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sabato 17 aprile 2010

Un cervello in meno, un mondo in meno...



Quell'uomo non era moribondo, era vivo esattamente come noi.
Tutti gli organi del suo corpo funzionavano: l'intestino digeriva, la pelle si rinnovava, le unghie crescevano, i tessuti si riformavano, ogni organo s'affannava in un lavorio insensato.
Le sue unghie avrebbero continuato a crescere anche quando si sarebbe trovato in piedi davanti alla botola, anche quando poi, precipitando nel vuoto, non avrebbe avuto più di un decimo di secondo da vivere. I suoi occhi vedevano la ghiaia gialla e le mura grigie, il cervello ancora ricordava, prevedeva pensava. [...]
Lui e noi eravamo un gruppo di uomini che camminavano insieme, che vedevano, udivano, percepivano, capivano lo stesso mondo; e fra due minuti uno schianto, e uno di noi non sarebbe più esistito:
un cervello in meno, un mondo in meno.

Un mondo in meno: ecco cos'è in sintesi un uomo che se ne va.

(Tratto da L'ultima Utopia di Guido Bulla)

Questo è l'impiccato di A Hanging, uno dei primi racconti di George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair) del 1931 su un'impiccagione, una fra le tante , che hanno luogo nella Birmania depredata dall'imperialismo britannico. Con programmatica e spietata freddezza "Mister Blair" ci fa conoscere le lacerazioni morali che dilaniano il colonizzatore...
E' di Eric Arthur Blair, ex agente della Polizia imperiale indiana, che mi occupo nella mia tesi, quando il "George Orwell" tanto conosciuto non era ancora "nato" ed il celebre autore si firmava ancora con il suo vero nome scrivendo soprattutto motivato dall'assillo di riscattare il proprio passato di agente dell'Imperialismo.
Lo studio per la tesi, come avrete notato, mi porta via molto tempo ma sono certa che da buoni amici riuscirete a capirmi.

Vi saluto con affetto, sperando di riuscire ad essere più costante. A presto!

p.s. dimenticavo, il video naturalmente è tratto dalla scena finale del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick...

sabato 6 febbraio 2010

Kaurismäki!




Riconoscete queste scene?

Sono tratte da tre film del regista finlandese Aki Kaurismäki.
Approfittando di queste gelide serate invernali, li ho visti al calduccio, nello studio di casa, sorseggiando qualche tazza di tisana avvolta nel mio plaid.
Tra una pausa e l'altra ho anche ripreso a dipingere ma sono poco costante, spero almeno che questa volta riuscirò a portare a termine il quadro che ho iniziato da mesi...
La voglia di uscire è poca ed il lavoro è tanto.

Tornando ai film, la prima immagine ritrae Koistinen, la povera guardia giurata protagonista di Le luci della sera (2006), film che tratta le tematiche della disoccupazione e della solitudine. E' il terzo di una trilogia dedicata da Kaurismäki al suo paese natale, il primo è Nuvole in viaggio (1996), sempre sullo stesso tema, che narra delle sventure della capocameriera Ilona (ritratta, durante il lavoro, nell'immagine centrale) e di suo marito Lauri, autista di un tram. Il secondo film della trilogia, che ancora non ho visto, è L'uomo senza passato (2002) che si occupa invece dell'indigenza dei senzatetto...
Tutte pellicole ambientate negli strati sociali meno fortunati le sue.
La terza immagine è tratta da Vita da bohème (1992), film romantico, poetico, tragico e comico allo stesso tempo. Una miscela semplice e solenne, forse la migliore.
Quella del regista finlandese è una realtà ricca di sfumature ed ombre, magica, affascinante, stupefacente nella sua naturalità e soprattutto vera.
Il tutto è corredato da una stupenda fotografia e da meravigliose colonne sonore che riescono a far parlare i lunghi e significativi silenzi tipici di Kaurismäki.

sabato 5 dicembre 2009

sabato 8 agosto 2009

Rapita dal sole


Miei cari...
Come avrete già capito quest'anno l'estate mi ha letteralmente rapita. Subito dopo l'ultimo esame di luglio sono partita per Siena e sono stata lì fino a qualche giorno fa. Per tre giorni sono andata a Bologna dove ho avuto modo di apprezzare la fantastica biblioteca Sala Borsa in Piazza Nettuno, la Serata Lunare su grande schermo in piazza Maggiore, per festeggiare i 40 anni dallo sbarco sulla luna, e la Festa di Liberazione con tanto di balera! Esilarante! Ho letto anche per la prima volta un numero di Piazza Grande, il giornale scritto dalle persone senza dimora di Bologna. Da lì ci siamo spostati verso Ferrara e Comacchio e il giorno successivo abbiamo visitato il Parco Storico di Monte Sole, per ricordare la Strage di Marzabotto. In Emilia non ho fatto altro che fotografare le targhe di commemorazione per i partigiani, piuttosto rare dalle mie parti... Di ritorno a Siena, oltre a cenette varie in ottima compagnia, aperitivi, concertini jazz, un pò di lettura, film all'aperto in Fortezza e qualche corsetta qua e là, ho finalmente visto il fantastico Vinicio Capossela in concerto ad Arezzo (i biglietti facevano parte del regalo di Michele per il mio compleanno), un'esperienza sicuramente da ripetere!
Ora sono nuovamente a casa e devo necessariamente rimettere la testa sui libri anche perchè presto dovrò iniziare a lavorare sulla tesi...Eh sì, si comincia ad intravedere la "fine" anche per me!

Vi lascio con le parole del grande Subcomandante Marcos, tratte dal suo dicorso d'apertura al primo incontro intercontinentale per l'umanità e contro il neoliberismo del 27 luglio 1996:

Questi siamo noi.

L'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

La voce che si arma per farsi sentire.

Il volto che si nasconde per mostrarsi.

Il nome che tace per essere pronunciato.
La stella rossa che chiede all'uomo e al mondo di ascoltare, vedere, nominare.

Il raccolto del futuro nel passato.
Dietro il nostro volto bruno.

Dietro la nostra voce armata.

Dietro il nostro nome innominabile.

Dietro di noi, che voi vedete.

Dietro di noi, voi.
Dietro ci siamo noi, gli stessi uomini e donne semplici e normali che si ripetono in tutte le razze, si dipingono di tutti i colori, si parlano in tutte le lingue e vivono in tutti i luoghi.
Gli stessi uomini e donne dimenticati.

Gli stessi esclusi.

Gli stessi emarginati.

Gli stessi perseguitati.

Noi siamo voi stessi.

Dietro di noi, voi.

Dietro il nostro passamontagna c'è il volto di tutte le donne escluse.

Di tutti gli indigeni dimenticati.
Di tutti gli omosessuali discriminati.

Di tutti i giovani disprezzati.

Di tutti gli emigranti picchiati.

Di tutti gli imprigionati per la parola e il pensiero.

Di tutti i lavoratori umiliati.

Di tutti i morti di oblio.

Di tutti gli uomini e le donne semplici e ordinari che non contano, che non sono visti, che non sono nominati, che non hanno domani [...]

[...] Fratelli e Sorelle, sulla montagna ci hanno parlato le tombe e ci hanno raccontato storie antiche che ricordano i nostri dolori e le nostre ribellioni.
I nostri sogni non finiranno finchè avremo vita.

La nostra bandiera non si arrenderà.

Sempre vivrà la nostra morte.

Così dicono le montagne che ci parlano.

Così parla la stella che brilla a Chan Santa Cruz.

Così ci dice che i cruzob, i ribelli, non saranno sconfitti e proseguiranno il loro cammino insieme a quanti sono nella costellazione umana.

Così ci dice che sempre verranno gli uomini rossi, i cha-chac-mac, la stella rossa che aiuterà il mondo a essere libero.

Così ci dice la stella che è montagna.
Un popolo che è cinque popoli.
Un popolo che è stella di tutti i popoli.
Un popolo che è uomo ed è tutti i popoli del mondo.

Verrà a unirsi alla lotta dei mondi che si fanno persone.

Perchè l'uomo vero e la donna vera vivano senza dolore e le pietre si facciano tenere [...]

Potremo continuare per la strada giusta se noi, che siamo voi, cammineremo insieme.

sabato 30 maggio 2009

...




Dopo questo lungo periodo di astinenza da blog rieccomi qui tra voi!
Vi ho pensati spesso ma non ho avuto a disposizione Internet e da quando sono tornata, oltre a sistemare casa ed il resto, ho dovuto riordinare anche un pò le idee. La mia permanenza a Siena è stata deliziosa, naturalmente grazie alla speciale accoglienza di Michele e del suo amico/coinquilino Marchino...
Eccovi la mia giornata tipo dell'ultimo mese: sveglia alle sette, colazione abbondante, corsa alla fermata del Pollicino (direzione biblioteca della facoltà di Lettere), mattinata di studio. Alle dodici e trenta riunione con un gruppo di amici per andare a mensa (la grande mensa Bandini!). Dopo pranzo caffè al bar Romana, io semplice con tanto di cioccolatino, rigorosamente alto e al vetro per Michele. Nel pomeriggio di nuovo studio, con qualche pausa qua e là (soprattutto nelle belle giornate il giardino adiacente alla biblioteca è stato una continua tentazione), fino alle sette...Qualche aperitivo all'ex pub australiano (con del buon vino o al massimo della birra) e finalmente a casa! Dopo gionate così piene siamo riusciti a stento a vedere qualche bel film per poi crollare dalla stanchezza.
Abbiamo rimesso a nuovo ed inaugurato il terrazzo di casa anche per la stagione estiva di quest'anno e non sono mancati pranzetti e cenette in ottima compagnia.

Per la Festa della Liberazione siamo andati al Festival Resistente a Grosseto (due giorni di musica, teatro e immagini dedicati alla Resistenza) dove i Vincanto hanno presentato uno spettacolo di alcuni brani della Resistenza e canti di lotta e di lavoro. Personalmente, ho gradito soprattutto lo spettacolo pomeridiano dedicato ai bambini con un cantastorie munito di marionette, clown e giocolieri. Con rammarico ho dovuto constatare che tra le persone che hanno partecipato al festival i giovani della mia età erano in netta minoranza...

Ho partecipato ad un incontro dell'Arcipelago ŠCEC (Solidarietà ChE Cammina) per capire meglio questa "nuova filosofia" ed alla fine ho deciso di aderire e dar fiducia al progetto che ci propone di passare dall'economia della distruzione (Denaro creato con tasso interesse) all'economia del Donare attraverso lo SCEC che non rappresenta altro che un metro della Solidarietà ChE Circola in una comunità che ha scelto di rinunciare ad una percentuale del prezzo pagato con il Denaro. Date un'occhiata al sito, ne vale la pena!

Come ho già detto non sono mancati i film. Tra quelli che ho più gradito: Uccellaci e Uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, La Zona (2007) diretto da Rodrigo Plà, Paradise Now (2005) di Hany Abu-Assad che racconta gli ultimi due giorni di vita di due kamikaze palestinesi ed in fine cinque documentari di Riccardo Iacona sui più disparati argomenti/problemi d'attualità tanto per tirarci sù di morale.
Al cinema invece siamo andati a vedere Che - l'Argentino di Steven Soderbergh ed è mancato poco che ci addormentassimo in sala. L'interpretazione di Benicio Del Toro (benchè fiscamente somigli molto al Comandante) è stata a mio avviso alquanto mediocre. Il film scorre poco e si sofferma troppo su particolari irrilevanti...Tuttavia mi manca ancora la seconda parte (Che - Guerrilla).
Ieri sera invece, ho visto con mio fratello ed alcuni amici il film Si può fare (2008) di Giulio Manfredonia con Claudio Bisio, ve lo consiglio vivamente...E' un'esilarante commedia -che lascia spazio anche alla riflessione- ambientata nella Milano dei primi anni '80 dopo la chiusura dei manicomi con la legge Basaglia.

Per quanto riguarda la lettura, sto per finire L'ottava vibrazione di Carlo Lucarelli. Il romanzo è ambientato nella Massaua del 1896. Lucarelli intreccia storie di amori, tradimenti e perversioni con molta abilità...Il tutto mentre il colonialismo italiano si avvia verso la sua più clamorosa sconfitta: la battaglia di Adua. Ho finto invece per motivi di studio (ma non per questo li ho letti con meno piacere) La Tregua di Primo Levi e Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi del quale avevo già avuto la fortuna di apprezzare la bellissima versione cinematografica del 1979 diretta Francesco Rosi.

Beh...Per grandi linee penso di avervi parlato di tutto, sicuramente dimentico qualcosa, ma avrò tempo per rimediare. Vi lascio con un piccolo regalino che con la bella stagione sono certa sarà di vostro gradimento: la ricetta della sensazionale granita al limone di mia nonna che tuttora sta riscuotendo grande successo in quel di Siena...

Ingredienti:
mezzo litro d'acqua, 200 grammi di zucchero, 3 limoni

Procedimento:
mettere acqua, zucchero ed il succo dei tre limoni in una pentola, grattuggiare la buccia di un solo limone ed aggiungerla al resto. Portare il tutto ad ebollizione e mettere in congelatore per almeno dodici ore. Quando la granita sarà congelata per servirla basterà "grattare" la superficie con un cucchiaio.

Buona granita a tutti!

venerdì 13 marzo 2009

L'intelligenza non avrà mai peso...

Rieccomi qui tra voi...Per impegni improrogabili ho dovuto abbandonare il blog e poi, come qualcuno ha detto, ogni tanto una pausa è salutare no?!
Colgo l'occasione di questo tranquillo sabato sera a casa per parlarvi un pò...
Negli ultimi giorni ho avuto modo di vedere il documentario di Claudio Lazzaro Nazirock che racconta dall'interno la destra radicale usando come filo conduttore la musica rock, un rock però di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza e richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano. Ciò che più mi ha colpito sono state le interviste ai giovani che partecipavano al "meeting politico" organizzato da Forza Nuova svoltosi a Viterbo nel Lazio. Ragazzi dallo sguardo tutt'altro che criminale guidati da chi sa strumentalizzare benissimo la loro voglia di giustizia e la loro smisurata ignoranza (“Gli ebrei deportati a Roma? Non lo sapevo. L’olocausto? Si, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo”). Come dice Lazzaro "c’è l’industria della paura che li aiuta a sbagliare: una destra politica, i Fiore, i Borghezio, i Romagnoli, che prospera su rancori e pregiudizi, fomentandoli. E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio. La paura s'insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni. Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare barriere di classe, queste le risposte difensive che vengono proposte". Sul palco si susseguono militanti e leader di varie nazionalità, tra i più applauditi sono Luigi Ciavardini, uno degli autori della Strage di Bologna e Andrea Insabato responsabile dell'attentato dinamitardo del 2000 alla sede del Manifesto...Il tutto sulle note degli Hobbit che intonano un vero e proprio inno alla violenza negli stadi anticipando i sanguinosi scontri di Catania e la morte dell'Ispettore Filippo Raciti.
Tanto per rimanere in tema, ho iniziato a leggere A.C.A.B. (All Cops are Bastards) di Carlo Bonini ma riservo i miei commenti a quando l'avrò terminato mentre non posso fare a meno di lodare Marco Tullio Giordana. Dopo aver visto i suoi film I cento Passi (2000) e La Meglio Gioventù (2003) che rimangono tra i miei preferiti, qualche giorno fa, ho avuto modo di vedere Pasolini, un delitto italiano (1995). Trattasi di un semi-documentario che racconta la morte di questo grand'uomo, le pessime indagini ed il primo processo. Pasolini, intellettuale di spessore inestimabile, appare solamente nelle immagini del massacro, in fotogafie, nella lettura dei suoi versi e dei suoi articoli. Doloroso e commovente il film ricostruisce le dinamiche di un delitto tutto politico, tutto italiano, frutto del bigottismo, delll'ignoranza, dell'odio...Pier Paolo Pasolini era colpevole perchè "comunista ed omosessuale", perchè coraggioso e trasparente, tutte qualità che, ahimè, rimangono ancora oggi scomode.
Il film si chiude con un estratto da "La Guinea",
Poesia in forma di Rosa, in "Bestemmia", recitata dallo stesso Pasolini, sempre più attuale che mai:


"...L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce..."


lunedì 23 febbraio 2009

Tempi Moderni




Ieri sera, dopo un'intensa giornata di studio, ho visto questo capolavoro di Charlie Chaplin,
Tempi Moderni (1936) ...In alcune parti, mi son ritrovata a ridere da sola, come una stupida, mentre altre mi hanno quasi commossa. Chaplin è tremendamente espressivo, sono i suoi occhi, il suo corpo, i suoi gesti a parlare, quasi non ci si accorge di guardare un film muto. Adorabile!
Gli anni sono quelli della recessione, della chiusura delle fabbriche...In America la grande depressione intristiva e impoveriva la popolazione e l'economia mentre in Europa già tiravano venti di guerra. Quella di Charlot è una visione innocente, come quella di un "bambino" che non si trattiene dal denunciare pubblicamente le assurdità e contraddizioni del mondo, la durezza e le ingiustizie della società moderna...
Simbolo di quell'alienazione umana provocata dall'avvento della società industriale e capitalista, Chaplin fu espulso dagli Stati Uniti al grido di "cane rosso" condividendo lo stesso trattamento riservato al grande Ejzenstejn messo alla porta dalla parte più nera di Hollywood, da quell'America antisemita e reazionaria in quanto "assassino e brigante bolscevico", "grave minaccia per gli Stati Uniti"...
Il fim è sensazionale, un'opera d'arte!

Per il mio prossimo esame dovrò vedere anche Metropolis di Fritz lang (1926), Gandhi di Richard Attemborough (1982) e Freud, passioni segrete di Jhon Huston (1962) mentre ho già visto Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci.

Stanca e sognante, ho bevuto il mio infuso di camomilla, miele e vaniglia (stenderebbe anche un elefante!) e sono letteralmente crollata.

Questa mattina appena sveglia, mentre gustavo il mio caffè, ho saputo inaspettatamente i risultati dell'esame scritto di Spagnolo ed è andato bene!
Quale miglior modo d'iniziare la giornata?!
Penso proprio che passerò questo pomeriggio a prendermi cura di me. Ne sento proprio il bisogno.
Leggerò qualcosa, ascolterò un pò di musica ed andrò in palestra...

Il tutto con molta calma.

Ora scappo che altrimenti resto a digiuno!

Un bacio a tutti!

p.s. si sente che sono contenta eh!? :D

giovedì 22 gennaio 2009

Una storia argentina


Questo articolo che vi propongo di leggere è su un fumetto il cui protagonista è l'Eternauta, un eroe perso nell'eternità, un eroe reale che s'incarna nel suo stesso sceneggiatore.
Una storia inquietante, di dolore, del terrore, di libertà depredata, di silenzi, di coraggio e di resistenza...
Una storia per non dimenticare la Guerra Sucia (guerra sporca) e i desaparesidos.
Una storia come tante altre purtroppo.


Nel linguaggio dell'eternauta, quest’anno Héctor Germán Oesterheld (Hgo) compie 89 anni. Figlio di un ebreo tedesco e di una basca spagnola, Hgo è nato a Buenos Aires il 23 luglio 1919. La data della morte è sconosciuta. Nella storia drammatica dell’umanità, forse l’eufemismo più orribile è quello di desaparecido. “Non sono vivi né morti: sono scomparsi”. Quest’aforisma si deve al dittatore argentino Jorge Rafael Videla. Hgo è un desaparecido, il numero 7.456 della lista Conade (Commissione nazionale sui desaparecidos). Si sa che la vigilia di Natale del 1977 i suoi sequestratori gli tolsero il cappuccio e lo lasciarono a occhi scoperti per cinque minuti. Hgo salutò uno per uno i suoi compagni di prigionia e cantò con un giovane detenuto-desaparecido la canzone Fiesta di Joan Manuel Serrat. Anche le sue figlie sparirono: prima Beatrice (19 anni), poi Diana (23 anni), poi Estela (24 anni) e per ultima Marina (18 anni). Hgo è uno dei più straordinari creatori di avventure del novecento. Con lui è cambiato il profilo dell’eroe. L’Eternauta, la sua opera principale, una storia commovente e profetica, va oltre le frontiere della politica e dei generi letterari. E ogni giorno diventa un classico per i suoi lettori. È un’opera omerica del fumetto che mette in discussione il genere umano. “Dopo aver letto Oesterheld non possiamo più accettare di leggere delle cose qualsiasi”. Non l’ha affermato un critico qualunque in un raptus di magnanimità. Lo ha detto El Negro. L’ha detto Roberto Fontanarrosa. Rispettato da ogni tifoseria, da quelli del River e del Boca, e su qualsiasi campo di calcio o di letteratura. Anche in fondo e a sinistra, in qualsiasi redazione, dove di solito siedono i censori. E i cinici. La storia di dove si siedono i censori è di Enrique Medina. Medina ebbe il coraggio di andare nell’ufficio della censura, proprio prima del colpo di stato, a chiedere notizie del suo libro Las hienas. Che astuzia. E poi ricevette una telefonata: “Ma sei stupido!”. Che mania questa degli eufemismi. La paura che mettono gli eufemismi. Meglio sentirsi dire: “Il tuo becchino ha inito le ferie”. Ma torniamo a noi. Ci sono due grandi industrie nella storia dell’Argentina: il calcio e il fumetto. El Negro Fontanarrosa era un esperto di entrambe. Il miglior racconto di calcio che ho mai letto è la storia di Cardaña, il numero 5 del Peñarol, prima soprannominato El Hombre e poi, più precisamente, El Hombre de Neanderthal. Cardaña, rozzo e sentimentale, per beneficenza va a trovare in ospedale un bambino in condizioni gravi. Quel piccolo tifoso, che ha i giorni contati, accoglie il suo idolo come merita: “Brutti figli di puttana, come potete perdere con quelle schiappe del Nacional?”. Ecco come scriveva El Negro: non cedeva di un centimetro, neanche una lacrima gratis. Fu lui che disse: “Dopo Oesterheld come la mettiamo?”.

Scrivere come un pazzo
Quando studiava geologia all’università, lavorava già come correttore e scriveva storie come un pazzo. Quando lavorava come esperto di oro e platino per il Banco de crédito industrial de la República Argentina scriveva articoli e storie come un pazzo. Quando vagava sui monti e sulle pianure come Robinson Crusoe scriveva storie come un pazzo. Gli offrirono di lavorare a Topolino e accettò, perché non era un apocalittico della cultura e quello che gli piaceva era scrivere storie come un pazzo. Scrisse letteratura per l’infanzia, molta sotto lo pseudonimo di Sánchez Puyol. Fu l’epoca d’oro di quel genere narrativo nell’Argentina degli anni quaranta e cinquanta, con Gatitos e Bolsillitos. Gli piaceva scrivere per l’infanzia. “I bambini sono trattati sempre come degli stupidi”. Fu anche l’epoca d’oro del fumetto argentino, quando fondò con il fratello Jorge la casa editrice Frontera e uscirono due pubblicazioni che avrebbero fatto la storia. Hora Cero e Frontera. Avevano una tiratura di circa centomila copie. Cos’aveva a che fare Hgo con l’industria culturale? Scriveva come un pazzo. In trent’anni scrisse le sceneggiature di almeno centocinquanta serie di fumetti collaborando con una cinquantina di disegnatori. Sempre prolifico ed esigente. Perché scelse il fumetto? Avrebbe potuto essere un grande scrittore? È bello parlare con Martín Mórtola e Fernando Oesterheld, i suoi nipoti. “Voleva demolire l’artificiosa opposizione tra alta e bassa cultura. Non aveva pregiudizi elitari. Voleva arrivare alla gente e non lo considerava un obiettivo incompatibile con la qualità. Questa è un’altra delle lezioni dell’Eternauta, un’opera d’avanguardia che ha raggiunto le persone, una grande avventura e una letteratura straordinaria”...Jorge Luis Borges era ammaliato dall’universo Oesterheld. Inoltre Hgo era uno straordinario creatore di fantascienza non troppo fantastica. “Leggeva le riviste scientifiche più all’avanguardia di tutto il mondo”, ricorda Elsa Sánchez, sua moglie. Ha riempito l’Argentina e altri paesi di gente interessante. Ray Kilt, Sargento Kira, Indio Suárez, Bull Rocket, Ernie Pike, Ticonderoga, Randall, Sherlock Time. E il gruppo, l’eroe collettivo, dell’Eternauta.
Quando passò alla clandestinità e sapeva di essere perseguitato da Loro, cosa faceva Oesterheld? “Scriveva come un pazzo”. Gli diedero la caccia, lo fecero sparire, gli succhiarono il sangue. Cosa faceva Oesterheld? Ana María Caruso, dalla prigionia del centro clandestino di detenzione chiamato Sheraton, riuscì a scrivere una lettera che compare nel rapporto Nunca más della Commissione nazionale sui desaparecidos: “Adesso è con noi El Viejo, l’autore dell’Eternauta e del Sgt. Kirk. Ve lo ricordate? Il povero vecchio passa le sue giornate a scrivere fumetti che inora nessuno dà segno di voler pubblicare”. Scriveva come un pazzo.

Fango sugli stivali
Nessuno, dopo aver letto l’Eternauta, potrebbe più accettare di leggere delle cose qualsiasi. Cambia lo sguardo. È una di quelle opere che sanno “mordere nella stupidità” come piaceva a Franz Kafka. O come piaceva a Emil Cioran: “Un libro dev’essere un pericolo”. “Cosa fare? Cosa fare per evitare tanto orrore?”. Chi grida queste parole? È lo sceneggiatore, Oesterheld, alla fine dell’Eternauta. Non è fuori, ma dentro, in una vignetta. Una delle idee dirompenti di Oesterheld fu quella di entrare a far parte dell’opera come personaggio. Un coraggio formale che avrà molte conseguenze. Siamo nel 1957. Francisco Solano López (Buenos Aires, 1928) lo rende riconoscibile. Lo disegna con i suoi tratti. All’inizio della trama l’Eternauta appare allo sceneggiatore nella mansarda in cui lavora e gli racconta la sua storia di eroe perso nell’eternità. Alla fine l’Eternauta riesce a tornare a casa dalla moglie e dalla figlia, che lo rimproverano per averci messo mezz’ora a comprare il giornale. Mezz’ora? Lo sceneggiatore, Oesterheld, il nostro Hgo, cerca di dissuadere l’Eternauta. Tutto quello che gli ha raccontato, tutto quello che sta per succedere! La nevicata mortale, l’invasione guidata da un potere oscuro, Loro, che usano per i loro fini i terribili mostri e gli intelligenti kol, schiavi della paura, che a loro volta trasformano gli umani sopravvissuti in uomini-robot. Ma l’Eternauta non riconosce più lo sceneggiatore. Tornando nel passato, ha perso la memoria del futuro. La memoria passa allo sceneggiatore. Chi è adesso l’Eternauta? Siamo nel 1957. Hgo grida dal fumetto: “Cosa fare? Cosa fare per evitare tanto orrore?”. È la prima versione dell’Eternauta. Nel 1969 ci sarà una seconda versione, disegnata da Alberto Breccia, in cui le coordinate geopolitiche sono più precise. La pubblicazione solleva molte polemiche. La rivista Gente ne forza il finale. L’Eternauta diventa un personaggio inquietante, troppo verosimile. Nel 1976, con i disegni di Solano López, si pubblica un seguito dell’avventura, una seconda parte. È un processo pieno di ostacoli. Sceneggiatore e disegnatore si vedono appena. Hgo sente sul collo il fiato di Loro e detta capitoli dalle cabine telefoniche. Le ultime volte in cui va alla casa editrice Récord, che doveva pubblicare l’Eternauta II, si presenta sempre a orari assurdi, come un’ombra. A tradirlo è solo “la scia di fango secco dei suoi stivali” sul tappeto. Perché uno dei molti rifugi di Hgo era l’isola del Tigre.

La tecnologia infernale
Erano arrivati Loro, come l’Eternauta avrebbe chiamato i dittatori. Nel prologo di Ernesto Sábato al rapporto Nunca más, in cui si documentano gli orrori della dittatura e l’usurpazione dello stato da parte di una mafia in uniforme, c’è scritto: “Dalle informazioni in nostro possesso si desume che questa tecnologia infernale fu applicata da esecutori sadici ma ben inquadrati”. Insieme a migliaia di desaparecidos, la “tecnologia infernale” si portò via Hgo e le sue quattro figlie. Erano già passati alla clandestinità quando cominciò la dittatura argentina, che durò sette anni crudeli (1976-1983). L’unico cadavere che Elsa riuscì a recuperare fu quello di Beatriz. A 19 anni fu la prima vittima di Loro. Il 19 giugno 1976 Beatriz chiamò la madre e le dette appuntamento in un bar. Due giorni dopo sul treno, mentre Elsa andava al lavoro, un uomo molto nervoso con un vestito elegante si avvicinò per dirle che sua figlia era stata sequestrata da un “gruppo di lavoro” dell’esercito. Elsa Sánchez de Oesterheld cominciò il pellegrinaggio per ritrovare Beatriz, ma sull’Argentina era davvero caduta una “nevicata mortale”. Si scontrò con muri di silenzio. I conoscenti facevano finta di non conoscerla e perfino suo nipote Jorge Oesterheld, un sacerdote potente che oggi è portavoce della conferenza episcopale argentina, preferì “guardare dall’altra parte”. Elsa sapeva di essere diventata un pericolo per le figlie. Tutti i suoi movimenti erano sorvegliati per arrivare alle ragazze e a Hgo. In un certo senso anche lei era una desaparecida apparentemente in libertà. Lo sterminio programmato della famiglia di Hgo continuò: a Tucumán il 4 luglio 1976 scomparve Diana, 23 anni, incinta; il 27 aprile 1977 fu sequestrato Hgo e il 14 dicembre dello stesso anno sparì Estela, 24 anni. Nella sua ultima lettera, scritta quel giorno, dice: “Mammina: è un mese che Marina non è con noi”. Significa: Marina è scomparsa. Aveva diciott’anni.


La tortura metafisica

Loro, con le bande di gurbos, mostri e uomini-robot, applicarono la tecnologia infernale su scala industriale. Per far sparire i cadaveri usarono una variante dell’incinerazione: i voli della morte. Forse pensavano che la scomparsa sottomarina di migliaia di persone sarebbe stata inodore, innocua e impercettibile. Il più grande detective della storia, Sigmund Freud, scrisse: “Censurare un testo non è difficile, più difficile è cancellarne le tracce”. I carnefici ignoravano che anche il corpo umano è un testo. E questa è la verità di fondo dell’Eternauta, la ragione della sua forza a distanza di così tanti anni. “La persistenza dell’Eternauta di per sé è un modo per non dimenticare”, scrive Judith Filc. Nel primo anniversario del golpe militare, il 24 marzo 1977, un altro geniale eternauta argentino, lo scrittore Rodolfo Walsh, compagno e collega in molti sensi di Hgo, spedì per posta e distribuì clandestinamente la Carta abierta de un escritor a la junta militar (lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare). È uno dei pamphlet di denuncia più commoventi della storia, in cui Walsh fece conoscere al mondo la dimensione del genocidio: quindicimila desaparecidos fino a quel momento. “Siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica”. In questo contesto la parola metafisica, associata alla tortura, perde tutta la sua astrazione ed esprime l’incommensurabilità dell’orrore vissuto nella realtà. Durante una perquisizione della sua vecchia casa, dove viveva solo Elsa, l’ufficiale mostro al comando del “gruppo di lavoro” spiegò che stavano dando la caccia a Héctor l’ebreo. Elsa rispose che suo marito era figlio di un proprietario terriero tedesco e di una spagnola. Poi aggiunse: “E anche se fosse ebreo?”. Tra le cose che ispirarono Loro per mettere in pratica la “tecnologia infernale”, la tortura e la scomparsa forzata di migliaia di persone, come Hgo e le sue quattro figlie, ci sono alcuni metodi nazisti. Per esempio, un ordine di Hitler, il decreto Nacht und Nebel, notte e nebbia. Il testo di questo decreto, ricostruito dal tribunale di Norimberga, sconsigliava la consegna del cadavere della persona eliminata alla famiglia. L’obiettivo era “disseminare il terrore” per indebolire qualsiasi resistenza. Nel 1977, il periodo in cui Hgo fu detenuto, il generale Ibérico Saint Jean, governatore della provincia di Buenos Aires durante i fatti della notte delle matite spezzate (scomparsa e omicidio di un gruppo di adolescenti), dichiarò in pubblico e senza eufemismi: “Prima uccideremo i sovversivi, poi i loro simpatizzanti e per ultimi gli indifferenti”. Tra le migliaia di desaparecidos ci sono un centinaio di poeti, scrittori e sceneggiatori di fumetti. Un altro Loro, un collega militare del generale Ibérico, il comandante Luciano Menéndez che guidava il III corpo dell’esercito e fu il responsabile dei roghi di libri del 29 aprile 1976, dichiarò: “Così come distruggiamo con il fuoco la documentazione perniciosa che offende l’intelletto e la nostra cristianità, distruggeremo anche i nemici dell’anima argentina”. Loro, come Creonte, punivano oltre la morte. Gridando ad Antigone, alle figlie di Oesterheld: “Se la tua natura è amare, va’ tra i morti e amali. Finché io avrò vita non comanderà una donna”.

Ernie Pike
Quando creò Ernie Pike, uno di quei grandi personaggi che cambiarono il profilo dell’eroe rendendolo una figura complessa, fatta di carne e ossa e non d’acciaio, i primi episodi furono disegnati da Hugo Pratt. Quando vide il fumetto, Hgo rimase perplesso: il volto di Ernie Pike, corrispondente di guerra che mette sempre in dubbio le versioni ufficiali, era il suo. E lo videro anche i torturatori: riconobbero in Hgo Ernie Pike. E quindi ci andarono giù pesanti con Ernie Pike. Elsa Sánchez de Oesterheld mi racconta un’altra storia che la lasciò a bocca aperta. Qualche anno fa, nel 2002, alla ine di un incontro, le si avvicinò una donna, una dottoressa che era stata rapita, detenuta nell’Esma (la scuola di meccanica dell’esercito dove furono detenute circa cinquemila persone) e sopravvissuta alla prigionia. Le raccontò che un giorno Alfredo Astiz, un ufficiale dell’Esma noto come l’Angelo della morte, tirò fuori dal cassetto del suo tavolo un libro e le disse più o meno così: “Prendi e leggilo. È il miglior libro d’Argentina”. Era l’Eternauta. In quell’episodio uno dei personaggi si lamenta: “Tutti scomparsi… come se non fossero mai esistiti”.

Un incarico per Hgo
Siamo nel 2008. Il 23 luglio, se fosse ancora vivo, Héctor Germán Oesterheld avrebbe compiuto 89 anni. La sua condizione terrena è quella di desaparecido forzato. Fu sequestrato da uno di questi eufemismi criminali chiamati “gruppi di lavoro” e fu detenuto in almeno tre carceri clandestine, ovvero in dei non luoghi: Campo de Mayo, El Vesubio e Sheraton, dov’era conosciuto come El Viejo, il vecchio. Gli indizi e le prove circostanziali fanno presumere che Hgo morì all’inizio del 1978. Non c’è traccia del cadavere. Il rifiuto era la risposta sistematica che ricevevano le migliaia di ricorsi. Per quanto si sa, all’inizio Hgo fu maltrattato e torturato. Poi, su iniziativa di un militare, cercarono di coinvolgerlo nella stesura di una biografia del libertador San Martín. Oesterheld si era fatto conoscere come biografo. Già nel 1951, quando scriveva libri per bambini, Perón avrebbe voluto che lavorasse alla sua biografia. Lui riuscì a dire di no. La moglie Elsa pensa che da quando scrisse Che (Rizzoli 2007), illustrato da Alberto Breccia e da suo figlio Enrique, Hgo fu segnato. La biografia del Che fu pubblicata nel 1968, in piena dittatura di Onganía. L’editore gli aveva proposto di farla uscire come opera anonima, ma Héctor rispose: “Un personaggio come il Che non merita che un lavoro su di lui sia fatto di nascosto”. Il libro ottenne un successo immediato. La prima edizione andò a ruba in un mese, ma la casa editrice fu perquisita e Breccia e Oesterheld furono minacciati di morte. Poi avvenne una cosa strana. Ricevette una telefonata dall’ambasciata degli Stati Uniti. Gli proposero di scrivere qualcosa di simile, una biograia sullo stesso stile, altrettanto immediata e diretta, ma su John F. Kennedy. Hgo declinò l’offerta. Era già pronta quella di Evita. Non fu pubblicata: non ci sarebbero state più biografie. E adesso in prigionia se ne uscivano con San Martín! Non si sa a che punto arrivò né che ne fu dei suoi appunti. La vita di San Martín raccontata da Oesterheld? Probabilmente Loro si resero conto del possibile scivolone: se la biografia fosse stata portata a termine avrebbero dovuto far sparire San Martín. Le statue si sarebbero messe a parlare e sarebbero finite in fondo al mare.

Una strana visita
La tortura peggiore a cui sottoposero Oesterheld, a parte il tormento fisico, fu quella di mostrargli le foto delle figlie morte. Loro, come Creonte, punivano oltre la morte, mostrando i diversi cadaveri di Antigone. A Elsa restituirono solo il corpo della prima figlia uccisa, Beatriz, “quella che somigliava più al padre”. Poi sparì Diana, 23 anni, con il suo compagno, Raúl. Dopo fu la volta di Marina, diciotto anni. Sopravviveva Estela, la più grande, di 24 anni. C’è una testimonianza sul periodo di detenzione di Oesterheld nel carcere clandestino di Campo de Mayo. Juan Carlos Scarpatti disse: “Non lo conoscevo personalmente, ma attirò la mia attenzione. Lo vidi, diciamo, abbattuto, molto angosciato. Allora mi avvicinai e gli chiesi cos’aveva. Mi disse che gli avevano mostrato le foto delle figlie. Dei loro cadaveri”. Ma la notizia della morte di Estela e di suo marito – anche lui si chiamava Raúl – la ricevette quando i carcerieri dello Sheraton gli dissero che c’era una visita speciale per lui. L’hotel Sheraton, eufemismo per il non luogo, era un altro centro di detenzione clandestino che si trovava in un settore nascosto del commissariato di Villa Insuperable, all’interno della città. Era il 14 dicembre 1977. La “visita speciale” era di un bambino di tre anni, suo nipote Martín. Quel giorno avevano ucciso i suoi genitori. Ancora oggi Martín ricorda di essere rimasto seduto per ore con suo nonno in un “corridoio orribile con delle pareti di lattice blu brillante”. Difficile non vederlo come un episodio dell’Eternauta fatto piombare nella realtà. El Viejo e il nipote che ha conosciuto a malapena, insieme in un non luogo dove ti succhiano il sangue. Sono ottocento i bambini rubati all’epoca di Loro, e solo novanta sono riusciti a tornare alle loro famiglie di origine. Un’altra ramificazione della “tecnologia infernale”. Due nipoti di Hgo ed Elsa, i figli di Diana e Marina, sono desaparecidos. La comparsa di Martín nel non luogo, il fatto che qualcuno abbia deciso di portarlo dal Viejo, che tutti credevano morto, è un episodio che può avere un’interpretazione morbosa, ma può anche essere visto alla luce del l’Eternauta. Forse è stata opera di un kol. I kol, subalterni intelligenti di Loro, diventano disobbedienti quando la “ghiandola del terrore” smette di funzionare. Per una volta Oesterheld dette un indirizzo, quello dei genitori di Elsa. Martín fu portato dalla nonna. Antigone dalla morte mandava un segnale.

Il passerotto combattente
Ana di Salvo, psicologa, compagna di prigionia di Hgo nel centro di detenzione illegale del Vesubio, mi racconta che Oesterheld rimaneva sempre in disparte, diffidente. Parliamo del maggio del 1977, quindi non era da molto che lo avevano arrestato. “Ci dissero: ‘Arriverà El Viejo’. All’inizio non sapevo chi fosse. Non conoscevo la storia dell’Eternauta. Aveva un problema di pelle, era pieno di foruncoli in faccia e sulla testa. C’era una dottoressa tra le detenute. Gli diede una pomata, ma lui la riiutò. Era diffidente. Una notte in cui faceva molto freddo e stava dormendo sul pavimento di legno gli offrimmo una coperta. L’accettò. Ma sempre con un’aria di diffidenza. La mattina lo venivano a prendere e lo riportavano la sera. Ci raccontò che gli stavano facendo scrivere una storia su San Martín. Gli parlai di mio figlio Luciano. Gli chiesi di scrivermi una poesia, una storia per lui. Ma non ci fu tempo. Dopo avermi fatto sparire senza spiegazioni per 73 giorni, mi riportarono a casa. Pensi continuamente che stanno per ucciderti. Nel viaggio verso casa, guardando il paesaggio, uno dei sequestratori disse: ‘Buon posto per la caccia’. E io, non so perché, gli risposi: ‘Qui c’è il divieto di caccia, va rispettato’. Rimase perplesso. Le cose vanno così. Mio figlio Luciano, quando tornai, non voleva saperne di me. Pensava che l’avessi abbandonato di proposito. Un giorno gli comprai un racconto per bambini intitolato Chipió, el gorrioncito peleador (Chipió, il passerotto combattente). A Luciano piaceva molto la faccia di quell’uccellino. Imparò a leggere con lui e il libro ci riconciliò. Non sapevo che l’avesse scritto El Viejo: aveva usato uno pseudonimo. Molti anni dopo, in una mostra su Oesterheld, raccontai la storia a Martín, suo nipote, e lui mi disse: ‘In quel racconto c’era quello che mio nonno scrisse per tuo figlio’”.

L’ultima lettera
L’ultima lettera di Estela a sua madre fu scritta il giorno in cui fu uccisa, il 14 dicembre 1977. È breve, scritta in gran fretta ma curata, con una grafia che cerca di rimanere ferma. Ogni lettera, ogni appunto in quei giorni trasudava nervosismo. Si ha l’impressione che la lettera a Elsa sia anche una lettera che Estela sentì il bisogno di scrivere a se stessa. Non è dificile immaginarla mentre la rilegge a bassa voce tra sé e sé, sforzandosi di dare alla madre la notizia della morte di Marina senza nominare la morte. Come nell’Eternauta, il tempo della lettera è un continuum 4, una specie di futuro del passato: “Marina non è più con noi e questo dolore non lo si può più alleviare, in nessun modo, ma voglio che tu sappia che è morta eroicamente così come ha vissuto”. Consonanti e vocali si accatastano in un presente ricordato: “Credo che dobbiamo essere orgogliosi di lei, così come di Bi (Beatrice), Di (Diana) e Dad (Héctor), e voglio che tu sappia che sono orgogliosa anche di te (Elsa)”. Quest’ultima affermazione ha un significato forte. Va oltre la cortesia filiale. Tutte le persone a cui fa riferimento Estela sono scomparse. La felice nidiata di Beccar sta per essere sterminata. Elsa, la madre, antiperonista, razionale e intuitiva, “molto celta”, dice lei, non li aveva seguiti nel loro impegno rivoluzionario. Aveva discusso animatamente con Hgo, con l’uomo che amava. Sì, era d’accordo con lui. Era una gioventù meravigliosa: bella, colta, ribelle. La migliore generazione che l’Argentina avesse mai avuto. Come Héctor, Elsa passava da Mozart a Janis Joplin e, perché no, condivideva anche i gusti artistici di quella generazione, la libertà nello stile di vita, una sessualità senza tabù, l’avversione all’ingiustizia. Condivideva tutte queste cose, dice Elsa. Ma lei, la donna che era stata così felice a Beccar, in quella casa che era come un laboratorio dell’artista romantico, dove tutto “fremeva e cantava”, dove tutti approdavano e nessuno se ne voleva andare, dove nessuno voleva spegnere la luce, dove le ragazze si riiutavano di andare alle feste o nei locali perché c’era solo “gente stupida”, e allora volevano stare lì, a Beccar, con i loro amici e quelli dei genitori, disegnatori, musicisti, artisti, scrittori, gente che portava delle storie: lei, che aveva conosciuto il paradiso, riuscì a percepire con chiarezza il trambusto della macchina infernale che si stava avvicinando. Sì, discusse con Hgo. Non riusciva a digerire quella metamorfosi nell’Oesterheld che amava e ammirava, l’uomo tranquillo, illuminato, progressista e piuttosto libertario. Una trasformazione dovuta all’influenza degli amici anarchici spagnoli in esilio, quello sguardo antidogmatico che appartiene anche ai suoi eroi. Hgo non era affatto elitario. La sua stessa scelta letteraria, la sceneggiatura dei fumetti, lo dimostra. Ma provava ribrezzo per il populismo peronista. Hgo cambiò. La sua opera principale contiene anche delle tracce autobiografiche. Tra il primo Eternauta (1957) e la seconda versione (1969) c’è una rivoluzione di sguardo. I riferimenti geopolitici diventano più concreti: l’America Latina è abbandonata alla sua sorte e Loro, gli oscuri poteri cosmici, sono la grande potenza. Hgo diventò più radicale, d’altronde anche il mondo intorno cadeva a pezzi. Le pagine del calendario cadevano per paura e ribrezzo. Il golpe di stato di Aramburu, nel 1956, con l’Operación Masacre, che Rodolfo Walsh racconterà in modo brillante. Il golpe di stato di Onganía, nel 1966, quando i professori e gli alunni dell’università di Buenos Aires furono crudelmente presi a bastonate nel tragitto verso i camion della polizia. Il mandato di Lanusse, nel 1972, con il massacro di Trelew. In questo calvario di sfortunati fasti e catastroiche salvezze, il paese percepì una “scintilla di speranza” nella grande mobilitazione civile cominciata con il cordobazo (un movimento di protesta che si diffuse nel 1969 nella città di Córdoba). In seguito, chiamando in causa l’oftalmologia, potremmo dire che si passò da uno strabismo divergente a uno convergente. Il punto di convergenza fu ancora una volta Perón. Gran parte della sinistra argentina confluì nel peronismo. Per molti era la speranza possibile, un’alleanza contro Loro. E lì c’erano Hgo e le sue iglie. Elsa no: lei manteneva le distanze quando dalla musica si passava alle parole. E lì c’erano anche Rodolfo Walsh e le iglie Vicky e Patricia. Si parla quasi sempre di A sangue freddo, di Truman Capote, come prima opera della narrativa del new journalism. Ma è per ignoranza emisferica. La prima opera è stata Operazione massacro, di Rodolfo Walsh, nel 1957, l’anno in cui nacque anche l’Eternauta. Walsh, di origine irlandese, allora era anche antiperonista. Preferiva gli scacchi alla politica e anche alla letteratura. Ma un giorno, tornando a casa, udì il grido di un soldato moribondo: “Non lasciatemi solo, figli di puttana!”. Il ritorno di Perón, il grande giorno della resurrezione nazionale, passerà alla storia per il massacro di Ezeiza. Lì, all’aeroporto, cominciò lo sterminio della “gioventù meravigliosa”. Più di trenta morti e trecento feriti in quello che avrebbe dovuto essere il giorno più felice. La lusinga diventò condanna: la “gioventù imberbe”. Perón morì quando si avvicinava il giorno della “nevicata mortale”. Il padre della patria era tornato con la mummia di Evita e un suo fantasma, Isabel, manovrata da un sinistro prestigiatore, il segretario López Rega, organizzatore della Tripla A, che mescolò la stregoneria alla produzione industriale della morte. Si moltiplicò il doppio lavoro: molti di quelli che di giorno lavoravano come capi della polizia, la notte diventavano capi della Tripla A. Fino all’arrivo del grande eufemismo, il processo di riorganizzazione nazionale. In altre parole, fino al colpo di stato militare con la sua rete di influenti complicità. Era il regime di Loro. E si mise in moto, a pieno ritmo, la “tecnologia infernale”. Walsh denuncia: “La Tripla A sono oggi le tre armi, e la giunta che voi presiedete non è l’ago della bilancia tra ‘violenze di segno diverso’ né l’arbitro giusto tra ‘due terrorismi’, ma la fonte stessa del terrore che ha smarrito la strada e riesce solo a balbettare un discorso di morte”. La lettera di Estela a Elsa iniva dicendo: “C’è ancora molto da dare in questa vita e sono molte le ragioni per andare avanti”. Quel giorno, dopo che aveva inviato la lettera, la uccisero.

Oesterheld, Hugo Pratt ed Elsa
Lui scriveva a mano. Odiava la macchina da scrivere. Per questo ho imparato stenografia e dattilografia. Per aiutarlo. Dopo esserci sposati abbiamo vissuto quattro anni in un piccolo appartamento nel quartiere Desarrollo. Allora si occupava di minerali. Amava la natura aspra, selvaggia, la steppa deserta. Quando lo conobbi era un misantropo. Poi nacquero le bambine, una dopo l’altra. Disegnava già. ‘Papà, fammi un disegnino’. Scarabocchiava di tutto per loro. Leggeva di tutto. Era abbonato a riviste in tedesco, italiano, inglese e francese. Sapeva un sacco di cose. Gli interessavano tutte le scoperte scientifiche, tutto ciò che era al limite della fantascienza. Borges amava parlare con lui. Le ragazze lo vennero a sapere. Un giorno andarono tutti e cinque insieme a trovarlo. E stettero lì con lui, nella penombra della biblioteca nazionale. Sì, aveva una cultura straordinaria, enciclopedica. Un giorno Hugo Pratt gli mostrò molto soddisfatto alcuni disegni. Un nuovo eroe. Un soldato della conquista del west. Héctor gli disse: ‘Benissimo, ma dovrai ridisegnarlo. Non può avere quel tipo di arma. Il calcio della pistola non era così’. Hugo si sedette, fece un sospiro, gridò: ‘Lo uccido, lo uccido! Dimmi, Héctor Oesterheld, a chi importa com’era il calcio della pistola?’. ‘A me’, rispose Héctor. All’improvviso si alzò e andò verso il garage. Aveva libri dappertutto. Anche in garage. Ovunque. Leggeva sessanta o cento storie alla volta. C’era un pandemonio. Quando cercavo di mettere a posto, lui si disperava. Frugò nel caos. E alla fine tornò tenendo in mano quello che cercava. Lo passò a Hugo. ‘Ecco qui’, gli disse. ‘L’arma dev’essere così’. Era molto sportivo. Giocava a tennis. Il calcio gli piaceva, ma solo da guardare. Aveva una fissazione per lo stadio del River. Quando andava in centro passava sempre di lì. In quello stadio si svolge una battaglia decisiva dell’Eternauta. È stato un periodo idilliaco, un paradiso, quando stavamo in casa a Beccar. Questo l’ho già detto, vero? Quando sono arrivati i disegnatori italiani, ma questo è successo prima, anche quella è stata un’epoca meravigliosa. Tra loro c’era Hugo Pratt (mezzi matti gli italiani!). Era un ragazzo molto bello. Aveva un carisma unico. Tutti i giorni passava da casa nostra. Aveva sempre appetito. Gli preparavo qualcosa per cena. C’erano delle amiche che mi chiedevano: ‘Ma non ti sei innamorata?’. Se ne innamoravano tutte…”. E allora? Anche Elsa, l’Elsa che oggi ricorda, è in cucina a preparare qualcosa per cena. È facile immaginare, sulla soglia della porta della casa di Beccar, Corto Maltese, il mitico personaggio di Pratt. Mormoro: “Forse era lui a essere innamorato”. Elsa mi ascolta in silenzio. E chiude il discorso sugli amori con un gesto ironico, un’interiezione tracciata in aria.

La memoria
Marcelo Brodsky, l’artista e fotografo creatore del Parco della memoria di Buenos Aires, venne a conoscenza della scomparsa del fratello minore Rubén con una telefonata. Lui era in Spagna, in esilio. L’universo acquistò improvvisamente le dimensioni di una cabina telefonica. “L’assenza di una persona scomparsa non ha mai ine. Come spiegarlo alle nuove generazioni? Come narrare un simile orrore? Nel Parco della memoria ogni percorso è un nuovo modo per ricordare. Camminiamo tra scie che si sostengono l’una con l’altra, in cui il risultato è il prodotto di una combinazione”. Brodsky ha giurato di parlare sempre del fratello come se stesse ascoltando Julius Fucik, nel suo Scritto sotto la forca: “Che la tristezza non sia mai associata al mio nome”.

Elsa l’Eternauta
Quando Elsa ed Héctor si sposarono lui lavorava per una banca di credito minerario e analizzava campioni di metalli preziosi. Gran parte del suo lavoro era sul campo. Gli piaceva camminare. Camminare da solo nei grandi spazi. Con il vento della Patagonia in faccia. “È un lavoro duro, la solitudine del geologo può essere devastante, ho conosciuto persone che hanno cominciato a bere”, racconta Elsa. “Ma lui amava questo rapporto solitario con la natura. Amava tutto della natura. Le lumache ci mangiavano le rose e io gli chiedevo di metterci il veleno, ma Héctor diceva: ‘Anche loro hanno il diritto di vivere’. Io rispondevo: ‘Guarda che qui la celta panteistica sono io, ma non voglio che mi mangino le rose’. Gli offrirono un buon lavoro, ma avremmo dovuto separarci. Allora scelse l’editoria”. Elsa è nata a Buenos Aires da una famiglia di immigrati galiziani provenienti da un paesino vicino a Santiago, Loño. Nel 1983, quando passò da Loño, Elsa andò a vedere il loro granaio di legno, quello tipico della zona, di cui tanto le aveva parlato il padre. Si aspettava qualcosa di più monumentale. “Che c’è che non va?”, gli chiese lo zio. “È scrostato”. “Tua nonna non ha voluto che lo toccassero. Ha voluto che rimanesse come l’aveva fatto il figlio”. Il figlio era il padre emigrato di Elsa. Hgo passò da quel paesino nel 1962, facendo una “deviazione” da un viaggio in Germania. C’è una foto in cui è immortalato come il Robinson che era, camuffato tra l’erba del contadino mietitore. In Argentina i genitori di Elsa lavorarono sodo per andare avanti, ma avevano una passione: la musica. L’opera e la classica. Ascoltavano tutti i concerti che trasmettevano alla radio. Lo zio Pedro portava sempre un iore all’occhiello. La madre di Elsa leggeva García Lorca. L’aveva visto in un teatro di Buenos Aires stracolmo di persone, era stato accolto dalla folla in calle Corrientes. “Somiglio molto a mio padre. Sono Vicente Sánchez al femminile, estremamente impulsiva. Ero un maschiaccio. Poi subimmo un colpo terribile: mia sorella maggiore morì quando io avevo dodici anni. Studiai musica, danza classica e samba. È vero, tutti volevano ballare con me. No, Héctor non era un gran ballerino. Avevo diciassette anni e lui ventiquattro quando ci innamorammo”. Elsa parla come un libro aperto, che contiene la sua vita e quella degli altri. Il suo sguardo corre più veloce del tempo. Dall’appartamento di Buenos Aires si sente spesso il rumore del passaggio di qualche convoglio ferroviario. I treni, la luce mutevole del giorno, tutto sembra impegnarsi a seguire la velocità, l’intensità del ricordo di Elsa, che parla felice della sua adolescenza ballerina, danzando con le parole. Poi all’improvviso si gira e dice: “Anche gli psicologi si commuovevano. Tutta l’esperienza della psicologia non bastava per affrontare il nostro caso. Mi chiedono come ho fatto a resistere, come faccio a essere ancora viva. Non lo so. Sono qui per uno strano obbligo. Ho già provato tutta la paura del mondo”. All’altezza dei nostri occhi, sullo scaffale della libreria, c’è una foto che guarda verso di noi. Sono loro. Loro quattro. In casa a Beccar. Nell’ora azzurra. Le quattro ragazze Oesterheld. Tutta la bellezza del mondo.

( articolo di Manuel Rivas - Internazionale 776, 27 Dicembre 2008)

p.s. sull'argomento vi consiglio di vedere il film di Marco Bechis Garage Olimpo (1999) se non l'avete già fatto..."Un film concreto, duro e reale, che lascia intuire senza eccessi di sadismo la violenza dei garage illegali dove si detenevano gli oppositori al regime"...

venerdì 16 gennaio 2009

La felicità porta fortuna


Sai una cosa?

- Cosa?

Noi siamo fortunate...

- Sì, è vero....Però la fortuna te la crei tu, non credi Poppy?

In alcuni è vero...Ma altri perdono il treno fin dall'inizio...

- Già è dura diventare adulti eh!

Sì è vero...E' un lungo viaggio.

...

- Fammi sapere quando arriviamo!

Tranquilla te lo dico io...Tu continua a remare che io continuo a sorridere...


Il dialogo è tratto dal film di Mike Leigh La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky (2008). Avevo intenzione di vederlo già da tempo e finalmente ce l'ho fatta! Una cosa è certa, mette di buon umore e regala anche un pò d'ottimismo, che di questi tempi ne abbiamo davvero tanto bisogno...Ambientato in un'insolita Londra solare e colorata, con la favolosa interpretazione di Sally Hawkins, autoironica, spontanea ed anche un bel pò Kitsch. Un vero mix esplosivo!
A chi l'ha già visto posso dire che il personaggio che più mi ha colpito è l'istruttore di guida, a dir poco esilarante e soprattutto mooolto paziente! Proprio quello che ci vuole per imaparare a guidare...

Avevo bisogno di ricaricarmi per iniziare una nuova lunga settimana di lavoro (i prossimi esami attendono!) e così sabato ho partecipato ad una bella cena tra amici. Ieri sera invece come menù pizza ed un sacco di risate. Il tutto accompagnato da un leggero mal di schiena...Sabato pomeriggio devo aver esagerato un pò con gli addominali in palestra e questi sono i risultati! Nulla di grave comunque, conto di poter tornare in piena forma domani stesso.

Auguro a tutti un buon inizio settimana, sperando che sia produttiva! A presto...

giovedì 8 gennaio 2009

Eh sì...Le vacanze sono proprio finite.

I libri sono lì sulla scrivania che mi chiamano e le giornate iniziano lentamente a riprendere la consueta forma. Non che mi dispiaccia più di tanto, in verità, ma queste fasi di transizione, soprattutto i saluti, mi suscitano sempre un pò di malinconia...
Ieri sera abbiamo mangiato qualcosa nel nostro ormai affezionato localetto e poi siamo andati a trovare l'amico pianista, che spesso ci ha allietato in queste sere, con una buona bottiglia di moscato ed un vassoio di cantucci.
Michele è ripartito stamani, dopo avermi regalato altri momenti eccezionali...
Ed io son di nuovo qui tra voi, in questo caro angoletto, con buoni propositi e tanta energia.

Per sta sera vi lascio con due chicche: il film di Roberto Faenza che ho visto qualche sera fa, Jona che visse nella balena (1993), tratto dal romanzo autobiografico Anni d'infanzia. Un bambino nei lager dello scrittore Jona Oberski.
In più, eccovi questo spettacolare cortometraggio di Mark Osborne, More (1998).
Racconta la storia di un inventore che vive in un mondo squallido e senza colori. Il suo è un lavoro duro e disumanizzante e la sua unica salvezza è il ricordo della felicità d'infanzia. Di notte, lavora in segreto su un'invenzione che potrebbe aiutarlo a far rivivere quei ricordi e ad estendere la loro gioia a tutti. Riuscirà addirittura a cambiare il modo in cui le persone guardano il mondo.
Ma sarà il suo stesso successo a fargli perdere una parte importante di sè...
Buona visione ed a presto!

sabato 27 dicembre 2008

Disoccupate le strade dai sogni


"Dormite, dormite, gente pasciuta e attonita della mia Germania, e anche voi dell'Europa, gente ben pensante, dormite sereni, come morti. Il mio grido non vi può svegliare... Non si svegliano gli abitatori di un cimitero"


Tratto da Ulrike Meinhof...Sesso...femminile...comunista di Dario Fo e Franca Rame...In quarta di copertina sul libro di Alois Prinz, Disoccupate le strade dai sogni regalatomi da Michele insieme ad una stupenda borsa in pelle di un bel rosso magenta.
Oltre ad essere la biografia di Ulrike Meinhof, è un "viaggio alla scoperta di una delle stagioni più dibattute della storia recente, dove una rigorosa ricostruzione si accompagna alle voci dei protagonisti e di intellettuali come Camus, Hesse, Brecht, Böll, Adorno, Sartre, Feltrinelli e Wagenbach". Disoccupate le strade dai sogni è il titolo di un album di Claudio Lolli del 1977, oltre che un verso della canzone Incubo numero zero in cui parla della Meinhof.
Spero che oggi avrò finalmente un pò più di tempo per leggerlo...

In questi ultimi tre giorni non ho avuto un attimo di respiro, queste festività sono a dir poco invadenti, sconvolgono le sane abitudini. Diventano pesanti, in tutti i sensi, soprtattutto per chi come me è abituato a passare parte del suo tempo da solo. Non fraintendetemi, ho adorato poter stare in compagnia dei miei cari ma realizzo sempre più di aver assoluto bisogno dei miei spazi e soprattutto dei miei momenti di silenzio per star bene...

Fortunatamente sono riuscita a trovare un paio d'ore per vedere Persepolis, film d'animazione storico-autobiografico, premiato al festival di Cannes 2007, della fumettista iraniana Marjane satrapi, costretta a lasciare la sua famiglia e ad espatriare in Francia per fuggire da un regime sempre più oppressivo. Attraverso gli occhi di Marjan, bambina di nove anni, si assiste alla Rivoluzione Iraniana ed all'ascesa al potere dei fondamentalisti islamici...
Non aggiungo altro e v'invito vivamente a vedere questa geniale sintesi di qualità grafica, difesa dei diritti, di dolore e d'ironia...Se siete interessati potete leggerne la trama qui.

Vi auguro di trascorrere nel migliore dei modi le restanti vacanze e vi abbraccio tutti con affetto.

A presto miei cari...

lunedì 15 dicembre 2008

Bianco d'orologio



Mi sono seduto
in uno stagno del tempo.
Era uno stagno
di silenzio,
di un bianco silenzio,
anello formidabile
dove le stelle
scontravano i dodici
numeri neri galleggianti.

Federico Garcia Lorca


Il video è tratto dal film di Krzysztof Kieslowski La double vie de Veronique...Uno dei miei film preferiti...

Aspettando un pò di vacanze, auguro una buona settimana a tutti!

mercoledì 10 dicembre 2008

Un paese di bigotti


L'Arcigay: "La Rai ha censurato il film Brokeback Mountain"

ROMA - Un caso che farà discutere. E che farà nascere nuove polemiche sull'uso della censura nei programmi tv. Anche se al momento a indignarsi è principalmente Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay che chiede: «Vogliamo sapere chi ha deciso di trasmettere ieri sera su Rai Due i Segreti di Brokeback Mountain, film che ha vinto il Leone d'Oro del 2005, 3 Oscar, 4 Golden Globe, con vistosi tagli da censura anni '50. Chi si è permesso di pensare che il pubblico adulto non avrebbe potuto sopportare i baci e le effusioni tra due uomini?»

LA PROTESTA - Ma la protesta del presidente nazionale nazionale di Arcigay non si ferma qui: «Chiediamo al Direttore di Rai Due e al Presidente della Rai di spiegare pubblicamente ciò che è avvenuto. Chiediamo alla Commissione di Vigilanza della Rai di intervenire, perchè il servizio pubblico televisivo non può in alcun modo favorire l'omofobia dilagante in questo paese. Chiediamo, infine - conclude Mancuso - che come gesto riparatore il film sia al più presto riprogrammato in versione integrale».

LA NOTA DELLA RAI - Dopo qualche ora arriva una nota della Rai a chiarimento della vicenda: «Non c'è stata alcuna censura, ma una serie di casualità che ha impedito la messa in onda della versione originale di "Brokeback Mountain". La Rai ha comprato i diritti del film "Brokeback Mountain" tramite Rai Cinema. Per un'eventuale trasmissione senza vincoli di orario, è stato chiesto alla società Bim, che l'ha distribuito nelle sale, il visto censura. In seguito a tale richiesta, il distributore ha consegnato la copia che aveva ottenuto il visto, mentre non è stato sollecitato l'invio contestuale della versione integrale. Pertanto, quando Raidue ha deciso di trasmettere il film ha ritenuto di utilizzare la versione integrale non verificando sul terminale che la versione in possesso della Rai era quella che aveva ottenuto il visto censura per la trasmissione senza vincoli di orario. Il Direttore di Raidue ha preso l'impegno di mettere in programmazione la replica del film nella versione cinematografica senza tagli».

LUXURIA - In precedenza l'ex parlamentare del Prc Vladimir Luxuria aveva già reso noto che il film sarebbe stato ritrasmesso senza tagli. «Ho sentito Marano (direttore di Rai2 ndr) per chiedergli cos'era successo. Mi sembravano troppo strani questi tagli, dopo che la scorsa settimana era andato in onda senza tagli "Transamerica"e anche dopo la mia partecipazione all'Isola dei Famosi. Lui mi ha detto che il taglio non è dipeso assolutamente dalla rete ma che il film è arrivato a Raidue già tagliato, probabilmente da Rai Cinema. Per questo Marano ha preso l'impegno di rimandarlo in onda integrale. Anche perchè -sottolinea concludendo Luxuria- far vedere un film che ha vinto il Leone d'oro a Venezia e il premio Oscar con quei tagli è come far veder la Gioconda senza testa».

DELLA VEDOVA - La precisazione della Rai però non basta a fermare la polemica politica. «È grottesco che la Rai in un film che ha vinto svariati premi internazionali, e che non ricadrebbe, neppure a forza, sotto la scure della porno tax del governo, censuri scene analoghe a quelle contenute nella grande parte dei film e delle fiction trasmesse dalla concessionaria pubblica in prima serata» tuona Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e deputato Pdl. «Se la censura non è stata motivata dalla natura 'hard' delle scene, ma dalla natura omosessuale della relazione rappresentata, considerata pornografica di per sè, usciremmo dai confini del grottesco e entreremmo in quelli dell'accanimento discriminatorio. 'Tagliare un film di questo genere, per ragioni di questo genere, è molto peggio che non trasmetterlo. È il caso - conclude Della Vedova - che il Presidente della Rai Petruccioli risponda a questi interrogativi e spieghi le scelte della concessionaria pubblica».

(da Il Corriere della Sera, 09 Dicembre 2008)

martedì 18 novembre 2008

O me! O life!



Ieri sera ho riguardato con moltissimo piacere l'eccezionale film di Peter Weir L'attimo Fuggente (Dead poets society - 1989) ...Sicuramente lo conoscete già. Sto cercando di concentrarmi al meglio nello studio ed un bel film come questo non ha fatto altro che incoraggiarmi.
Questa è una delle poesie del poeta Walt Whitman citate nel film dal professor Keating...
Ah quanto avrei voluto incontrare anche io un professore del genere durante il liceo!


O me! O vita!

O me! O vita! Per queste domande ricorrenti,
Nelle sterminate folle di infedeli, nelle città piene di stolti,
In me stesso, sempre a biasimare me stesso (e chi più stolto di me, chi più infedele?)
Negli occhi che invano bramano la luce, nel significato delle cose, nella lotta che sempre si rinnova,
Negli scadenti risultati di ognuno, nelle folle sordide e stanche che vedo attorno a me,
Nei vuoti e inutili anni dell'oblìo, con l'oblìo che a me si avvolge,
La domanda, o me! Così triste e ricorrente - Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?

Risposta.

Che tu sei qui - che la vita esiste e l'identità,
Che il potente gioco continua, e tu puoi contribuire con un verso.


Eccovi il testo originale che sicuramente rende più giustizia all'autore:

O ME! O life!... of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities fill’d with the foolish,
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more
faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever
renew’d,
Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,
The question, O me! so sad, recurring—What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here—that life exists, and identity,
That the powerful play goes on, and you will contribute a verse.



...Quale sarà il vostro verso?

sabato 4 ottobre 2008

Zabriskie Point



Questa è la scena finale del film di Michelangelo Antonioni
"Zabriskie Point"...
Se avete cinque minuti guardatela...E' di grande effetto! Penso vi piacerà.

In questa scena:"scatta, fuori d’ogni logica narrativa tradizionale...Il furore profetico di Antonioni. Daria immagina che un’esplosione termonucleare distrugga la villa.
La ripetizione dell’esplosione, così compiaciuta e così spietata, fa intendere che per Daria la villa è il simbolo dell’intera civiltà consumistica e conferma, se ce n’era bisogno, che il film non è soltanto una storia d’amore ma anche e soprattutto, l’espressione di un sentimento di aspro e polemico rifiuto, secondo la tradizione europea del rispetto della persona umana...
Tutta l’originalità di Zabriskie Point sta in questo finale, in questa profezia del disastro atomico che"punirà” la civiltà consumistica...

Chiaramente, l’America è apparsa ad Antonioni come il luogo dove il fine, cioè l’uomo, diventa il mezzo e il mezzo, cioè il profitto, diventa il fine. Dove le cose valgono più delle persone benché siano prodotte per le persone. Dove, infine, questo capovolgimento funesto dei valori è avvenuto per così dire"in buonafede”, per le vie misteriose di un bene (la civiltà industriale) che alla fine si è rivelato un male...Insomma l’America è un luogo arido come il deserto di Zabriskie Point, in cui è impossibile amare ed essere amati. Ma cos’è l’amore se non la vita stessa nella sua forma originaria?Dunque l’America, così com’è oggi, è ostile alla vita."

Ho voluto riportare alcune parti dell'efficace recensione di Alberto Moravia su questo film/capolavoro del 1970. Il fantastico brano musicale, colonna sonora dell'ultima parte della pellicola, è dei Pink Floyd.

"Come In Number 51, Your Time Is Up"

In a churchyard by a river,

Lazing in the haze of midday,
Laughing in the grasses and the graze.
Yellow bird, you are alone in singing and in flying on,
In and in leaving. Willow weeping in the water,
Waving to the river daughters,
Swaying in the ripples and the reeds.
On a trip to Cirrus Minor, saw a crater in the sun
A thousand miles of moonlight later.

Buon fine settimana...

domenica 21 settembre 2008

Il dolce e l'amaro


Sabato sera trascorso a casa vedendo il film "Il dolce e l'amaro" di Andrea Porporati...Davvero niente male, con un Luigi Lo Cascio, stranamente nelle vesti del cattivo, che si riconferma un attore fantastico.
"Nella vita c'è il dolce e c'è l'amaro"....

Queste le ultime significative parole che il piccolo aspirante mafioso Saro sentirà dire da suo padre prima di morire.
Un bel film che rinnova la condanna del fenomeno mafioso mai troppo ripetuta...

Intanto muoio dalla voglia di andare a Ferrara per il
weekend organizzato dall'Internazionale...Al festival parteciperanno giornalisti e scrittori provenienti da tutto il mondo nonchè, in videoconferenza, il linguista di fama mondiale, esponente della sinistra radicale nordamericana, Noam Chomsky!
Naturalmente coglierei l'occasione per visitare la bella città della quale mi hanno tanto parlato.
Non so se tra esami ed altro riuscirò ad andarci quest'anno...Spero almeno che qualcuno di voi più fortunato che si trovi nelle vicinanze lo farà.

Augurandovi una buona domenica vi lascio all'ultimo articolo di Noam Chomsky pubblicato dall'Internazionale.

Tutti ipocriti sul Caucaso

Bush ha detto ai russi che bisogna rispettare la sovranità di tutte le nazioni: è paradossale

Internazionale 762, 18 settembre 2008

George W. Bush, Condoleezza Rice e altri alti funzionari statu­nitensi hanno solennemente invocato la santità delle Nazioni Unite durante la crisi della Georgia. Hanno invitato la Russia a non prendere iniziative incompatibili con i princìpi dell'Onu.

Hanno detto che bisogna rispettare la sovranità e l'integrità di tutte le nazioni. Tutte, tranne quelle che gli Stati Uniti decidono di aggredire: l'Iraq, la Serbia, un giorno forse l'Iran. Nei giorni della crisi l'Unione europea ha convocato un vertice di emergenza per condannare Mosca.

Era la prima riunione del genere dall'invasione dell'Iraq: all'epoca, però, non c'era stata nessuna condanna. La Russia ha chiesto di convocare una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ma la proposta non è stata accolta, perché secondo Stati Uniti, Gran Bretagna e altri conteneva una frase inaccettabile: quella in cui si chiedeva alle due parti di "rinunciare all'uso della forza".

Sui fatti non c'è nessuna seria contestazione. A suo tempo, Stalin assegnò l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia alla Georgia. Le due province sono state relativamente autonome fino al crollo dell'Unione Sovietica.

Nel 1990 il presidente georgiano, l'ultranazionalista Zviad Gamsakhurdia, ha abolito le regioni autonome e ha invaso l'Ossezia del Sud, scatenando un conflitto che ha causato mille morti e decine di migliaia di profughi. Sotto la supervisione di una modesta forza russa, è stata proclamata una tregua, che è durata fino al 7 agosto 2008, quando il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha ordinato alle sue truppe di invadere l'Ossezia del Sud.

Secondo "un gran numero di testimoni", si legge sul New York Times, le unità georgiane hanno subito "cominciato a martellare con l'artiglieria i quartieri della città di Tskhinvali e una base di peacekeeper russi". Dopo la prevedibile reazione russa, le forze georgiane sono state cacciate dall'Ossezia del Sud e le truppe di Mosca hanno occupato parti della Georgia. Ci sono state molte vittime e sono state commesse atrocità.

Sullo sfondo della crisi del Caucaso ci sono due questioni decisive. Una riguarda il controllo dei gasdotti e degli oleodotti che collegano l'Azerbaigian con l'occidente. È stato Bill Clinton a scegliere la Georgia per aggirare la Russia e l'Iran. Per questo, sottolinea il politologo Zbigniew Brzezinski, la Georgia "è un paese di grande importanza strategica per gli Stati Uniti".

La seconda questione è l'allargamento della Nato verso est. Con il crollo dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov ha fatto una concessione che, alla luce della storia recente e delle realtà strategiche di oggi, può sembrare sorprendente: ha accettato che la Germania riunificata entrasse a far parte di un'alleanza militare ostile.

Ma, come ricorda Jack Matlock, ambasciatore statunitense in Russia dal 1987 al 1991, Gorbaciov ha preso quella decisione solo dopo aver ricevuto una precisa assicurazione: la Nato non si sarebbe estesa verso est, "neanche di un centimetro", per citare le parole dell'ex segretario di stato James Baker.

Bill Clinton, invece, si è rimangiato quell'impegno e ha liquidato gli sforzi di Gorbaciov per mettere fine alla guerra fredda promuovendo la cooperazione tra i partner. Poi è arrivato Bush, che con la sua aggressività ha rafforzato la strategia di Clinton.

Come scrive sempre Matlock, la Russia avrebbe anche potuto tollerare l'ingresso di alcuni suoi ex satelliti nella Nato, se gli Stati Uniti "non avessero bombardato la Serbia e non avessero continuato le loro mosse espansionistiche. Ma con l'installazione di missili Abm in Polonia e con la campagna per far entrare Georgia e Ucraina nella Nato, Washington ha superato il limite.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo. Putin a quel punto ha capito che ogni concessione fatta agli Stati Uniti, invece di essere contraccambiata, sarebbe stata usata per promuovere l'egemonia americana nel mondo. E così, non appena ha avuto la forza per opporre resistenza, l'ha fatto".

In questo periodo si parla molto di "nuova guerra fredda", ma è un'ipotesi che mi sembra improbabile. In ogni caso, per valutare quest'eventualità, dovremmo prima fare chiarezza sulla vecchia guerra fredda.

Retorica a parte, la guerra fredda è stata un tacito accordo in cui ogni blocco è stato libero di ricorrere alla violenza per imporre il controllo sulla sua sfera d'influenza: la Russia sui suoi vicini dell'est e la superpotenza globale su buona parte del resto del mondo. Non è il caso di infliggere all'umanità una replica della guerra fredda, anche perché questa volta rischierebbe di non sopravvivere.

Un'alternativa sensata sarebbe quella proposta da Gorbaciov ma respinta da Clinton e poi scardinata da Bush.

Su questa linea un ex ministro degli esteri israeliano, lo storico Shlomo Ben Ami, ha fatto di recente alcune osservazioni molto giuste: "Bisogna che la Russia costruisca una partnership strategica con gli Stati Uniti. Dal canto suo Washington deve capire che se Mosca si vedrà esclusa e disprezzata, potrebbe trasformarsi in un guastafeste globale. Invece di alimentare lo scontro con l'occidente, è necessario integrare la Russia, ignorata e umiliata dagli Stati Uniti a partire dalla fine della guerra fredda, in un nuovo ordine globale che ne rispetti gli interessi".