Visualizzazione post con etichetta Foto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Foto. Mostra tutti i post

domenica 11 luglio 2010

Ce l'ho fatta!


Dopo non pochi sacrifici eccomi qui di ritorno trionfante!
Sì, ce l'ho fatta, ho finalmente una laurea in tasca. Per me rappresenta molto di più: è soprattutto il frutto di un lungo percorso personale e culturale, un traguardo raggiunto. Ho dimostrato a me stessa, e non solo, che quando desidero qualcosa realmente niente e nessuno riesce a fermarmi.
Ora mi aspetta un'estate spensierata e rilassante in cui cercherò di godermi il più possibile mia nonna, che è venuta a trovarmi per l'occasione, mio padre, mio fratello e Lillo (il mio gatto, per chi ancora non lo sapesse). Da settembre mi trasferirò a Siena, l'idea è quella di continuare a studiare lì, ma lavorando...Lascerò nuovamente casa per mettermi ancora alla prova, si tratta di un altro passo in avanti, pieno di aspettative e buoni propositi. Speriamo bene.
Cercherò di tenervi aggiornati come sempre, magari un po' di più vista la mia latitanza (giustificata?!) negli ultimi tempi! Spero continuerete a seguirmi e ad accompagnarmi, per me scrivere sarà come portarmi dietro un pezzo di casa...

Se avete voglia di vedere qualche altra foto del giorno della laurea e del post-laurea, ne ho caricate alcune sul mio profilo di flickr. Naturalmente per i "festeggiamenti" non poteva mancare del buon vino (Mazér e Morellino di Scansano), in compagnia di pochi, nella nostra ormai affezionata vineria I Peccati di Bacco.
Avete mai assaggiato del formaggio con noci e miele al caffè? Roba da far impazzire le papille gustative! Sottofondo con Bollani per completare il tutto, mentre verso fine serata hanno avuto la meglio I Rosa Elefanti :)

Auguro a tutti una bella estate! Per me è appena iniziata...A presto!

domenica 14 febbraio 2010

Nel regno del kitsch...


Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore.
I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone.
Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nelle memoria:
la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.
Il kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione.
La prima lacrima dice:
come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice:
com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato.

[...] Il vero antagonista del kitsch totalitario è l'uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro.

(Milan Kundera)

martedì 19 gennaio 2010

Nessun governo può fermare questo fiume...


Sono sessanta milioni le persone d'origine italiana che vivono all'estero.

Tra loro ci sono anche moltissimi giovani partiti da poco.
Ne ho raggiunti alcuni a Berlino, dove vivono circa 15mila italiani.

L'immigrazione
non sono solo i neri che avanzano verso le coste italiane.

L'immigrazione è un fiume di persone in movimento intorno alla Terra
alla ricerca di un posto nell'universo:
Somy che dal Kenya arriva a Roma, Valeria che da Roma va a Berlino, Kati che da Berlino va sull'isola di Lamu, in Kenya.

Nessun governo può fermare questo fiume
che si muove come in vasi comunicanti
e se ne infischia delle leggi razziste.


Tratto dall'articolo
di Maksim Cristan, Da Alghero a Berlino, Internazionale n.828.

lunedì 4 gennaio 2010

Anno nuovo, vita nuova?!


Come (forse) avrete avuto modo di notare, dal primo di gennaio ho cambiato veste al blog...Già da tempo avevo in mente di farlo ma non riuscivo a trovare qualcosa che mi piacesse davvero. La foto che vedete in alto è quella che alla fine è riuscita a conquistarmi ed è di Francesco Morgillo. Vi linko il suo sito in cui, se ne avrete voglia, c'è tanto altro di bello da vedere!

Per il resto, prima di Natale ho fatto l'esame di sociologia delle comunicazioni, di cui vi avevo parlato, ed è andato bene...Dopo di che sono stata piacevolmente travolta dalle vacanze. E' venuta a trovarmi, per qualche giorno, una cara amica che non vedevo da tempo, è tornato Michelozzo e poi sono arrivati i miei zii e cugini da Roma, come ogni anno. Inutile dirvi che i giorni sono trascorsi mangiando, bevendo qualche birra al solito pub e del vino, rigorosamente rosso. Nel mio "pacco regalo" ho trovato il nuovo calendario 2010 de il manifesto, la borsa Feltrinelli "il razzismo è una brutta storia", la maglietta di "Pellizza da Gattedo", una bella tazza per tisane, tisane naturalmente e cioccolato equo e solidale, ed una bottiglia di Morellino di Scansano niente male!

Anche quest'anno non è mancata la cena tra amici con finale a casa del generoso amico-pianista che ci ha gentilmente ospitati in seconda serata. Questa volta erano addirittura tre i musicisti (violinista, pianista e violoncellista) e ci hanno allietati con il Trio in mi minore op. 67 del compositore russo
Dmitrij Dmitrievič Šostakovič...Il tutto sorseggiando del delizioso Elisir Gambrinus abbinato ad una scatola di cioccolatini assortiti della Fabbrica del Cioccolato di Napoli Gay Odin.

L'episodio particolare che invece ha spezzato le mie consuetudini natalizie, è stata l'uccisione di due poveri maiali che ormai giacciono sotto forma di salsicce, salami e quant'altro. Ho assistito al "rito" per la prima volta e nonostante il dispiacere per le due bestie e l'impressione per le loro grida disperate devo ammettere che, "purtroppo", cucinate con i peperoni erano una vera delizia.


Ieri mattina ho tolto gli addobbi natalizi mentre nel pomeriggio sono andata a prendere un caffè al bar con un'amica ritrovata. Passeggiando, nella vetrina di un negozio, ho visto un poncho rosso, meraviglioso...Non ho resistito è l'ho comprato. Non vedo l'ora d'indossarlo! :)
Da oggi si torna ai caffè, allo studio, ai film, a qualche corsetta tempo permettendo, alle letture che attendono da qualche giorno sul comodino, alle tisane della buona notte.

A presto
!

giovedì 31 dicembre 2009

Il mio secolo non mi fa paura


Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet

Buon anno miei cari...

mercoledì 2 dicembre 2009

La (ri)generazione cyber


Dopo una giornata di studio "matto e disperato" finalmente mi concedo un pò di relax e passo a salutarvi...

Ho letto sul numero di Loop del mese scorso un articolo che ho trovato particolarmente interessante, ve lo riporto così potrete dirmi cosa ne pensate. La rivista mi è piaciuta, è stata una bella sorpresa. Tra i tanti vi scrive Franco Berardi (Bifo), del quale ultimamente ho letto anche Mutazione e cyberpunk, Immaginario e tecnologia degli scenari di fine millennio, sempre per l'esame di sociologia delle comunicazioni, ma anche Massimo Carlotto ed i Wu Ming!

Sto scrivendo una tesina per l'esame sulla netwar zapatista e la rete di solidarietà internazionale, nonchè su Internet come luogo di sperimentazione politica internazionale.
Se sarò soddisfatta del risultato magari dopo l'esame ve la farò leggere! Speriamo bene!
Intanto vi auguro una buona lettura per l'articolo di Giusi Palomba...

"Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita". Era il 1985 e Donna Haraway, nel suo Manifesto Cyborg, esprimeva in questo modo la necessità di ripensare e ricominciare a narrare il corpo, in particolare quello femminile, ancora e nonostante tutto fissato in stereotipi obsoleti. Irrompeva nell'immaginario l'ibrido cyborg in cui la tradizionale opposizione uomo/donna è superata da un'opposizione più generale: umano/animale, organismo/macchina. Poco più tardi - siamo negli anni Novanta - ii collettivo VNS Matrix, nato in Austraiia e composto da Francesca da Rìmini, Josephine Starrs, Julianne Pìerce e Virginia Barratt, esibiva in rete un vasto repertorio di slogan tecnofili e visionari. Le Brave New Girls, "terminator del codice morale", "mercenarie del viscidume", inneggiavano al boicottaggio dei "giocattoli dei tecnocowboys" e dichiaravano la loro volontà di "rimappare il cyberspazio". Il gruppo si sarebbe sciolto nel 1998, non prima di aver immesso in rete una massiccia dose di messaggi folgoranti. Le componenti raccontavano che l'intento principale delle attività di VNS Matrix, oltre a quello di divertirsi e combattere la noia, era il coinvolgimento delle donne in rete, anche e soprattutto attraverso l'uso di una corporeità prorompente con slogan come "succhiami il codice" che servissero a sovvertire l'idea del virtuale come immateriale. Il cyberfemminismo, sin dalla sua prima sistematizzazione teorica, ha sempre rifiutato la gabbia delle definizioni. Dal 20 al 28 settembre 1997 a Kassel in Germania, si riuniva la Firsi Cyberfeminist lnternational, che avrebbe prodotto un manifesto sviluppato per negazioni. Nelle famose 100 antitesi, veniva individuato tutto ciò che il cyberfemminismo non era: "Cyberfeminism is not ideology; cyberferninism ist keine theorie; cyberfeminism is not complete; cyberfeminism is not error 101; cyberfeminism is not anti-male; cyberfeminismo no es uns frontera; cyberferninism is not maternalistic; cyberfeminism is not without connectivity; cyberfeminism has not only one language; cyberfeminism is not about boring toys for boring boys; cyberfeminism is not a picnic; cyberfeminism is not romantic; cyberfeminism is not a trauma; cyberfeminism is not a fake; cyberfeminism has not only one language". Impregnato di vitale ironia, il cyberfemminismo non si riconosceva in un movimento, ma in un'attitudine: il corpo cyborg, sostiene Donna Haraway, "non cerca un'identità unitaria", e proprio per questo non è limitato dall'identità unitaria. Sostanziando tale corpo in incursioni programmate e non in ambienti virtuali come le chat oppure i MUD (Multi User Dimension), realtà virtuali multi-partecipanti antesignane dell'odierna Second Life, le cosiddette "Donne Infuriate" sperimentavano gli slittamenti di genere e ricavavano dati per la ricerca. Da quellee sperienze emersero anche numerosi spunti di riflessione in merito alla facilità con cui in rete si possono replicare esattamente le dinamiche della vita reale: attenzioni indesiderate, avances, messa in discussione dell'identità sessuale davanti a comportamenti non conformi. Tuttavia una definizione del proprio percorso, anche se non rigida, è fondamentale per comunicare una strategia politica, per creare solidarietà tra le parti coinvolte, nonché per far sì che i contenuti risultino intelligibili ai soggetti potenzialmente interessati. Faith Wilding, artista multimediale e scrittrice americana che partecipò alla First Cyberfeminist International, comprese il problema e denunciò il rischio di autoreferenzialità in un momento storico, quello degli anni Novanta, ancora tutto proteso verso la realizzazione dell' alfabetizzazione informatica e la lotta per l'accesso globale alle tecnologie. Nel primo cyberfemminismo, i messaggi apparivano a qualcuno privi di mittente, destinatario e contesto. Tali critiche non impedivano comunque che fosse riconosciuta nello spazio virtuale la grande occasione per il femminismo. E l'obiettivo coincideva col punto di partenza, ovvero il superamento del concetto di corpo biologico ed estetico tramite la partecipazione diretta al mondo mediatico. Negli anni zero, con la crisi del capitalismo, anche la falsa emancipazione delle donne che si sono legate al paradigma soldi-carriera-affermazione di sé, mutuato dall'universo maschile, è in crisi. Questo perché le donne sono rimaste intrappolate in un sistema mediatico chiuso, in cui subiscono le conseguenze dell'aver rinunciato alla tecnologia, alla creatività e alla definizione o non-definizione degli spazi e dei tempi, occupandosi soltanto di integrare se stesse in un insieme di valori predeterminati. Non è un caso che la gestione degli spazi, dei tempi, e la scansione del lavoro e del tempo libero siano sempre difficili per le donne. D'altra parte anche la scelta di negare il proprio corpo come soggetto desiderante e sessuato, rappresentazione parziale del femminismo che è rimasta fissata nell'immaginario comune, e ha infastidito alcune donne provocando in loro il rifiuto di qualsiasi forma di autocoscienza, mal si concilia con i'idea di una soggettività in espansione che sia in grado di produrre infiniti signìficati e declinare l'intera gamma dei propri desideri. Se invece si transita dall'opposizione maschio/femmina al concetto di differenza, quest'ultimo è in grado di contenere in sé tutte le possibilità. Si tratta del corpo performativo. Come teorizza Derrida: "è l'atto performativo a produrre il suo soggetto, un gesto è performativo ove riesce a sottrarsi a una determinazione imposta e creare le proprie convenzioni". L'uso del corpo nella performance permette infatti di ricollocare questo al di fuori di luoghi, spazi e ruoli familiari e anche oltre il limite di ciò che viene giudicato generalmente estremo od osceno. Ancorata al concetto di colpa e afflitta dalle accuse di vittimismo, la teoria femminista tradizionale si è chiusa in un angolo nel momento in cui, come affermava Luce Irigaray, non ha capito che a essere decisivo non è il ragionare nello spazio di un orizzonte definito, ma il "trasformare l'orizzonte stesso". L'interrogativo forse non è, o non dovrebbe essere, se le nuove generazioni abbiano assimilato o meno l'apparato di pensieri, azioni e conquiste del femminismo tradizionale, ma cosa di questo apparato sia utile alle pratiche odierne; inoltre occorre vedere il processo come contìnuo e non finito. Anche perché, nelle ultime evoluzioni, le femministe esprimono in qualche modo il desiderio di mantenere la memoria nel corpo, di partire da un corpo affettivo. Chi si occupa di tematiche di genere negli anni zero non ha bisogno di cancellare la memoria; ha invece bisogno di comunicare anche alle generazioni precedenti, spesso sorde a certi richiami, che il femminismo nella sua veste tradizionale è solamente un punto di partenza, è appena un'intuizione, anche se è un'intuizione folgorante. Manca forse la predisposizione a concepire la differenza di genere come un ventaglio di infinite esperienze e, ad assumere che queer studies, gender studies e tutta la transmedialità tipica delle teorie femministe odierne - come quella bene espressa in Madri, Mostri e Macchine di Rosi Braidotti, nel quale per divulgare il cambiamento l'autrice non esita ad attingere al mondo cinematografico, letterario e scientifico - dovrebbero occupare lo spazio e il tempo che oggi sono impiegati infruttuosamente per decretare l 'assenza di confronto o di comunicazione con le generazioni precedenti. Bisognerebbe piuttosto collocarsi in una dimensione di condivisione, imparare a usare i nuovi strumenti e a intercettare le pratiche, le manifestazioni virtuali e fisiche dell'attivismo odierno. La rete pullula di corpi attivi e interattivi che guadagnano spazi e oltrepassano i destini biologici. Se poi il capitalismo è in crisi, insieme a tutto il suo sistema di poteri, diventa fondamentale la pratica di soggetti che vogliano introdurre un cambiamento favorevole, una visione positiva attraverso la critica sociale. Un esempio di impagabile attività in rete è la partita che si sta giocando nel campo della comunicazione e dell'informazione. La costellazione di blog, portali partecipati, osservatori sulla pubblicità e sul linguaggio del giornalismo costituiscono l 'espressione puntuale di quanto la rappresentazione imposta dei corpi e dei ruoli maschile e femminile possano generare risposte creative e attive. Come afferma anche Rosi Braidotti, quando il corpo è represso e si sente a disagio nel presente, trovando difficoltà nell'interazione, è allora che produce delle "contro-narrazioni" della realtà che entrano in conflitto con le grandi narrazioni imposte.

martedì 13 ottobre 2009

Carissimi, finalmente riesco a trovare un pò di tempo per salutarvi, sono ben due settimane che cerco di scrivere questo post ma non sono riuscita a pubblicarlo prima d'ora. Come vi avevo anticipato sono andata a Bologna e da lì a Ferrara per il week-end dedicato al Festival dell'Internazionale. Non sto qui a dilungarmi sui particolari, vi dico soltanto che, oltre ai vari incontri che ho molto apprezzato (soprattutto "Messico.La nuova frontiera del narcotraffico" moderato da Carlo Bonini e "L'Italia invertebrata: la crisi della sinistra e il successo di berlusconi" con Paul Ginsborg, Marc Lazar e John Foot, moderato da Gad Lerner), purtroppo devo lamentare una scarsa organizzazione soprattutto per ciò che ha riguardato il controllo da parte degli organizzatori della moltitudine di persone affluite per assistere al festival. Nella fila per vedere Paul Ginsborg, durata ben tre ore, alla fine abbiamo assistito a scene di pura follia con strattonamenti e litigi vari giacché i posti nel teatro comunale non bastavano per tutti. La "fila" aveva ormai preso le sembianze di una massa informe...E solo per un pelo siamo riusciti ad entrare. E' in questi casi (e in tanti altri) che "mi vergogno di essere italiana" ...Frase che "finalmente" potrà ripetere anche Ginsborg avendo da poco ottenuto la cittadinanza italiana. Questo è il video che ho girato con il mio telefonino, così potrete sentire anche voi una parte del suo discorso. La risoluzione è bassa ma l'audio è buono. Tra le tante cose dette ciò che più mi ha colpito riguardo la crisi della sinistra è il fatto che la nostra coscienza politica stia attraversando sì un periodo difficile di crisi d'identità ma il principio di base della "sinistra" è e rimarrà il battersi contro le ingiustizie e le diseguaglianze nella società... Stanchi delle due giornate trascorse a fare file chilometriche la domenica abbiamo deciso di cambiare programma e, dopo un ottimo pranzo con cappelletti al ragù e Lambrusco, siamo andati a Gattatico (Reggio Emilia) a visitare il Museo dedicato ai fratelli Cervi. La nostra visita è stata resa ancor più piacevole dall'allegro e vispo partigiano che ci ha fatto da guida nell'Istituto Cervi... Nel pomeriggio, prima di tornare a casa, siamo anche passati da Cavriago per vedere la famosa piazza Lenin! Tornata a Siena ho iniziato il tirocinio all'Einaudi che tra l'altro si sta rivelando un'ottima esperienza, fruttuosa e piacevole. Nel tempo libero studio in biblioteca per il mio prossimo esame di sociologia delle comunicazioni che sto trovando particolarmente interessante. Ho in mente di scrivere al più presto un altro post a riguardo, ci sono delle cose che credo potrebbero interessarvi. Domenica scorsa siamo andati a Firenze per l'inaugurazione di una mostra sull'occupazione italiana della Libia. E' soprattutto in questi casi che mi capita di pensarvi, quando faccio qualcosa d'interessante muoio dalla voglia di parlarvene ma non avendo internet a casa devo sfruttare la rete wireless della biblioteca nelle pause studio. Comunque, tra non molto, tornerò in Molise dove spero di trovare più tempo da dedicare al blog. Vi lascio che devo scappare al tirocinio. A presto! Un bacio a tutti!

martedì 15 settembre 2009

...E lo show continua...


"Nel Gennaio 1968 un terremoto distrusse alcuni villaggi della povera e travagliata valle del Belice, nella Sicilia nordoccindentale. Oltre 500 persone morirono e 70 mila rimasero senza tetto. Giuseppe Saragat, allora presidente della Repubblica, promise immediatamente che il governo avrebbe fatto tutto il possibile per aiutare la gente privata della casa dal terremoto. Il Parlamento stanziò fondi rilevanti per la ricostruzione del Belice. Nove anni dopo, 60 mila persone della valle vivevano ancora nelle baracche prefabbricate erette subito dopo il terremoto. Erano state costruite grandiose e surreali strutture: strade che non portavano in alcun posto, cavalcavia usati solo da greggi di pecore, passaggi pedonali per pedoni inesistenti; ma nel frattempo non una delle nuove case promesse agli abitanti dei villaggi era stata consegnata. Gli ingenti fondi stanziati dal governo non vennero spesi, o furono malamente sprecati, o finirono di nascosto nelle tasche di qualche privato.
Nel dicembre 1975, don Antonio Riboldi, parroco di Santa Ninfa nel Belice, organizzò l'invio di 700 lettere da parte dei bambini delle scuole elementari del Belice a senatori e deputati del Parlamento. Vale la pena di riprodurne una, inviata da Giovanna Bellafiore a Giulio Andreotti, seguita dalla risposta dell'onorevole. Questa corrispondenza, a conclusione del capitolo, viene citata non a titolo di accusa personale nei confronti di Andreotti, ma come esempio dell'inerzia e dell'incapacità dello Stato. [...]

Santa ninfa, 16 febbraio 1976

Caro on. Andreotti Giulio,
io sono Giovanna Bellafiore, la bambina che le ha scritto per Natale, ma lei non mi ha risposto, questa è una cosa ingiusta. Io vivo in una baracca di 24m quadrati ed è solo una stanza. Ci piove sul letto, sull'armadio e sui piatti messi ad asciugare. Forse non mi ha risposto perchè il problema è scottante. La prego di interessarsi di noi, cosa che finora non ha fatto nessun onorevole. La luce nelle baracche manca spesso e così anche l'acqua. Voi onorevoli abitate in una casa comoda con riscaldamento e non potete capire la vita che conduciamo noi baraccati, dove manca lo spazio per ogni ogni cosa per studiare, per giocare e anche per le sedie per sedersi a tavola. Lei lo sa che io per mangiare a tavola mi siedo sul letto di papà e mamma? Infatti il tavolo è quasi attaccato al letto. Se lei non crede alla mia lettera La invito per una settimana a casa mia a pranzo e a dormire.
Perchè non si interessa nessuno per noi terremotati? La prego di non buttare via questa mia lettera perchè aspetto finalmente una sua risposta e la prego di discuterne in Parlamento con gli altri onorevoli.
La saluto

Giovanna Bellafiore


Roma, 26 febbraio 1976

Cara bambina,
ho ricevuto la tua letterina del 16 febbraio, mentre non ho mai avuto quella che mi dici avermi scritto per Natale. La vicenda del Belice è purtroppo una dolorosa e non facilmente spiegabile procedura amministrativa. I fondi per la ricostruzione furono stanziati prontamente. Tre anni più tardi venne una delegazione a Roma ed aprendemmo che vi erano difficoltà di piani regolatori e di altri aspetti urbanistici. Nel 1972 quando ero presidente del consiglio radunai i sindaci del Belice e feci adottare tutte le misure che chiedevano.
So che in questi giorni un gruppo di studenti di S.Ninfa è stato a Roma ed ha potuto spiegare alle massime autorità la situazione. Mi auguro che si arrivi alla soluzione. Ma forse è bene che tu chieda al Sindaco di scrivermi se c'è qualcosa che io, come ministro o come deputato, possa fare in proposito. Condivido la tua pena per il disagio di una sistemazione che avrebbe dovuto essere provvisoria.
Con i miei saluti ti invio una bambola. I miei figli sono ormai grandi e comprare un giocattolo per te mi fa tornare indietro con gli anni.

Aff.mo Giulio Andreotti".

Tratto da P. GINSBORG, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi, 2006, p.466-468.

lunedì 20 aprile 2009

Una cartolina...


Carissimi, vi mando questa bella cartolina da Siena, precisamente dalla biblioteca della Facoltà di Lettere che mi sta piacevolmente ospitando ed aiutando a trovare la concentrazione... Sono qui da Michele già da qualche giorno e mi tratterrò ancora per un po', avevo proprio bisogno di cambiare aria.
Non sarò molto presente in questo spazio prossimamente ma vi penso sempre e non mancherò comunque di passare a trovarvi.

Mi raccomando, non scappate eh!
Tornerò ad aggiornarvi il prima possibile
...

Un bacio a tutti, a presto!


martedì 31 marzo 2009

Women Is Losers


Women is losers
Women is losers, oh
Say honey women is losers.
Well, I know you must try, Lord,
And everywhere
Men almost seem to end up on top.

Oh, if they told you they want you
Say come around by your door.
Whoa I say now, if they don’t desert you,
They’ll leave you and never be here for more.
Oh yeah!

Women is losers
Women is losers
Women is losers, Lord, Lord, Lord!!!
So now I know you must-a know,
Lord, it’s true,
Men always seem to end up on top.

They wear a nice shiny armor
Until there is a dragon for to slay.
Any day now,
Course with men beggin’ to pay ‘em
Then they’ll turn and run away, oh!

Women is losers
Women is losers
Women is losers, Lord, Lord, Lord, Lord!!!
So I know you must-a know, Lord,
Anywhere
Men almost seem to end up on top, oh!

Ritiro il premio Symbelmine gentilmente assegnatomi dall'Alligatore per attività informativa fatta con radicalismo, cultura, sensualità, intelligenza, ironia e un sano spirito dissacrante...Sposando la sua stessa causa.
Come dice il testo di Janis Joplin "Le donne sono perdenti" e, ahimè , lo rimangono tutt'oggi, spesso vittime di una mentalità retrograda ed irriguardosa.
Il mio vuole essere un invito all'emancipazione, alla ricerca di una propria identità, al credere nelle proprie forze...Soprattutto al rispetto per sè stesse.
E' anche un invito a riflettere sul fatto che ogni anno, in tutto il mondo, mezzo milione di donne muore ancora per cause legate alla gravidanza ed al parto,
molte non hanno accesso all'istruzione, sono vittime di violenze sessuali e soggette ancora a matrimoni combinati. Potete leggere questo articolo di Anne Chemin pubblicato sull'
Internazionale qualche mese fa, Morire di Maternità (tratto da Le Monde), tanto per avere un quadro più chiaro della situazione.



Il regolamento prevede di linkare il blog che ha consegnato il premio e premiare, comunicandolo agli interessati, altri 7 blog meritevoli.
Ringrazio nuovamente l'Alligatore e rigiro il premio a:

Ho problemi a contare...Andrò incontro a sanzioni per aver premiato più di sette blogger?
Ma sì! Correrò questo rischio ;)

martedì 17 marzo 2009

Certi verdini


Vorrei condividere con voi questo passo tratto dal libro di Michele Mari Tu, sanguinosa infanzia.
Mi ha completamente rapita e l'ho letto in mezza giornata.
Quella che riporto è la parte che più ho sentito mia... Per quell'intesa e quella sintonia, quasi maniacale, che solo una madre con un figlio può avere, quella ricercata e solenne solitudine, il gusto nel dilapidare il tempo trionfando sul mondo, la gelosia delle proprie emozioni, nel preservare la loro segretezza e la loro esclusività e per amore di quella
misteriosa dolcezza di certi verdini...
Buona lettura e buon inizio settimana miei diletti.

Il primo puzzle rappresentava un paesaggio andino di anonimo spagnolo del diciannovesimo secolo, settecentocinquanta pezzi. Mia madre era l'architetto e il capocantiere, io uno scalpellino. Le mie mansioni erano solo servili: raggruppare in un angolo tutti i pezzi celesti, cercare nella scatola un certo pezzo tribolato, orientare diversamente il coperchio che riproduceva l'immagine. Con didascalico zelo mia madre commentava il proprio operato per rivelarmi il metodo che lo sottendeva: non rimestare caoticamente nella scatola ma scrupolosamente scostare, rivoltare, isolare; suddividere certe classi di pezzi per colorazione o per grana, allogandole in tazze, pentolini, piattini; deporre dolcemente il pezzo nella sua sede senza volervelo incastrare; comporre prima la cornice poi le figure più facili incominciando dai loro contorni infine i cieli ed i prati partendo dalla linea del loro confine; sapere quando smettere di ostinarsi su una determinata zona per aprire un fronte novello; ricordarsi che di norma un pezzo quadrilobato cade in un quadrato centrale di sedici pezzi per lato, alternare lo sguardo negativo allo sguardo positivo, dialetticamente contemperando la ricerca del pieno di cògnito vuoto e del vuoto di cògnito pieno; non fidarsi alla prima compatibilità delle forme, dei colori e delle linee ma scetticamente supporre in via prudenziale una diabolica coincidenza, e in mancanza dell'ultima certezza astenersi.
La scuola del rigore, il rigore di quella scuola... Ebbi il privilegio di mettere un pezzo solamente alla fine del puzzle successivo, un Hans Holbein da mille: il quintultimo, mi fu concesso, con un margine di incertezza e di responsabilità che lasciandomi la facilità del debutto non me ne togliesse l'emozione. Per arrivare a collocare quel pezzo avevo dovuto imparare a tenerlo dai lati come si tengono le fotografie: deponendolo ebbi la sensazione che si sciogliesse nel quadro come una goccia di mercurio. Il corretto inserimento di quel pezzo segnò la mia iniziazione alla sublime disciplina, il cui fascino severo mi si sarebbe rivelato per gradi fino al punto in cui, come nello studio del greco antico o dell'algebra, la competenza si sveste della tecnica per diventare fonte animalesca di piacere. Mia madre era, notoriamente, un mostro di bravura: nel volgere di due anni acquisii sufficiente destrezza per impegnarla in competizioni che, comunque risolte a suo favore, non erano del tutto prive di incertezza. In capo al terz'anno avevo raggiunto il suo livello. Passati altri tre anni, nel momento stesso in cui risolsi brillantemente l'arduo nodo esegetico di un falso cono d'ombra in un Altdorfer da quattromila, mi disse che ero diventato il più bravo. Commosso, negai: ella mi abbracciò, mi confidò che fin dalle prime prove aveva avuto la certezza di quell'evento, mi vaticinò la gloria dell'ultima soglia, la rarefazione elisia. Oggi che sono solo e che quella soglia è mia so che per qualche istante della sua vita ella dovette averne una fugace visione, tanto le si illuminava lo sguardo quando mi parlava di quella fantastica larva, l'abolizione della tecnica, l'assolluta purificazione del gesto, la fisica, prementale conoscenza del destino di un pezzo qualsiasi, la sua immediata collocazione non già nell'economia dei pieni e dei vuoti ma nella nudità dello spazio, alla giusta, alla sola intersezione delle coordinate virtuali.
Spesso sono visitato e travolto dalle simultanea memoria di tutti i puzzle eseguiti prima di arrivare dove mi trovo ora, Cézanne, Pontormo, Corot, Zurbaràn, Friedrich, Vermeer, Morandi, Klee, Pisanello, Van Gogh, Bruegel, Rembrandt, Goya, Van Dyck, fu anche per imparare la storia dell'arte in maniera non scolastica, attraverso i dettagli e la fisicità delle pennellate; in questo mia madre mi tacciò la via senza esitazione, facendomi capire fin dai primi tempi che qualunque soggetto non pittorico avrebbe involgarito la nostra disciplina fino a svuotarla di senso. Per una forma di pudore in cui si fondevano la pietà e il disgusto non mi parlò mai esplicitamente di puzzle con soggetti fotografici: ma io sapevo che le sue perifrasi alludevano a quegli obbrobri, e mi turbavo all'idea di tanta bassezza. La sua intransigenza fu subito la mia: non meno imbarazzato, non posso posare lo sguardo su una di quelle scatole senza provare lo scandalo dei Padri della Chiesa nei confronti dgli eretici.
Mia madre che da molti anni si teneva sopra la quota dei cinquemila pezzi, ridiscese a livelli inferiori per il tempo necessario alla mia educazione. Una volta risalita a cinquemila, pervasa da nuova giovinezza, contenne a stento la sua febbre, e dopo avermi lasciato familiarizzare con quella quota mi trascinò con sè su per le altitudini. Ottomila, diecimila, dodicimila pezzi, il massimo cui fosse mai giunta. Tante volte mi aveva parlato di quell'antico dodicimila che quando lo portò giù dal solaio, e io capii che lo avremmo rieseguito insieme, mi sentii risucchiato alle radici stesse del mio destino. Era il grande polittico di Grünewald conosciuto come Polittico Isenheim; incominciato la sera di Natale e condotto al ritmo di duemila pezzi al giorno fu concluso, e immediatamente disfatto, entro il termine del capodanno. Questa era un'altra delle leggi fondamentali dell'arte , ultima in ordine di applicazione ma prima dal punto di vista logico e ontologico: non potersi considerare ultimato e inverato ilpuzzle se non dopo il suo scioglimento, e precisarsi: il suo
immediato scioglimento; e scendere per corollario: andare ogni istante di indugio, dopo la prosa dell'ultimo pezzo, a detrimento del senso e quindi del valore dell'intera esecuzione, come cosa che avrebbe potuto metterne in dubbio la assoluta gratuità. Sulla coscienza di tale gratuità, pezzo dopo pezzo, si fonda il piacere e l'orgoglio dell'adepto, che in questa assenza di scopo purifica il proprio animo allegerendolo del carco di durezze che nascendo sortiamo. Per questo si dovrebbe intraprendere un puzzle non per "passare del tempo" - che rimarrebbe comunque una forma di interesse e di giustificazione ab externo - ma solo per amore di tale cimento in se stesso, così come non sa cosa sia la lettura chi apre un libro per altro che sia il puro piacere di leggere. E dunque codesta verità imparai da mia madre: che il momento più idoneo ad incominciare un nuovo puzzle è quando siamo oberati di impegni, nell'urgenza affannosa delle cose serie, delle cose sode: quale trionfo sul mondo, allora, dedicarsi a quella sceientifica dilapidazione del tempo! Ma appunto perchè l'inutilità sia perfetta occorre che l'opera si dissolva nel momento stesso in cui si completa e completandosi si reifica: certo chi ne differisce la distruzionelo fa per contemplare ancora un pò il risultato: ma per quanto la contemplazione possa illudere del contrario, essa non è mai disinteressata. Noi infatti sappiamo che la vista del ricomposto dipinto, lungi dal rimanere un'esperienza neutra, inocula nell'esecutore l'impura idea di aver agito a quel fine - la contemplazione, appunto - e non per la devozione al bello-inutile, a quel certo tipo di bello-inutile-metodico di cui si sta qui discorrendo. Eppure - anche di ciò mia madre mi avvertì per ambagi - esistono persone che completato un puzzle lolasciano gioni e giorni sul tavolo, alla mercè visiva loro e di chiunque altro. E persone ancora più depravate che non lo disfanno mai, e che per questo incollano tutti i pezzi su un cartone o una tavola di legno sottile. E persone, infine, che arrivano al punto di appendere a una parete quella cosa tremenda, quell'aberrazione che è un puzzle incollato.
Sì, l'ortodossia del puzzle era minacciata da quelle oscenità - l'eresia fotografica, l'eresia conservativa, l'eresia incollativa, l'eresia appenditiva - e a meglio fronteggiarle mia madre ed io non solo rispettavamo la legge ma anche ne professavamo un'interpretazione restrittiva. Secondo tale interpretazione, il puzzle non doveva
mai essere esibito ad estranei nemmeno casualmente, ma, come cosa affatto segreta, dovere rimanere impartecipato durante l'intera sua parabola. A tal fine, considerandosi estranei anche i familiari più stretti, essere necessario al titolare di puzzle svolgere la propria attività in camera chiusa con divieto di accesso; e nell'impossibilità di interdire l'accesso, essere sommamente raccomandabile l'abitudine di coprire il lavoro, durante le pause, con un serico velabro.
Se pertanto il devoto di essere chiamato a praticare una solenne solitudine, perchè solo nella solitudine il fruscio di quei minuscoli pezzettini si tramuterà in sermocinante sussurro. Un conto erano i puzzle a quattro mani, nei quali mia madre ed io collaboravamo come una sola persona: ma quando uno di noi aveva il personale suo proprio, mai l'altro avrebbe preteso aiutare, mai pur incombere con losguardo come a suggerire di avre visto una mossa. Nondimeno era pressochè impossibile, passando vicino all'opera incustodita dell'altro, resistere alla tentazione di inserire almeno un pezzo: in tal caso era però deontologico, prima di andarsene, disinserire quel pezzo ricollocandolo là donde lo si era prelevato, e a suo tempo avvertire: "Ti misi un pezzo, tel tolsi". Entrambi, del resto, avevano raggiunto un tale dominio della materia che anche la più piccola alterazione non ci sarebbe sfuggita.
La solitudine... La solitudine del prigioniero, la solitudine del demiurgo. Seguendo le orme materne imparai la frammentorietà del mondo e la discontinuità dell'essere, imparai ingenuamente le vie della gnosi, imparai che non si dà sapere che non riconduca il molteplice all'uno e non dia forma all'informe; che le monadi tengono della favola perchè nessun frammento potrà mai esaurire il disegno; che sconnesso dalla sua sede ogni ente decade: e tuttavia e finalmente, che al senso del cosmo non concorre qualità od essenza qualsia ma solo il principio di quantità nelle sue determinazioni di computabile somma e di istoriabile serie. Giustapporre, associare, legare per congruenza di forme assecondando le analogie ed esaltando le compatibilità! Decifrare gli enigmi non sulla mistica strada dei filosofi e dei teologi ma con l'animo del cartografo e dell'archivista, del lessicografo e del naturalista! Capire che il grande sapiente non è Platone, ma Ramusio, non Hegel, ma Linneo! Intravedere una linea analitica al faustismo! Per questo, per questo miraggio di una estensione orizzontale del sapere servivano puzzle sempre più grandi.
In Italia non si reperivano scatole superiori ai dodicimila pezzi. Esauriti tutti quelli disponibli sul mercato, mia madre ed io ci trovammo presto nella penosa condizione di dovere attendere che la ditta produttrice ne distribuisse di nuovi: poichè questo avveniva a un ritmo assai più lento della nostra velocità di esecuzione, ne conseguiva che se non volevamo aspettare troppo dovevamo ripiegare su pezzature da diecimila o ottomila in vero ormai umilianti. Certo potevamo riaffrontare un dodicimila già fatto, ma questa del rifacimento era questione troppo delicata perchè potessimo introdural così alla leggera nei nostri discorsi; pur non condividendo l'intransigenza di grandi maestri che si erano pubblicamente pronunciati contro l'ipotesi ripetitiva, una replica era così troppo dubbia perchè noi due non la effettuassimo senza disagio.
Quando su un catalogo specializzato trovammo notizia di una Tentazione di Sant'Antonio in quindicimila pezzi prodotta da una piccola ditta alsaziana per il bicentenario del Museo de Arte antiga di Lisbona ne ordinammo immediatamente due copie, quali poi svolgemmo ognuno per conto proprio con soddisfazione suprema; in quell'occasione anticipai mia madre di un giorno e una notte. Fu poi la volta di una Ronda di notte in ventiquattromila pezzi, acquistata per telefono da una Casa d'Aste di Buenos Aires; il catalogo non recava indicazioni di fabbrica, così fu una vera rivelazione, all'apertura del pacco, scoprire che si trattava di un esemplare unico al mondo , realizzato nel 1930 da un artigiano per un amatore uruguagio. Del quadro di Rembrandt avevamo già avuto un'esperienza da cinquemila: la diversità fu tale da farci giurare reciprocamente che mai avremmo lasciato alcunchè di intentato pur di concederci ancora un simile piacere.
Fu così che ebbe inizio la nostra rovina economica. Divenimmo intrinseci di fotografi d'arte, stampatori e fustellatori, cui commissionammo ogni nostro antico sogno: la Cisterna di Sironi in diciottomila pezzi, il particolare della targa di un cavallo di Fattori in ventimila, una china acquerellata di Kubin in venticinquemila, un Velàzquez e un de La Tour in trentamila, il Giudizio Finale di Roger Van der Weyden in quarantamila, la Pietà di Duccio da Buoninsegna in cinquantottomila, una livida alba di Turner in settantaduemila. E come quelle montagne di pezzettini non erano mai abbastanza alte, così non c'era tavolo che offrisse una base sufficiente. Già diecimila pezzi erano considerevoli problemi di spazio: superare tale soglia significava dover ricorrere a piani sospesi e paranchi mobili, oppure lavorare direttamente per terra, oppure ancora, quando nemmeno il pavimento è capace, accettare di ripartire il puzzle in settori da eseguire separatamente in più stanze o in più tempi. Allora, percorrendo stretti camminamenti fra i mosaici e le tessere sparse, ci aggiravamo dentro la casa come posatori bizantini, in volumi perpetuamente invasi dalla sospensione del pulviscolo di cartone che ogni puzzle lascia in residuo; ho il sospetto, anzi la certezza, che quell'aereo plancton non facesse bene alla nostra salute: ma noi lo si attraversava a cuor leggero, e quando i raggi del sole lo illuminavano ci sembrava una... una chiamata.
La nostra ansia di perfezione non conosceva limite. Se già da molti anni avevamo preso l'abitudine di rinunziare a guardare l'immagine di riferimento (tanto da arrossire all'idea che c'era stata un'età precedente in cui avevamo indulto a quella pratica volgare), e se in concomitanza della penuria dei dodicimila eravamo talvolta ricorsi all'espediente di mescolare insieme i pezzi di due identici puzzle da seimila (che poi identici non essendo per via dell'irripetibilità di ogni trafilatura non consentivano l'intercambiabilità dei pezzi, moltiplicando al contrario, per necessità sceverativa, i fronti ambigui del cimento), ora mia madre ed io ci inoltrammo nell'esplorazione di più fantastiche vie. Ordinammo quattro puzzle da venticinquemila raffiguranti ciascuno una diversa Madonna del Giambellino: discioltili in un unico serbatoio, conoscemmo l'ebrezza di assegnare tutti quei blu ai quattro simillimi ma differenti panneggi. Decidemmo di realizzare un puzzle a scacchiera, mettendo un pezzo sì e uno no in modo che si toccassero solo con gli spigoli: saggiato con un Sebastiano del Piombo da ventimila, il metodo fu perfezionato con un Gauguin da trentottomila, nella quale occasione eseguimmo anche una seconda scacchiera, complementare e negativa della prima. Ci spingemmo in questa direzione fino a stabilire di disporre i pezzi secondo una complessa successione algoritmica: ma di questo esperimento, di cui per altro fu oggetto un semplice Seurat da diecimila, non serbo un ricordo significativo. E naturalmente, eseguivamo puzzle capovolti, di ogni dimensione e pezzatura; per elevare alla sua potenza tale difficoltà, facemmo fustellare cartoni grigi su entrambi i lati con politura e patinatura double-face. Nell'impossibiltà di aumentare a dismisura il numero dei pezzi ci aveva preso come una mania sottrattiva: abolita l'immagine, fu giocoforza pervenire alla completa abolizione della dimensione visiva, risultato che ottenemmo operando al buio per mera sensibiltà digitale; su questa strada, tuttavia, ed è cosa che non posso rivelare senza una certa pena, mia madre non fu in grado di seguirmi fino in fondo. Dal canto mio, giunsi invece a lavorare con un paio di guanti per mortificare la virtù dei polpastrelli.
Fra un puzzle e l'altro solevamo svagarci con esercizi mnemonici, il più elementare dei quali consisteva in questo: prelevato un pezzo da una delle centinaia di scatole, uno di noi invitava l'altro a riconoscerne la provenienza; la risposta andava articolata come segue: "Paul Cèzanne, Paesaggio normanno, olio su tela, 1891, kunstmuseum di Berlino, trentamila unità, frammento di tronco di quercia"; "Simone Martini, La maestà, affresco, 1315 circa, Palazzo Pubblico di Siena, quarantamila unità, frammento di aureola dell'Arcangelo Gabriele".
Adesso si è fatto veramente tardi. Potrei raccontare ancora tante cose, ma non ne ho la voglia nè il tempo: vi dico che è tardi.

Di tanta memoria, di tutta la mia memoria, scelgo di portarmi nel nulla quel cortese fruscìo, le screpolature nell'oro delle tavole medioevali, la misteriosa dolcezza di certi verdini.

lunedì 16 febbraio 2009

A coloro che verranno


Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l'ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d'alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l'uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell'affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m'autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

"Mangia e bevi!", mi dicono: "E sii contento di averne".
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d'acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all'amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l'odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l'ira per l'ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertold Brecht

domenica 11 gennaio 2009

La notte di Gaza



Dal 27 dicembre la Striscia è sotto le bombe. Cosa significa vivere ogni giorno con il terrore, perdere tutto, non avere un luogo sicuro in cui rifugiarsi?
Giustifica
Martedì 6 gennaio 2009 Maher ha capito che era ora di andarsene, di fuggire, di scappare per salvarsi, mettila come ti pare, basta che prendi i bambini, i figli dei tuoi fratelli, tua madre che ha appena avuto un'operazione chirurgica a cuore aperto, che aveva tredici anni, esattamente l'età di tua figlia quando l'esercito israeliano espulse lei e gli abitanti della sua cittadina nel 1952 (esatto, non nel 1948; avrei potuto essere cittadino israeliano, dicevi sempre per scherzo, se Israele – che allora aveva quattro anni – non avesse espulso i palestinesi rimasti nella cittadina di Majdal cacciandoli verso sud, verso Gaza); che importa se in questi quindici anni tu e tua moglie avete risparmiato ogni centesimo per poter lasciare il campo profughi dove tua madre era cresciuta e poi vi aveva messi al mondo tutti quanti e poi vi aveva mandati a scuola perché diceva sempre che il nostro unico capitale, di noi profughi, è il nostro cervello; che importa se tu hai studiato e ti sei sistemato e anche tua moglie, e non solo avete trovato dei lavori rispettabili e interessanti, e non solo avete viaggiato, ma vi siete anche fatti una casa abbastanza spaziosa; che importa se quella casa, ai margini di Gaza, adesso sarà bombardata e schiacciata e sfondata e sbriciolata e bruciata da tutte le sofisticate mutazioni hi-tech della polvere da sparo che vi sono state rovesciate addosso in questi ultimi undici giorni, undici giorni che sembrano undici anni, dicono tutti; che importa dei libri e dei computer e dei giocattoli e dei mobili andati distrutti, e la casa di tuo fratello – più a nord, in questa pericolosa terra di confine – è già stata evacuata e colpita da un missile e lui non ci prova neanche ad andare a controllare i danni, l'unica cosa che importa adesso è salvare la vita di tutti, adesso lo sai per davvero che cosa significa essere un profugo, dici, non t'importa di niente, tutto quello che avevi costruito durante la tua vita non vale più niente, ti basta lasciare i campi in fiamme ai margini di Gaza, dove l'esercito ha sganciato volantini dai suoi elicotteri pretendendo che la gente sgomberasse le case, e poi, se per caso non aveste colto l'allusione, lo stesso esercito vi ha bombardato con cannoni talmente vicini che avete potuto sentire i motori ronzare e ringhiare, poi ha usato certe strane armi nuove, bombe che esplodono e si trasformano in lame di fuoco che attecchisce ovunque, e quando provi a buttarci l'acqua non si spegne, anzi non fa che aumentare, tutti gli alberi sono andati, quello che importa è sfuggire al fuoco e alla nube di polvere e fumo, così fitta che non vedi chi hai davanti, e buttarsi a bordo di due auto, pregando il dio in cui non credi che un obice o una bomba o un missile israeliano non le prendano di mira come hanno fatto con alcune ambulanze (uccidendo alcuni dei soccorritori), e alcuni tecnici della società dei telefoni, o forse non hanno proprio mirato, ma gli sono cadute accanto così, per caso, com'è successo giorni fa vicino a una casa dove si teneva la veglia funebre per un ragazzo che era andato volontario a lavorare su una di quelle ambulanze; non possiamo mica ricordare tutti quei casi e quei particolari che ci sono stati detti e che abbiamo sentito raccontare durante questi


undici anni, pardon, giorni, tanti morti, adesso non ci pensare, l'unica cosa è mettere la tua famiglia al sicuro: sicuro? lo sappiamo che a Gaza nessun posto è sicuro, tutti i tuoi vicini hanno già sgomberato le loro case, tu e gli altri li avete visti, a decine, a centinaia, a migliaia, riversarsi per le strade – o meglio, quelle che un tempo erano strade e adesso sono un ammasso di asfalto contorto e brandelli di edifici – tutti stanno cercando un riparo, molti di loro sono agricoltori, non profughi del 1948, alcuni sono stati feriti nelle serre e nei campi, dove hanno lavorato fino all'ultimo minuto, adesso l'Onu ha aperto ventitré scuole per ospitare loro e quelli come loro, famiglie, neonati che piangono, vecchi e vecchie che credevano di aver già visto tutto nel 1948, donne incinte, bambini terrorizzati, ancora sotto shock dopo queste ultime migliaia di bombe e obici e missili che hanno invaso la loro infanzia e il loro sonno e li hanno fatti ammutolire, solo i loro occhi spalancati urlano, tua moglie è infermiera al reparto maternità e mentre tu portavi via i bambini lei – si chiama Fakhura, che vuol dire fiera – è andata alla scuola a visitare donne e bambini e a dare consigli su come fare e come cavarsela per chissà quanti giorni in quelle stanze affollate; hai appena raggiunto il tuo rifugio nel quartiere più ricco di Gaza, Rimal (che è stato bombardato anche più dei campi profughi), quando le radio a pile della gente (non c'è luce quindi non c'è tv, ma chi se ne importa adesso dell'elettricità, è l'acqua che manca da cinque giorni che ci fa davvero impazzire), dov'eravamo, ah sì, la radio a pile ha strillato la notizia di una bomba che ha colpito una scuola abitata da centinaia di persone venute in cerca di riparo, all'inizio non ci hai fatto caso, eri troppo occupato a scaricare i bambini e le poche suppellettili che ti sei portato dietro, poi quel nome, Fakhura, ha perforato come un trapano il tuo darti da fare e ti sei detto non può essere, hai chiamato il suo cellulare, ma prima ancora di chiamare sapevi che la rete ormai non c'era più, tre antenne erano state colpite dai missili o dalle bombe o da chissà che, le hai mandato un sms, erano le quattro del pomeriggio, tua madre chiedeva dov'era tua moglie, tu hai detto "guarda sta occupandosi di certa gente ma tra poco ritorna", i tuoi figli hanno chiesto quando arrivava mamma, tu sei rimasto zitto, ma dentro avevi un terremoto, in questi undici anni hai visto la morte tante di quelle volte che potevi immaginare… no non puoi immaginare, lei non può essere una dei dieci che sono rimasti uccisi, secondo le prime notizie, poi nel giro di mezz'ora i morti sono quindici, poi trenta c'è chi dice quaranta, abbiamo smesso di contarli, tu ricordi vagamente che la mattina sono state uccise tredici persone della famiglia Al Dayya, alla periferia est di Gaza, genitori e figli, e otto persone della loro famiglia ancora non si trovano, forse sono sotto le macerie, non avranno "l'onore" delle prime pagine come tanti altri bambini e donne e vecchi che vengono aggiunti alle statistiche di morte che, quando hai l'energia per ascoltare la radio israeliana, vieni a sapere che erano "terroristi" o civili "che i terroristi usavano come scudo", ed è per questo che loro si permettono di bombardare e prendere a cannonate le case dove si pensa che abitano militanti e leader di Hamas, però la maggior parte di loro è già scappata e restano solo

i vicini, ma sono le cinque del pomeriggio e di tua moglie ancora nessuna notizia e le immagini fugaci di cadaveri, arti, carne strappata, tutto quello che hai visto in questi undici giorni di incubo ti attraversano la mente e tu le cacci via, se questi undici giorni sono stati lunghi, quell'ora tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando finalmente si è fatta viva, è stata un milione di volte più lunga, lei è spuntata e tu hai cominciato a sgridarla, perché non hai chiamato, perché non mi hai mandato un messaggio, la coscienza resta indietro rispetto alla realtà, ti aggrappi a cose normali, anche se in undici giorni siamo stati ricacciati indietro all'età della pietra, tu urli e lei si scusa, anche le scuse sono una cosa normale che fa a pugni con la realtà, poi lei si mette a piangere, c'era sangue dappertutto dice, mi hanno riaccompagnato a casa in ambulanza, poi ho preso la nostra auto e sono venuta qui, sono stanca, ho bisogno di dormire, ha detto e hai capito che è sconvolta, fa l'infermiera e di cose ne ha viste, specie in questi ultimi otto anni, ma questo no, a questo non era preparata, adesso abbiamo tutti bisogno di psicoterapia collettiva, dici, quello che ho visto non è guerra convenzionale, la gente dentro le case e fuori le bombe e poi c'è fumo in ogni casa, i bambini soffocano, tu cerchi di spegnere il fuoco e quello non fa che aumentare, avete tutti paura, ognuno lo mostra in un modo diverso; le donne tremano tutte, gli tremano le mani, non riescono a fermarle, è quello che ha notato Yaakub, che ha dato la mano alla mia amica Salwa, la sua vicina di un tempo al campo profughi di Shabura a Rafah, e ha notato quanto le tremava, mentre al telefono la sua voce era calma e composta, "quando mi sveglio mi stupisco di essere viva", mi aveva detto, "so che è solo per caso che sono viva", ma le mani le tremano, mi sussurra all'orecchio, per telefono, il nostro comune amico Yaakub, certo che anch'io ho paura, ma non lo faccio vedere, ha dimenticato come urlava dentro il ricevitore quel sanguinoso sabato 27 dicembre 2008, quando l'aviazione militare israeliana ha sganciato di colpo cento bombe su tutta la Striscia di Gaza, metà dei suoi bambini stavano tornando proprio in quel momento dal primo turno di scuola, l'altra metà e sua moglie stavano per andare al secondo turno (le classi sono talmente zeppe che le scuole hanno esteso il sistema dei due turni, oltre la metà della popolazione di Gaza è formata da persone sotto i diciott'anni) e tutti quei bambini erano fuori per la strada quando il fiore della tecnologia israeliana e americana ha riversato la sua potenza sui campi di addestramento di Hamas abbandonati e sui commissariati di polizia, che spesso sono stati costruiti proprio nel centro delle città, vicino alle scuole, se l'è scordato Yaakub come urlava al telefono, quando ho chiamato annunciando quella spaventosa notizia, lui ha gridato che nessuno dei suoi figli rispondeva, che non sapeva che cosa gli era successo e che sua moglie era appena uscita di casa per andare alla scuola dove insegna, ma sono impazziti, ha urlato, e nei giorni successivi si è fatto sempre più silenzioso, le sue frasi sempre più sconnesse, a volte gli scappava uno strano scoppio di risa, per esempio quando ha raccontato di un programma radiofonico notturno trasmesso da un'emittente locale che

miracolosamente funziona ancora, dove un sacco di commercianti e di operai che prima lavoravano in Israele e conoscono l'ebraico telefonano cercando di analizzare la politica di Israele e le dichiarazioni dei suoi leader, e poi si mettono a rievocare quegli anni in cui tutto era possibile, proprio come ha fatto Ahmad Sammour quando gli ho parlato al telefono, il primo giorno del nuovo anno, Ahmad Sammour, Abu Iyad, il fabbro, che per trentun anni aveva lavorato in Israele e aveva tirato su un intero quartiere di Ashkelon (Majdal, la cittadina natale della mamma di Maher), fino a quando il mondo gli si è chiuso addosso e allora ha aperto un'officina nella parte est del villaggio di Jabalia, puoi chiamare il mio ex capo, Jack, ho lavorato nella sua officina di fabbro ad Ashkelon, mi ha detto al telefono, in ebraico, gli puoi telefonare, ti parlerà lui di me, ancor oggi lo chiamo papà, lo dirà lui al tuo esercito che io non sono di Hamas, avete tanti di quegli esperti, fateli venire qui a vedere che il camion colpito dal loro missile era il mio, e che le "decine di missili" che secondo l'esercito israeliano si trovavano a bordo di quel camion erano i macchinari della mia officina e certe bombole di ossigeno che ci servono per saldare i metalli, qui fabbrichiamo porte e cancelli, mica razzi, ma quelli hanno colpito il mio camion e mio figlio c'è rimasto, è morto, e come lui altri sette ragazzi che mi aiutavano a sgombrare la mia officina dopo che era stata bombardata una casa, avevamo paura che quelle porte spalancate fossero una tentazione per i ladri, e così qualche ora dopo che avevano colpito la casa siamo venuti con il camion e con la golf bianca di mio cognato e ci siamo messi a sgomberare e a caricare: quello che è esploso sono le taniche di benzina e di carburante diesel che teniamo sempre da parte per quando sul mercato non ce n'è, a esplodere non sono stati dei razzi come ha detto il vostro esercito, ma il nostro ossigeno e la nostra benzina; mio cognato è appena andato via con la sua auto che abbiamo caricato di elettrodi – cinquanta confezioni da quattro chili l'una, si usano anche quelli per le saldature – e ha sentito lo scoppio, è tornato di corsa, ha visto tutti morti, i suoi figli, mio figlio, i vicini che ci davano una mano, ed è tornato a casa e da allora batte la testa contro il muro, voi che avete gli esperti fateli venire a vedere che non c'erano missili Grad, ora tutta quella roba sta lì, bruciata, accanto all'officina, nessuno osa toccarla o portarla via per paura che il drone mi prenda per uno di Hamas e mi spari un missile, telefona pure a Jack, io lo chiamo ancora papà, mi ha appena chiamato per chiedermi il mio numero di conto in banca, per mandarmi qualche soldo, Abu Iyad non lo sa che io ho telefonato a Jack e che lui con un accento francese mi ha detto "mi rifiuto di parlare con quella merda di giornale che è Ha'aretz", io non ho insistito non solo perché ero certa che Abu Iyad non è di Hamas, ma perché ci sono tante telefonate da fare dalle sei di mattina a mezzanotte, controlli se siamo ancora vivi, ride Salwa, ma va bene, va bene, anche noi facciamo lo stesso, ogni mattina ci telefoniamo a vicenda per controllare se siamo ancora vivi, mi tranquillizza, la sua voce sempre così calma e composta, come se ti stesse parlando di un film e non della bomba che ha colpito il ministero dell'istruzione proprio dietro l'angolo: prende in pieno il palazzo e tu pensi che sia caduta sopra casa tua, e tutti i vetri delle finestre in frantumi ma gli infissi di metallo sono stati strappati e la porta è talmente contorta che ci sono voluti tre vicini per aggiustarla,

ora il freddo e il vento sono inquilini fissi, niente luce, ma lascia perdere la luce, è l'acqua che ci manca, e con tutto questo stiamo meglio noi di tanti altri, al giornale radio abbiamo sentito che un razzo Qassam ha colpito Qiryat Gat, cioè Faluja, il villaggio dov'è nato mio padre, e io ho detto, scusami Qassam ma nessuno ti ha dato il permesso di colpire la mia terra, una volta ci siamo andati con mio padre, quando eravamo piccoli, lui ha riconosciuto il villaggio anche se tutte le case erano state rase al suolo, la casa di mia madre nel campo profughi di Shabura a Rafah è stata colpita, non direttamente ma dall'esplosione di una bomba che ha preso proprio una baracca sul piazzale del campo, figurati che casa, eternit e lamiera, ma lei si è rifiutata di andare a stare da mia sorella finché il tetto non le è crollato a pochi centimetri dalla testa, e adesso il suo unico desiderio è morire prima che succeda qualcosa a noi.

Dal diario di Amira Hass per l'Interlazionale, 8 Gennaio 2009.

mercoledì 31 dicembre 2008

Buon anno a tutti!



Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
Asciugati gli occhi e sorridi c'è un altro Natale alle porte
Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell'aria
Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna

Ti ricordi c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale

Signora dei vicoli scuri abbracciami forte stasera
Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle
Dimentica il freddo le lacrime e le scarpe coperte di fango
E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento

Ti ricordi c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale.

Signora dei vicoli scuri non mollare la lotta
Verranno momenti migliori il tempo è una ruota che gira
Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d'estate
Scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano

Ti ricordi c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto
E un cordiale fanculo ad un altro Natale

Modena City Ramblers (Canto di Natale)

giovedì 18 dicembre 2008

Una giornata qualunque...O quasi...


DRRRIIIIIIIINNN!!

Ore 06:15 sveglia.

Mi alzo, mi lavo e mi vesto...
Nel giro di venti minuti
mi catapulto fuori di casa per andare alla fermata del pullman...
Nebbia,
nebbia fitta,
nebbia familiare,
come quella che respiravo e sfioravo con la punta del naso ghiacciata,
ogni mattina, prima di andare a scuola.
Saluto i due autisti, sempre gli stessi, e prendo posto.
Mi attendono quasi tre ore di viaggio.
Dopo aver provato invano a rivedere qualcosa sui miei appunti, adagio la testa sul finestrino e mentre scorrono paesaggi conosciuti inizio a viaggiare.
Un vero e proprio flusso di coscienza mi travolge...
A tratti ritorno in me e mi dico:
"Silvia, stai andando a fare l'esame, yuhuuuuuu!"
Chiudo gli occhi e li riapro alla nuova fermata, salgono facce nuove, quasi come in un sogno, volti sconosciuti e familiari allo stesso tempo.
Scorgo un tipo sulla cinquantina con una ventiquattrore...

Penso: "questo qui sembra proprio un professore"

Arrivati a destinazione scendiamo entrambi alla stessa fermata dileguandoci in quel caos fatto di clacson furiosi e d'un eccitato via vai di gente.
Arrivo finalmente all'Università in perfetto orario...
Ripeto tra me e me: "quarto piano, stanza 409"...Quindi prendo l'ascensore.
Stanza 402...404...406...
Raggiungo l'ultima in fondo al corridoio e, dopo aver chiesto ad un paio di ragazze in preda al panico conferma della sede dell'esame, siedo, attendendo l'arrivo del professore mai visto prima.
Vedo avanzare verso di noi due uomini ed una donna.
Uno dei due uomini è proprio il distinto signore notato prima sul pullman!
Mi volto verso le due ragazze, che nel frattempo sono diventate pallide, e chiedo:
"ma è lui il professore?"
e loro:"Siii"...

Non male come inizio giornata, non pensate?...
Mi è sembrato quasi di essere protagonista di un film surreale.

Metto da parte le mie masturbazioni mentali non appena sento chiamare il mio nome e vado...
L'esame è andato bene, anche meglio di quanto immaginassi.
Una discussione costruttiva e piacevole come poche volte mi era capitato prima.

Tornata a casa, verso sera, entro in cucina ed accendo la luce.
Sul tavolo trovo un pacco indirizzato a me.
(Sapete, di quelli postali color marroncino, con tanto di cera lacca!)
E' un pacco da parte della mia cara Marya
contenente delle deliziose babbucce natalizie ed una splendida lettera...
In pratica la ciliegina sulla torta!

Per concludere in bellezza,
raccolte le mie ultime forze,
sono andata a bere una birra con un paio d'amici.

Soddisfatta, serena e soprattutto finalmente in "vacanza", vado a dormire
che si è fatto tardi e la stanchezza ha giustamente preso il sopravvento.

Auguro una buona notte a tutti voi...


martedì 2 dicembre 2008

Studiando Sognando...



Mes amis...


Sento che ultimamente il tempo mi scivola via tra le dita, tra studio, servizi vari in casa e palestra.
Soltanto domenica sera per spezzare un pò sono uscita a bere un birra con degli amici. Nel localetto intimo ed accogliente c'erano addirittura i Cure in sottofondo con mio grande stupore. Non capita spesso di poter sentire della buona musica in giro.

A mezzanotte passata ci siamo ritrovati fermi in macchina ai bordi di quella piazza che un tempo, sembrano passati secoli d'allora, mi era tanto familiare...Che mi ha visto crescere, gioire, soffrire, tornare dopo anni...E che ora evito, riuscendo a guardarla soltanto da un finestrino attraverso la pioggia ed il vento, quasi come se non esistesse più.

Nel letto, prima di chiudere gli occhi, oppure mentre studio e dopo mezzora mi ritrovo lì a fissare il vuoto, ferma sulla stessa pagina, mi chiedo incessantemente cos'è che mi riserverà la vita. Come se da un momento all'altro dovesse cambiare tutto, aspettando la grande svolta...Perchè la sensazione per ora è quella di essere di passaggio qui, a casa mia, in questo paese, nonostante adori poter passare del tempo, tempo preziosissimo, con il mio caro papà ed il mio bel fratellone.

...E poi, tra una riga e l'altra, leggendo Sull'utilità e il danno della storia per la vita di Friedrich Nietzsche, mi balzano agli occhi queste parole:

"...La felicità più piccola, purché esista ininterrottamente e renda felici, è senza confronto una felicità maggiore della più grande, che venga solo come episodio, per così dire come capriccio, come idea folle, fra mera sofferenza, brama e privazione. Ma sia nella massima, sia nella minima felicità, è sempre una cosa sola quella per cui la felicità diventa felicità: il poter dimenticare o, con espressione più dotta, la capacità di sentire, mentre essa dura, in modo non storico. Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cosa sia la felicità, e ancor peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri..."

martedì 18 novembre 2008

O me! O life!



Ieri sera ho riguardato con moltissimo piacere l'eccezionale film di Peter Weir L'attimo Fuggente (Dead poets society - 1989) ...Sicuramente lo conoscete già. Sto cercando di concentrarmi al meglio nello studio ed un bel film come questo non ha fatto altro che incoraggiarmi.
Questa è una delle poesie del poeta Walt Whitman citate nel film dal professor Keating...
Ah quanto avrei voluto incontrare anche io un professore del genere durante il liceo!


O me! O vita!

O me! O vita! Per queste domande ricorrenti,
Nelle sterminate folle di infedeli, nelle città piene di stolti,
In me stesso, sempre a biasimare me stesso (e chi più stolto di me, chi più infedele?)
Negli occhi che invano bramano la luce, nel significato delle cose, nella lotta che sempre si rinnova,
Negli scadenti risultati di ognuno, nelle folle sordide e stanche che vedo attorno a me,
Nei vuoti e inutili anni dell'oblìo, con l'oblìo che a me si avvolge,
La domanda, o me! Così triste e ricorrente - Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?

Risposta.

Che tu sei qui - che la vita esiste e l'identità,
Che il potente gioco continua, e tu puoi contribuire con un verso.


Eccovi il testo originale che sicuramente rende più giustizia all'autore:

O ME! O life!... of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities fill’d with the foolish,
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more
faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever
renew’d,
Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,
The question, O me! so sad, recurring—What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here—that life exists, and identity,
That the powerful play goes on, and you will contribute a verse.



...Quale sarà il vostro verso?