconda parte. È un processo pieno di ostacoli. Sceneggiatore e disegnatore si vedono appena. Hgo sente sul collo il fiato di Loro e detta capitoli dalle cabine telefoniche. Le ultime volte in cui va alla casa editrice Récord, che doveva pubblicare l’Eternauta II, si presenta sempre a orari assurdi, come un’ombra. A tradirlo è solo “la scia di fango secco dei suoi stivali” sul tappeto. Perché uno dei molti rifugi di Hgo era l’isola del Tigre.

La tecnologia infernale
Erano arrivati Loro, come l’Eternauta avrebbe chiamato i dittatori. Nel prologo di Ernesto Sábato al rapporto Nunca más, in cui si documentano gli orrori della dittatura e l’usurpazione dello stato da parte di una mafia in uniforme, c’è scritto: “Dalle informazioni in nostro possesso si desume che questa tecnologia infernale fu applicata da esecutori sadici ma ben inquadrati”. Insieme a migliaia di desaparecidos, la “tecnologia infernale” si portò via Hgo e le sue quattro figlie. Erano già passati alla clandestinità quando cominciò la dittatura argentina, che durò sette anni crudeli (1976-1983). L’unico cadavere che Elsa riuscì a recuperare fu quello di Beatriz. A 19 anni fu la prima vittima di Loro. Il 19 giugno 1976 Beatriz chiamò la madre e le dette appuntamento in un bar. Due giorni dopo sul treno, mentre Elsa andava al lavoro, un uomo molto nervoso con un vestito elegante si avvicinò per dirle che sua figlia era stata sequestrata da un “gruppo di lavoro” dell’esercito. Elsa Sánchez de Oesterheld cominciò il pellegrinaggio per ritrovare Beatriz, ma sull’Argentina era davvero caduta una “nevicata mortale”. Si scontrò con muri di silenzio. I conoscenti facevano finta di non conoscerla e perfino suo nipote Jorge Oesterheld, un sacerdote potente che oggi è portavoce della conferenza episcopale argentina, preferì “guardare dall’altra parte”. Elsa sapeva di essere diventata un pericolo per le figlie. Tutti i suoi movimenti erano sorvegliati per arrivare alle ragazze e a Hgo. In un certo senso anche lei era una desaparecida apparentemente in libertà. Lo sterminio programmato della famiglia di Hgo continuò: a Tucumán il 4 luglio 1976 scomparve Diana, 23 anni, incinta; il 27 aprile 1977 fu sequestrato Hgo e il 14 dicembre dello stesso anno sparì Estela, 24 anni. Nella sua ultima lettera, scritta quel giorno, dice: “Mammina: è un mese che Marina non è con noi”. Significa: Marina è scomparsa. Aveva diciott’anni.


La tortura metafisica

Loro, con le bande di gurbos, mostri e uomini-robot, applicarono la tecnologia infernale su scala industriale. Per far sparire i cadaveri usarono una variante dell’incinerazione: i voli della morte. Forse pensavano che la scomparsa sottomarina di migliaia di persone sarebbe stata inodore, innocua e impercettibile. Il più grande detective della storia, Sigmund Freud, scrisse: “Censurare un testo non è difficile, più difficile è cancellarne le tracce”. I carnefici ignoravano che anche il corpo umano è un testo. E questa è la verità di fondo dell’Eternauta, la ragione della sua forza a distanza di così tanti anni. “La persistenza dell’Eternauta di per sé è un modo per non dimenticare”, scrive Judith Filc. Nel primo anniversario del golpe militare, il 24 marzo 1977, un altro geniale eternauta argentino, lo scrittore Rodolfo Walsh, compagno e collega in molti sensi di Hgo, spedì per posta e distribuì clandestinamente la Carta abierta de un escritor a la junta militar (lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare). È uno dei pamphlet di denuncia più commoventi della storia, in cui Walsh fece conoscere al mondo la dimensione del genocidio: quindicimila desaparecidos fino a quel momento. “Siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica”. In questo contesto la parola metafisica, associata alla tortura, perde tutta la sua astrazione ed esprime l’incommensurabilità dell’orrore vissuto nella realtà. Durante una perquisizione della sua vecchia casa, dove viveva solo Elsa, l’ufficiale mostro al comando del “gruppo di lavoro” spiegò che stavano dando la caccia a Héctor l’ebreo. Elsa rispose che suo marito era figlio di un proprietario terriero tedesco e di una spagnola. Poi aggiunse: “E anche se fosse ebreo?”. Tra le cose che ispirarono Loro per mettere in pratica la “tecnologia infernale”, la tortura e la scomparsa forzata di migliaia di persone, come Hgo e le sue quattro figlie, ci sono alcuni metodi nazisti. Per esempio, un ordine di Hitler, il decreto Nacht und Nebel, notte e nebbia. Il testo di questo decreto, ricostruito dal tribunale di Norimberga, sconsigliava la consegna del cadavere della persona eliminata alla famiglia. L’obiettivo era “disseminare il terrore” per indebolire qualsiasi resistenza. Nel 1977, il periodo in cui Hgo fu detenuto, il generale Ibérico Saint Jean, governatore della provincia di Buenos Aires durante i fatti della notte delle matite spezzate (scomparsa e omicidio di un gruppo di adolescenti), dichiarò in pubblico e senza eufemismi: “Prima uccideremo i sovversivi, poi i loro simpatizzanti e per ultimi gli indifferenti”. Tra le migliaia di desaparecidos ci sono un centinaio di poeti, scrittori e sceneggiatori di fumetti. Un altro Loro, un collega militare del generale Ibérico, il comandante Luciano Menéndez che guidava il III corpo dell’esercito e fu il responsabile dei roghi di libri del 29 aprile 1976, dichiarò: “Così come distruggiamo con il fuoco la documentazione perniciosa che offende l’intelletto e la nostra cristianità, distruggeremo anche i nemici dell’anima argentina”. Loro, come Creonte, punivano oltre la morte. Gridando ad Antigone, alle figlie di Oesterheld: “Se la tua natura è amare, va’ tra i morti e amali. Finché io avrò vita non comanderà una donna”.

Ernie Pike
Quando creò Ernie Pike, uno di quei grandi personaggi che cambiarono il profilo dell’eroe rendendolo una figura complessa, fatta di carne e ossa e non d’acciaio, i primi episodi furono disegnati da Hugo Pratt. Quando vide il fumetto, Hgo rimase perplesso: il volto di Ernie Pike, corrispondente di guerra che mette sempre in dubbio le versioni ufficiali, era il suo. E lo videro anche i torturatori: riconobbero in Hgo Ernie Pike. E quindi ci andarono giù pesanti con Ernie Pike. Elsa Sánchez de Oesterheld mi racconta un’altra storia che la lasciò a bocca aperta. Qualche anno fa, nel 2002, alla ine di un incontro, le si avvicinò una donna, una dottoressa che era stata rapita, detenuta nell’Esma (la scuola di meccanica dell’esercito dove furono detenute circa cinquemila persone) e sopravvissuta alla prigionia. Le raccontò che un giorno Alfredo Astiz, un ufficiale dell’Esma noto come l’Angelo della morte, tirò fuori dal cassetto del suo tavolo un libro e le disse più o meno così: “Prendi e leggilo. È il miglior libro d’Argentina”. Era l’Eternauta. In quell’episodio uno dei personaggi si lamenta: “Tutti scomparsi… come se non fossero mai esistiti”.

Un incarico per Hgo
Siamo nel 2008. Il 23 luglio, se fosse ancora vivo, Héctor Germán Oesterheld avrebbe compiuto 89 anni. La sua condizione terrena è quella di desaparecido forzato. Fu sequestrato da uno di questi eufemismi criminali chiamati “gruppi di lavoro” e fu detenuto in almeno tre carceri clandestine, ovvero in dei non luoghi: Campo de Mayo, El Vesubio e Sheraton, dov’era conosciuto come El Viejo, il vecchio. Gli indizi e le prove circostanziali fanno presumere che Hgo morì all’inizio del 1978. Non c’è traccia del cadavere. Il rifiuto era la risposta sistematica che ricevevano le migliaia di ricorsi. Per quanto si sa, all’inizio Hgo fu maltrattato e torturato. Poi, su iniziativa di un militare, cercarono di coinvolgerlo nella stesura di una biografia del libertador San Martín. Oesterheld si era fatto conoscere come biografo. Già nel 1951, quando scriveva libri per bambini, Perón avrebbe voluto che lavorasse alla sua biografia. Lui riuscì a dire di no. La moglie Elsa pensa che da quando scrisse Che (Rizzoli 2007), illustrato da Alberto Breccia e da suo figlio Enrique, Hgo fu segnato. La biografia del Che fu pubblicata nel 1968, in piena dittatura di Onganía. L’editore gli aveva proposto di farla uscire come opera anonima, ma Héctor rispose: “Un personaggio come il Che non merita che un lavoro su di lui sia fatto di nascosto”. Il libro ottenne un successo immediato. La prima edizione andò a ruba in un mese, ma la casa editrice fu perquisita e Breccia e Oesterheld furono minacciati di morte. Poi avvenne una cosa strana. Ricevette una telefonata dall’ambasciata degli Stati Uniti. Gli proposero di scrivere qualcosa di simile, una biograia sullo stesso stile, altrettanto immediata e diretta, ma su John F. Kennedy. Hgo declinò l’offerta. Era già pronta quella di Evita. Non fu pubblicata: non ci sarebbero state più biografie. E adesso in prigionia se ne uscivano con San Martín! Non si sa a che punto arrivò né che ne fu dei suoi appunti. La vita di San Martín raccontata da Oesterheld? Probabilmente Loro si resero conto del possibile scivolone: se la biografia fosse stata portata a termine avrebbero dovuto far sparire San Martín. Le statue si sarebbero messe a parlare e sarebbero finite in fondo al mare.

Una strana visita
La tortura peggiore a cui sottoposero Oesterheld, a parte il tormento fisico, fu quella di mostrargli le foto delle figlie morte. Loro, come Creonte, punivano oltre la morte, mostrando i diversi cadaveri di Antigone. A Elsa restituirono solo il corpo della prima figlia uccisa, Beatriz, “quella che somigliava più al padre”. Poi sparì Diana, 23 anni, con il suo compagno, Raúl. Dopo fu la volta di Marina, diciotto anni. Sopravviveva Estela, la più grande, di 24 anni. C’è una testimonianza sul periodo di detenzione di Oesterheld nel carcere clandestino di Campo de Mayo. Juan Carlos Scarpatti disse: “Non lo conoscevo personalmente, ma attirò la mia attenzione. Lo vidi, diciamo, abbattuto, molto angosciato. Allora mi avvicinai e gli chiesi cos’aveva. Mi disse che gli avevano mostrato le foto delle figlie. Dei loro cadaveri”. Ma la notizia della morte di Estela e di suo marito – anche lui si chiamava Raúl – la ricevette quando i carcerieri dello Sheraton gli dissero che c’era una visita speciale per lui. L’hotel Sheraton, eufemismo per il non luogo, era un altro centro di detenzione clandestino che si trovava in un settore nascosto del commissariato di Villa Insuperable, all’interno della città. Era il 14 dicembre 1977. La “visita speciale” era di un bambino di tre anni, suo nipote Martín. Quel giorno avevano ucciso i suoi genitori. Ancora oggi Martín ricorda di essere rimasto seduto per ore con suo nonno in un “corridoio orribile con delle pareti di lattice blu brillante”. Difficile non vederlo come un episodio dell’Eternauta fatto piombare nella realtà. El Viejo e il nipote che ha conosciuto a malapena, insieme in un non luogo dove ti succhiano il sangue. Sono ottocento i bambini rubati all’epoca di Loro, e solo novanta sono riusciti a tornare alle loro famiglie di origine. Un’altra ramificazione della “tecnologia infernale”. Due nipoti di Hgo ed Elsa, i figli di Diana e Marina, sono desaparecidos. La comparsa di Martín nel non luogo, il fatto che qualcuno abbia deciso di portarlo dal Viejo, che tutti credevano morto, è un episodio che può avere un’interpretazione morbosa, ma può anche essere visto alla luce del l’Eternauta. Forse è stata opera di un kol. I kol, subalterni intelligenti di Loro, diventano disobbedienti quando la “ghiandola del terrore” smette di funzionare. Per una volta Oesterheld dette un indirizzo, quello dei genitori di Elsa. Martín fu portato dalla nonna. Antigone dalla morte mandava un segnale.

Il passerotto combattente
Ana di Salvo, psicologa, compagna di prigionia di Hgo nel centro di detenzione illegale del Vesubio, mi racconta che Oesterheld rimaneva sempre in disparte, diffidente. Parliamo del maggio del 1977, quindi non era da molto che lo avevano arrestato. “Ci dissero: ‘Arriverà El Viejo’. All’inizio non sapevo chi fosse. Non conoscevo la storia dell’Eternauta. Aveva un problema di pelle, era pieno di foruncoli in faccia e sulla testa. C’era una dottoressa tra le detenute. Gli diede una pomata, ma lui la riiutò. Era diffidente. Una notte in cui faceva molto freddo e stava dormendo sul pavimento di legno gli offrimmo una coperta. L’accettò. Ma sempre con un’aria di diffidenza. La mattina lo venivano a prendere e lo riportavano la sera. Ci raccontò che gli stavano facendo scrivere una storia su San Martín. Gli parlai di mio figlio Luciano. Gli chiesi di scrivermi una poesia, una storia per lui. Ma non ci fu tempo. Dopo avermi fatto sparire senza spiegazioni per 73 giorni, mi riportarono a casa. Pensi continuamente che stanno per ucciderti. Nel viaggio verso casa, guardando il paesaggio, uno dei sequestratori disse: ‘Buon posto per la caccia’. E io, non so perché, gli risposi: ‘Qui c’è il divieto di caccia, va rispettato’. Rimase perplesso. Le cose vanno così. Mio figlio Luciano, quando tornai, non voleva saperne di me. Pensava che l’avessi abbandonato di proposito. Un giorno gli comprai un racconto per bambini intitolato Chipió, el gorrioncito peleador (Chipió, il passerotto combattente). A Luciano piaceva molto la faccia di quell’uccellino. Imparò a leggere con lui e il libro ci riconciliò. Non sapevo che l’avesse scritto El Viejo: aveva usato uno pseudonimo. Molti anni dopo, in una mostra su Oesterheld, raccontai la storia a Martín, suo nipote, e lui mi disse: ‘In quel racconto c’era quello che mio nonno scrisse per tuo figlio’”.

L’ultima lettera
L’ultima lettera di Estela a sua madre fu scritta il giorno in cui fu uccisa, il 14 dicembre 1977. È breve, scritta in gran fretta ma curata, con una grafia che cerca di rimanere ferma. Ogni lettera, ogni appunto in quei giorni trasudava nervosismo. Si ha l’impressione che la lettera a Elsa sia anche una lettera che Estela sentì il bisogno di scrivere a se stessa. Non è dificile immaginarla mentre la rilegge a bassa voce tra sé e sé, sforzandosi di dare alla madre la notizia della morte di Marina senza nominare la morte. Come nell’Eternauta, il tempo della lettera è un continuum 4, una specie di futuro del passato: “Marina non è più con noi e questo dolore non lo si può più alleviare, in nessun modo, ma voglio che tu sappia che è morta eroicamente così come ha vissuto”. Consonanti e vocali si accatastano in un presente ricordato: “Credo che dobbiamo essere orgogliosi di lei, così come di Bi (Beatrice), Di (Diana) e Dad (Héctor), e voglio che tu sappia che sono orgogliosa anche di te (Elsa)”. Quest’ultima affermazione ha un significato forte. Va oltre la cortesia filiale. Tutte le persone a cui fa riferimento Estela sono scomparse. La felice nidiata di Beccar sta per essere sterminata. Elsa, la madre, antiperonista, razionale e intuitiva, “molto celta”, dice lei, non li aveva seguiti nel loro impegno rivoluzionario. Aveva discusso animatamente con Hgo, con l’uomo che amava. Sì, era d’accordo con lui. Era una gioventù meravigliosa: bella, colta, ribelle. La migliore generazione che l’Argentina avesse mai avuto. Come Héctor, Elsa passava da Mozart a Janis Joplin e, perché no, condivideva anche i gusti artistici di quella generazione, la libertà nello stile di vita, una sessualità senza tabù, l’avversione all’ingiustizia. Condivideva tutte queste cose, dice Elsa. Ma lei, la donna che era stata così felice a Beccar, in quella casa che era come un laboratorio dell’artista romantico, dove tutto “fremeva e cantava”, dove tutti approdavano e nessuno se ne voleva andare, dove nessuno voleva spegnere la luce, dove le ragazze si riiutavano di andare alle feste o nei locali perché c’era solo “gente stupida”, e allora volevano stare lì, a Beccar, con i loro amici e quelli dei genitori, disegnatori, musicisti, artisti, scrittori, gente che portava delle storie: lei, che aveva conosciuto il paradiso, riuscì a percepire con chiarezza il trambusto della macchina infernale che si stava avvicinando. Sì, discusse con Hgo. Non riusciva a digerire quella metamorfosi nell’Oesterheld che amava e ammirava, l’uomo tranquillo, illuminato, progressista e piuttosto libertario. Una trasformazione dovuta all’influenza degli amici anarchici spagnoli in esilio, quello sguardo antidogmatico che appartiene anche ai suoi eroi. Hgo non era affatto elitario. La sua stessa scelta letteraria, la sceneggiatura dei fumetti, lo dimostra. Ma provava ribrezzo per il populismo peronista. Hgo cambiò. La sua opera principale contiene anche delle tracce autobiografiche. Tra il primo Eternauta (1957) e la seconda versione (1969) c’è una rivoluzione di sguardo. I riferimenti geopolitici diventano più concreti: l’America Latina è abbandonata alla sua sorte e Loro, gli oscuri poteri cosmici, sono la grande potenza. Hgo diventò più radicale, d’altronde anche il mondo intorno cadeva a pezzi. Le pagine del calendario cadevano per paura e ribrezzo. Il golpe di stato di Aramburu, nel 1956, con l’Operación Masacre, che Rodolfo Walsh racconterà in modo brillante. Il golpe di stato di Onganía, nel 1966, quando i professori e gli alunni dell’università di Buenos Aires furono crudelmente presi a bastonate nel tragitto verso i camion della polizia. Il mandato di Lanusse, nel 1972, con il massacro di Trelew. In questo calvario di sfortunati fasti e catastroiche salvezze, il paese percepì una “scintilla di speranza” nella grande mobilitazione civile cominciata con il cordobazo (un movimento di protesta che si diffuse nel 1969 nella città di Córdoba). In seguito, chiamando in causa l’oftalmologia, potremmo dire che si passò da uno strabismo divergente a uno convergente. Il punto di convergenza fu ancora una volta Perón. Gran parte della sinistra argentina confluì nel peronismo. Per molti era la speranza possibile, un’alleanza contro Loro. E lì c’erano Hgo e le sue iglie. Elsa no: lei manteneva le distanze quando dalla musica si passava alle parole. E lì c’erano anche Rodolfo Walsh e le iglie Vicky e Patricia. Si parla quasi sempre di A sangue freddo, di Truman Capote, come prima opera della narrativa del new journalism. Ma è per ignoranza emisferica. La prima opera è stata Operazione massacro, di Rodolfo Walsh, nel 1957, l’anno in cui nacque anche l’Eternauta. Walsh, di origine irlandese, allora era anche antiperonista. Preferiva gli scacchi alla politica e anche alla letteratura. Ma un giorno, tornando a casa, udì il grido di un soldato moribondo: “Non lasciatemi solo, figli di puttana!”. Il ritorno di Perón, il grande giorno della resurrezione nazionale, passerà alla storia per il massacro di Ezeiza. Lì, all’aeroporto, cominciò lo sterminio della “gioventù meravigliosa”. Più di trenta morti e trecento feriti in quello che avrebbe dovuto essere il giorno più felice. La lusinga diventò condanna: la “gioventù imberbe”. Perón morì quando si avvicinava il giorno della “nevicata mortale”. Il padre della patria era tornato con la mummia di Evita e un suo fantasma, Isabel, manovrata da un sinistro prestigiatore, il segretario López Rega, organizzatore della Tripla A, che mescolò la stregoneria alla produzione industriale della morte. Si moltiplicò il doppio lavoro: molti di quelli che di giorno lavoravano come capi della polizia, la notte diventavano capi della Tripla A. Fino all’arrivo del grande eufemismo, il processo di riorganizzazione nazionale. In altre parole, fino al colpo di stato militare con la sua rete di influenti complicità. Era il regime di Loro. E si mise in moto, a pieno ritmo, la “tecnologia infernale”. Walsh denuncia: “La Tripla A sono oggi le tre armi, e la giunta che voi presiedete non è l’ago della bilancia tra ‘violenze di segno diverso’ né l’arbitro giusto tra ‘due terrorismi’, ma la fonte stessa del terrore che ha smarrito la strada e riesce solo a balbettare un discorso di morte”. La lettera di Estela a Elsa iniva dicendo: “C’è ancora molto da dare in questa vita e sono molte le ragioni per andare avanti”. Quel giorno, dopo che aveva inviato la lettera, la uccisero.

Oesterheld, Hugo Pratt ed Elsa
Lui scriveva a mano. Odiava la macchina da scrivere. Per questo ho imparato stenografia e dattilografia. Per aiutarlo. Dopo esserci sposati abbiamo vissuto quattro anni in un piccolo appartamento nel quartiere Desarrollo. Allora si occupava di minerali. Amava la natura aspra, selvaggia, la steppa deserta. Quando lo conobbi era un misantropo. Poi nacquero le bambine, una dopo l’altra. Disegnava già. ‘Papà, fammi un disegnino’. Scarabocchiava di tutto per loro. Leggeva di tutto. Era abbonato a riviste in tedesco, italiano, inglese e francese. Sapeva un sacco di cose. Gli interessavano tutte le scoperte scientifiche, tutto ciò che era al limite della fantascienza. Borges amava parlare con lui. Le ragazze lo vennero a sapere. Un giorno andarono tutti e cinque insieme a trovarlo. E stettero lì con lui, nella penombra della biblioteca nazionale. Sì, aveva una cultura straordinaria, enciclopedica. Un giorno Hugo Pratt gli mostrò molto soddisfatto alcuni disegni. Un nuovo eroe. Un soldato della conquista del west. Héctor gli disse: ‘Benissimo, ma dovrai ridisegnarlo. Non può avere quel tipo di arma. Il calcio della pistola non era così’. Hugo si sedette, fece un sospiro, gridò: ‘Lo uccido, lo uccido! Dimmi, Héctor Oesterheld, a chi importa com’era il calcio della pistola?’. ‘A me’, rispose Héctor. All’improvviso si alzò e andò verso il garage. Aveva libri dappertutto. Anche in garage. Ovunque. Leggeva sessanta o cento storie alla volta. C’era un pandemonio. Quando cercavo di mettere a posto, lui si disperava. Frugò nel caos. E alla fine tornò tenendo in mano quello che cercava. Lo passò a Hugo. ‘Ecco qui’, gli disse. ‘L’arma dev’essere così’. Era molto sportivo. Giocava a tennis. Il calcio gli piaceva, ma solo da guardare. Aveva una fissazione per lo stadio del River. Quando andava in centro passava sempre di lì. In quello stadio si svolge una battaglia decisiva dell’Eternauta. È stato un periodo idilliaco, un paradiso, quando stavamo in casa a Beccar. Questo l’ho già detto, vero? Quando sono arrivati i disegnatori italiani, ma questo è successo prima, anche quella è stata un’epoca meravigliosa. Tra loro c’era Hugo Pratt (mezzi matti gli italiani!). Era un ragazzo molto bello. Aveva un carisma unico. Tutti i giorni passava da casa nostra. Aveva sempre appetito. Gli preparavo qualcosa per cena. C’erano delle amiche che mi chiedevano: ‘Ma non ti sei innamorata?’. Se ne innamoravano tutte…”. E allora? Anche Elsa, l’Elsa che oggi ricorda, è in cucina a preparare qualcosa per cena. È facile immaginare, sulla soglia della porta della casa di Beccar, Corto Maltese, il mitico personaggio di Pratt. Mormoro: “Forse era lui a essere innamorato”. Elsa mi ascolta in silenzio. E chiude il discorso sugli amori con un gesto ironico, un’interiezione tracciata in aria.

La memoria
Marcelo Brodsky, l’artista e fotografo creatore del Parco della memoria di Buenos Aires, venne a conoscenza della scomparsa del fratello minore Rubén con una telefonata. Lui era in Spagna, in esilio. L’universo acquistò improvvisamente le dimensioni di una cabina telefonica. “L’assenza di una persona scomparsa non ha mai ine. Come spiegarlo alle nuove generazioni? Come narrare un simile orrore? Nel Parco della memoria ogni percorso è un nuovo modo per ricordare. Camminiamo tra scie che si sostengono l’una con l’altra, in cui il risultato è il prodotto di una combinazione”. Brodsky ha giurato di parlare sempre del fratello come se stesse ascoltando Julius Fucik, nel suo Scritto sotto la forca: “Che la tristezza non sia mai associata al mio nome”.

Elsa l’Eternauta
Quando Elsa ed Héctor si sposarono lui lavorava per una banca di credito minerario e analizzava campioni di metalli preziosi. Gran parte del suo lavoro era sul campo. Gli piaceva camminare. Camminare da solo nei grandi spazi. Con il vento della Patagonia in faccia. “È un lavoro duro, la solitudine del geologo può essere devastante, ho conosciuto persone che hanno cominciato a bere”, racconta Elsa. “Ma lui amava questo rapporto solitario con la natura. Amava tutto della natura. Le lumache ci mangiavano le rose e io gli chiedevo di metterci il veleno, ma Héctor diceva: ‘Anche loro hanno il diritto di vivere’. Io rispondevo: ‘Guarda che qui la celta panteistica sono io, ma non voglio che mi mangino le rose’. Gli offrirono un buon lavoro, ma avremmo dovuto separarci. Allora scelse l’editoria”. Elsa è nata a Buenos Aires da una famiglia di immigrati galiziani provenienti da un paesino vicino a Santiago, Loño. Nel 1983, quando passò da Loño, Elsa andò a vedere il loro granaio di legno, quello tipico della zona, di cui tanto le aveva parlato il padre. Si aspettava qualcosa di più monumentale. “Che c’è che non va?”, gli chiese lo zio. “È scrostato”. “Tua nonna non ha voluto che lo toccassero. Ha voluto che rimanesse come l’aveva fatto il figlio”. Il figlio era il padre emigrato di Elsa. Hgo passò da quel paesino nel 1962, facendo una “deviazione” da un viaggio in Germania. C’è una foto in cui è immortalato come il Robinson che era, camuffato tra l’erba del contadino mietitore. In Argentina i genitori di Elsa lavorarono sodo per andare avanti, ma avevano una passione: la musica. L’opera e la classica. Ascoltavano tutti i concerti che trasmettevano alla radio. Lo zio Pedro portava sempre un iore all’occhiello. La madre di Elsa leggeva García Lorca. L’aveva visto in un teatro di Buenos Aires stracolmo di persone, era stato accolto dalla folla in calle Corrientes. “Somiglio molto a mio padre. Sono Vicente Sánchez al femminile, estremamente impulsiva. Ero un maschiaccio. Poi subimmo un colpo terribile: mia sorella maggiore morì quando io avevo dodici anni. Studiai musica, danza classica e samba. È vero, tutti volevano ballare con me. No, Héctor non era un gran ballerino. Avevo diciassette anni e lui ventiquattro quando ci innamorammo”. Elsa parla come un libro aperto, che contiene la sua vita e quella degli altri. Il suo sguardo corre più veloce del tempo. Dall’appartamento di Buenos Aires si sente spesso il rumore del passaggio di qualche convoglio ferroviario. I treni, la luce mutevole del giorno, tutto sembra impegnarsi a seguire la velocità, l’intensità del ricordo di Elsa, che parla felice della sua adolescenza ballerina, danzando con le parole. Poi all’improvviso si gira e dice: “Anche gli psicologi si commuovevano. Tutta l’esperienza della psicologia non bastava per affrontare il nostro caso. Mi chiedono come ho fatto a resistere, come faccio a essere ancora viva. Non lo so. Sono qui per uno strano obbligo. Ho già provato tutta la paura del mondo”. All’altezza dei nostri occhi, sullo scaffale della libreria, c’è una foto che guarda verso di noi. Sono loro. Loro quattro. In casa a Beccar. Nell’ora azzurra. Le quattro ragazze Oesterheld. Tutta la bellezza del mondo.

( articolo di Manuel Rivas - Internazionale 776, 27 Dicembre 2008)

p.s. sull'argomento vi consiglio di vedere il film di Marco Bechis Garage Olimpo (1999) se non l'avete già fatto..."Un film concreto, duro e reale, che lascia intuire senza eccessi di sadismo la violenza dei garage illegali dove si detenevano gli oppositori al regime"...

domenica 26 ottobre 2008

Hasta pronto...


Miei cari colgo l'occasione per salutarvi...
Questa settimana andrò a Siena quindi sarò assente per quelche giorno.
Ad accogliermi, oltre a Michele naturalmente, ci sarà il caldo clima di protesta universitaria che avvolge la bella Siena, il che non mi dispiace affatto, visto che nel mio piccolo paese non si vede neanche l'ombra di uno striscione.

Giovedì ci aspetta il Convegno internazionale "GUERRA CIVILE SPAGNOLA. VOLONTARI TOSCANI nelle BRIGATE INTERNAZIONALI" che si terrà a Grosseto, al quale parteciperanno studiosi di tre paesi tra i quali anche Gabriele Ranzato, professore italiano di storia conteporanea all'Università di Pisa (considerato uno dei massimi eruditi della storia spagnola del ventesimo secolo, in particolare nella storia della seconda repubblica spagnola e la Guerra Civile).

La foto che ho scelto per il post, non a caso, è del fotografo ungherese Robert Capa che con i suoi reportage ha documentato la guerra civile spagnola ed altri conflitti bellici. E' stata scattata in Spagna, a Barcellona nel Gennaio del 1939 e ritrae la corsa al riparo durante l'allarme d'incursione aerea. La città stava per essere bombardata dagli aerei fascisti mentre le truppe del Generale Franco si avvicinavano rapidamente alla città.

Prometto che tornerò presto tra voi a raccontarvi com'è andata, non scappate eh!
¡ Hasta pronto compañeros ! =)

domenica 19 ottobre 2008

Il paradiso degli orchi


Ieri pomeriggio, per rilassarmi un pò, ho iniziato a leggere Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac. Un libro che avevo da anni e che solo ora ho deciso di prendere dallo scaffale...L'ho già quasi finito, le pagine scorrono veloci ed alcune parti sono anche molto divertenti.
Ho pensato di riportare qui uno dei punti più esilaranti per regalere due risate anche a voi:

Premetto che Benjamin Malaussène è un capro espiatorio: un uomo pagato per prendersi la responsabilità di qualunque guasto di qualunque oggetto venduto ai Grandi Magazzini. Ogni volta che viene chiamato all'Ufficio Reclami deve ripetere la stessa partitura: impietosire a tal punto l'acquirente da costringerlo a ritirare il reclamo.
Un giorno, Ben fa l'incontro che gli cambierà la vita. Incontra, nel reparto maglieria, una bellissima taccheggiatrice ed immediatamente si sente in dovere di proteggerla da Cazeneuve, l'addetto alla sorveglianza. Ribattezzata "zia Julia" (come tutte le altre ragazze che suole abbordare), la donna sta al gioco. Subito dopo si ritrova in terra: è scoppiata una bomba. Si ritrova sordo e viene così portato all'ospedale.
Ad attenderlo, all'uscita c'è la bella zia Julia.


"Fuori è notte inoltrata. Sto andando a piedi verso la metropolitana quando una macchina si accosta al marciapiede, mi raggiunge, mi suona il clacson. Un clacson degli anni cinquanta, di quelli che fanno "tutt". Mi volto: zia Julia, all'interno di una quattro cavalli giallo limone, mi fa gran gesti d'invito. - E' a piedi? Salga, le do un passaggio. salgo nella reliquia di zia Julia. -Le hanno fatto firmare un esonero? Anche a me. Si coprono le spalle è normale. Guida la quattro cavalli come un transatlantico, senza scosse. una vera prodezza, conoscendo il motore. Navighiamo verso il Père Lachaise. Intanto, zia julia parla. Parla, e io rivedo la porta verde mela e i corpi che si richiudono. Poi lo sguardo terrorizzato di Cazeneuve...Non ha niente ci metterei la mano sul fuoco. Un pò traumatizzato, tutto qui... -Scopavano come angeli! Angeli che scopavano? Quali angeli? Chi scopa? Zia Julia mi guarda con occhi velati di un' indicibile nostalgia. Dice: - I Sandinisti. Scopavano come angeli. Senza sosta. facevano l'amore ridendo. e quando godevano erano lunghe tirate roventi, fino alla totale estinzione del mio incendio. l'ho provato una sola volta, a Cuba, all'indomani della Rivoluzione. Avevo quattordici anni. Due giorni prima che il console mio padre si facesse cacciare. Dopo ci sono tornata, ma era tutto finito: c'era già l'erezione realista-socialista, il coito stakanovista... Tace per un momento. Il tempo per me di riprenedere fiato. ( E' stata la bomba ad averla messa in questo stato?) un semaforo rosso diventa verde. Zia Julia riparte insieme alla machina. adesso anche il Nicaragua è rovinato... il piacere costruttivo. Il viso, contratto in un'espressione di disgusto, all'improvviso si distende, e la bella voce rauca si rituffa in gioiose certezze: - Per fortuna ci saranno sempre i Moi, i Maori, i Satarè. Dico: - I Satarè? -I Satarè dell'Amazzonia brasiliana! Spiega: - hanno muscoli lunghi, precisi, ben disegnati. Le spalle e i fianchi non ti sciogliono tra le dita. l'uccello ha una morbidezza setosa che non ho mai trovato altrove. E quando ti penetrano si illuminano dentro, come dei gallè 1900, stupendamente ramati. E così, mentre una Parigi invernale e notturna scorre ai lati della nostra piroga, zia Julia espone il corpo sontuoso della sua teoria. secondo lei, solo i rivoluzionari all'indomani della vittoria e i grandi primitivi sanno scopare come si deve. Gli uni e gli altri hanno l'eternità in testa, scopano al presente dell'indicativo, come se dovessero durare per sempre. In qualsiasi altro posto al mondo, si fotte al passato o al futuro, si commemora o si costruisce, ci si perpetua o ci si moltiplica, ma nessuno si occupa di se stesso. La sua voca è diventata straordinariamenteconvincente. - Voglio dire occuparsi di sè, qui, dell'uno e dell'altro, in questo momento, di te e di me... Fari puntati su zia Julia. Non le tolgo più gli occhi di dosso. I suoi contorni sono iridati dalle luci della città. E poi, all'improvviso, mi appare tutta intera, nel bagliore di una vetrina di lampadari. (Mamma mia!...)

Abbiamo lasciato la macchina in doppia fila, abbiamo fatto i due piani di scale di corsa come se fossimo inseguiti, ci siamo buttati sul mio letto come nel laghetto di un'oasi, ci siamo strappati i vestiti come se fossero in fiamme, i suoi seni mi sono esplosi in faccia, la sua bocca si è richiusa su di me, la mia ha trovato il suo bacio palpiatnte del suo desideri Maori, le nostre mani hanno corso in ogni direzione, hanno accarezzato, impastato, stretto, penetrato, le nostre gambe si sono avvinghiate, le nostre cosce hanno imprigionato le nostre guance, i ventri e i bicipiti si sono inturgiditi, le molle del letto hanno risposto, la mia stanza ha riecheggiato, e poi, d'un tratto, la splendida testa leonina di zia Julia è emersa al di sopra della mischia, aureolata dell'incredibile criniera, e la sua voce, ora aspra, ha domandato: - Cos'hai?
Ho risposto: - Niente. Non ho niente. Assolutamente niente. Nient'altro che un misero mollusco rannicchiato tra le sue due conchiglie. Che non vuole tirar fuori la testa. Per paura delle bombe immagino. ma so di mentire a me stesso. In realtà la stanza è piena di gente. Affollata da scoppiare. Tutt'intorno al letto si ergono spettatori sull'attenti. E non sono spettatori qualsiasi! Tutta una schiera di Sandinisti, Cubani, Moi, Satarè, nudi come mamma li fece o in uniforme, cinti di balestre o di Kalashnikov, bronzei come statue, aureolati di polvere gloriosa. Ce l'ahho duro, loro! E con le mani sui fianchi, ci offrono un picchetto d'onore spesso, teso, arcuato, che melo ammoscia. -Niente, ripeto. Non ho niente. Scusami. E, non essendoci altro da fare, ridacchio. - Ah! E lo trovi anche divertente? Si può ridere proprio perchè non lo si trova affatto divertente. Glielo spiego. Mi scuso ancora. Le dico che siamo circondati da una giuria olimpionica e che non sono mai stato portato per le gare. Lei dice: - Capisco. Ora spiega a sua volta. La nostra disavventura sarà, tra l'altro, la conclusione dell'inchiesta sugli amori primitivi e rivoluzionari che deve consegnare per il prossimo numero di Actuel. - Ah, - dico, - perchè tu lavori ad Actuel. Sì, lavora lì. - Quello che uccide l'amore, vedi, è la cultura amorosa: a qualsiasi uomo verrebbe duro, se non sapesse che agli altri uomini viene duro. Provo ad accarezzarla mentre espone la sua teoria, ma lei scosta le mia mano. Niente surrogati. - Sì, la creatività viene soffocata dal riferimento... Dov'è Julius? Mi domando dov'è Julius. Dietro i fornelli di Hadouch probabilmente. Che vita di merda! Ti eslodono bombe sotto il sedere , una coalizione di Indiani ed eroi te lo taglia sul più bello, e il tuo cane adorato si abboffa tranquillamente al solito ristorante. Porco di un Julius, non ti conosco più. Per tre volte. Il rinnegamento di San Pietro. E proprio in quel momento, ovviamente, la porta della stanza si apre. Julius. Eh! sì, è Julius."

Ieri sera, invece, ho concluso la giornata guardando La storia delle brigate Brigate Rosse, nelle due puntate di Blu notte (il programma condotto da Carlo Lucarelli), edizione del 2007.
Se non le avete già viste, vi consiglio di procurarvele!

Auguro una buona domenica a tutti...

giovedì 3 luglio 2008

Il sergente nella neve



Colgo l'occasione, anche se un pò in ritardo, per dare il mio saluto allo scrittore Mario Rigoni Stern (scomparso il 16 Giugno) con una parte della fantastica interpretazione di Marco Paolini del suo libro autobiografico "Il sergente nella neve"...

"...Il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita..."

Mario Rigoni Stern









venerdì 30 maggio 2008

Mickey incontra Sergej

Sergej Ejzenstejn nel 1930 si fa fotografare a braccetto con Walt a Los Angeles...E' un'immagine sconvolgente. Che ci fa il regista della Corazzata Potemkin, di Ottobre, di Sciopero, il teorico del cinema mentale, il formalista, il genio del montaggio insieme al papà di Mickey Mouse? Un'associazione a delinquere. Entrambi violeranno l'ordine delle linee, della luce e dei suoni, saranno complici nel disegnare il reale. Disney entrerà nelle lezioni universitarie dell"ebreo moscovita"come modello ideale per il gioco dell'impossibile.

...Ejzenstejn è sbarcato il 12 maggio 1930 a New York diretto verso la California, dove sogna d'incontrare i miti dell'America, i protagonisti e gli eroi di una "Tragedia americana", il film che gli aveva commissionato la Paramount. Finirà per stringere soltanto la mano virtuale di Mickey Mouse. L'incontro con Walt è l'unico, o quasi, che ricorderà con piacere...Lo citerà nei suoi scritti come "il più interessante regista americano"...
Walt Disney è il solo con cui si sente a suo agio in mezzo alle detestabili cerimonie e agli abiti da sera mentre lui se ne va in giro col berretto da operaio russo e dà della "stupida" a Greta Garbo, quando gli chiede chi è un certo Lenin. Il comunista di Mosca snobba le star, evita le occasioni mondane, e fa un'eccezione oltre che per Disney, per Charlie Chaplin...Charlot e Mickey Mouse si assomigliano, dirà, sono due anticonformisti hollywoodiani, due indipendenti contro le major.

Al grido "cane rosso", "assassino e brigante bolscevico", "una grave minaccia per gli Stati Uniti", l'America antisemita e reazionaria chiede l'espulsione dagli Stati Uniti di Ejzenstejn che il 23 ottobre 1930 romperà l'accordo con la Paramount. Cacciato dalla parte più nera di Hollywood, non solo condividerà il trattamento riservato a Chaplin, anche lui"cane rosso" espulso dagli States, ma dirà del comune amico Walt Disney:"La sua arte è magnifica e allegra, scintilla di forme ricercate e brilla di una purezza accecante" Un'arte dai "trilli infinitamente inquietanti".



Ho voluto riportare qualche pezzo, a mio avviso molto interessante, di "Walt Disney-Prima stella a sinistra" di Mariuccia Ciotta...Buon fine settimana a tutti!

giovedì 8 maggio 2008

MAUS

"Maus" di Art Spiegelman...Ultimo libro regalatomi da Michele;
appena avrò un pò di tempo libero e finirò di leggere altro lo inizierò, m'incuriosisce molto ma non amo lasciare le cose a metà.

Nel frattempo studio filologia romanza e mi esercito per affilare il mio spagnolo non molto brillante...Nel tempo libero spero di riuscire ad andare a correre un pò e godere di queste belle giornate.
Sto facendo il pieno di caffè di giorno e tisane la sera.
Per fortuna mio padre, che qualche giorno fa si è infortunato cadendo a lavoro, si sta riprendendo alla grande! Niente di grave...come lui dice:"Papà è di ferro!"
Tra telefonate e qualche cenetta/uscita tra amici tutto procede per il meglio.
Per quanto riguarda il dipingere sto ancora scegliendo il soggetto che più m'ispira...

A presto!

domenica 27 gennaio 2008

Impossibile dimenticare...

dal film Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo

venerdì 16 novembre 2007

Quarto Concilio Ecumenico Lateranense

Data: 1215
Accettato da: Chiesa Cattolica
Concilio precedente: Concilio Lateranense III
Concilio successivo: Concilio di Lione I
Convocato da: Papa Innocenzo III
Presieduto da: Papa Innocenzo III
Partecipanti: 71 patriarchi e metropoli, 412 vescovi, 900 abati e priori
Argomenti in discussione: Crociate, Lotta per le investiture
Documenti e pronunciamenti: settanta decreti papali, transustanziazione , primato pontificio, condotta del clero, confessione almeno una volta all'anno, Quinta crociata

Il Concilio Lateranense IV fu il dodicesimo concilio ecumenico della Chiesa, il quinto celebrato dopo lo scisma d'oriente.
Fu convocato a Roma da papa Innocenzo III con la bolla Vineam Domini Sabaoth, emanata il 19 aprile 1213. Vi prese parte un numero eccezionale di prelati (i patriarchi di Gerusalemme e Costantinopoli e i rappresentanti di quelli di Antiochia ed Alessandria, oltre 400 tra vescovi e arcivescovi, circa 900 tra abati e badesse) e, cosa mai verificatasi in precedenza, i rappresentanti laici di Enrico, imperatore latino d'Oriente, Federico II, sovrano del Sacro romano impero, quelli dei re di Francia, Aragona, Inghilterra, Ungheria, Gerusalemme e Cipro e delle città lombarde.
Fu il papa stesso ad aprire i lavori del Concilio con un’accorata allocuzione introduttiva pronunciata l’11 novembre 1215: il 30 novembre dello stesso anno, nel corso della III sessione del Concilio, Innocenzo III presentò settanta canoni, già formulati, che i padri conciliari dovettero limitarsi ad approvare. Per il numero e la rilevanza delle decisioni sia di carattere dogmatico che disciplinare che vi vennero prese, è da considerare uno dei più importanti della storia della Chiesa:

-Venne ribadita la fede cattolica in Dio eterno e onnipotente, unico e in tre persone consustanziali, Padre, Figlio e Spirito Santo: il Padre non deriva da alcuno, il Figlio dal solo Padre, lo Spirito Santo da entrambi; venne introdotta l'espressione transustanziazione per indicare e definire il mistero eucaristico;
-Vennero condannate come eretiche le dottrine di Gioacchino da Fiore (di cui era in corso il processo di beatificazione), dei Catari, dei Valdesi: la repressione dell'eresia, affidata ai Vescovi e ai tribunali dell’inquisizione da loro dipendenti, venne elevata a legge generale della Chiesa;
-Fu stabilito il primato papale e l'ordine delle sedi patriarcali: patriarca di Costantinopoli (che al tempo era patriarcato di rito latino), patriarca di Alessandria, patriarca di Antiochia, patriarca di Gerusalemme;
-Venne data un’organizzazione più omogenea alla vita religiosa: gli ordini religiosi vennero invitati ad uniformare le Regole che governavano le loro comunità e venne loro imposto di istituire e riunire dei Capitoli Generali, sul modello di quello dei monaci di Citeaux. Inoltre, venne proibita l'adozione di nuove regole e la creazione di nuovi ordini;
-Ai chierici venne proibito il concubinato e ribadito l'obbligo al celibato; venne loro vietato di assistere a spettacoli di mimi e giullari, la caccia, l’ubriachezza, il gioco d’azzardo e l’esercizio della professione medica (che prevedeva di versare il sangue); si ribadì la condanna della Simonia;
-Si impose ai fedeli la confessione e la comunione annuale (il Precetto pasquale);
-Venne ribadita l'impossibilità per un laico di assegnare cariche religiose e venne proibito al potere secolare di imporre tasse al clero;
-Venne fissato al quarto grado di parentela il limite oltre il quale i consanguinei non potevano sposarsi;
-Venne stabilito come dovevano essere pagate le tasse al clero
-Si impose agli ebrei ed agli islamici che abitavano nelle città di indossare dei segni di riconoscimento.

Il concilio si concluse con la proposta del 14 dicembre 1215 di una nuova crociata in Terra Santa contro i musulmani: venne concessa l'indulgenza plenaria non solo a chi avrebbe combattuto, ma anche a quanti avessero solo finanziato le spedizioni. Innocenzo III morì pochi mesi dopo, pertanto la quinta crociata venne organizzata dal suo successore, Onorio III.
Questo concilio segna l'inizio di una nuova epoca nella storia della Chiesa cattolica, all'insegna del centralismo amministrativo e giuridico incentrato sul vescovo di Roma, dell'uniformazione al modello romano e dell'intransigenza verso le diversità di culto e liturgia, di opinione, cultura e religione.

da Wikipedia


Perdonatemi ma non ho saputo resitere...
Sono giorni che continuo a studiare sta roba e la meschinità e le sporche e subdole manovre della Chiesa per arrivare al potere, suo unico scopo nascosto dietro motivazioni religiose, non smettono mai di stupirmi.
Grazie al "grande" papa Innocenzo III, dopo il IV Concilio, iniziò un processo secondo il quale gli ebrei furono ripetutamente oggetto di provvedimenti di espulsione ovunque,( il segno di riconoscimento serviva ad additare i "diversi" per sconsigliare di frequentarli). In seguito furono massacrati a migliaia ed i sopravvissuti dovettero convertirsi per avere salva la vita.
Senza parlare di ciò che questa povera gente ha dovuto patire in seguito per tutto il corso della storia...
Bah!Roba da pazzi!!!

giovedì 8 novembre 2007

Una Coppia "Pazzesca"!


Dopo aver visto il film La Caduta (Der Untergang) di Oliver Hirschbiegel non potevo non dedicare un post a questi due folli...