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sabato 27 febbraio 2010

Sun in your head

Salve a tutti! Prima di partire non ho avuto modo di salutarvi ma sono sempre qui... Ora mi trovo a Siena dovo mi tratterrò ancora per qualche giorno e la settimana scorsa sono stata a Pisa per la prima volta.
Sto recuperando libri e materiale per il mio ultimissimo esame e per la tesi, presto sarò di ritorno a casa...

Vi lascio con questo film in 16 mm di Wolf Vostell:
l'artista inserisce il primo televisore presente in un'opera d'arte: dietro un taglio orizzontale, una televisione trasmette un cattivo segnale dal canale UHF; da allora, schermi televisivi sintonizzati su programmi locali, iniziano ad essere collocati da Vostell nelle "ferite" di quadri e di blocchi materici per trasmettere senza sosta il flusso quotidiano delle informazioni. In un'epoca in cui quasi nessuno ipotizzava l'uso critico di uno strumento come la televisione (un uso diverso e politico del mezzo, fino ad allora adoperato negli Stati Uniti essenzialmente come mezzo di documentazione di performance e body-art, inizia ad essere proposto nel 1970-71 con la rivista "Radical Software" di Ira Schneider e con la pubblicazione di Guerrilla Television di Michael Shamberg), Wolf Vostell critica e classifica come pericoloso ciò che era ritenuto comunemente simbolo del benessere e dell'avanzamento sociale. [...]Il primo video realizzato da Vostell (Sun in your head) allude, già nel '63, con il contrasto tra l'oggetto-televisore statico e il flusso delle sequenze di immagini in dé-coll/age, al bombardamento incessante delle informazioni attraverso i media. (Wikiartpedia)





P.S. per la festa del gatto Lillo è online!

martedì 8 dicembre 2009

La menzogna come collante sociale


Camminando per le strade di Napoli da ogni angolo sbucano immagini di bare animate, polli volanti, pulcini giganti, cervelli che piovono dal cielo con il paracadute...

No, non preoccupatevi, non sto delirando voglio soltanto parlarvi di Cyop e Kaf, molti di voi probabilmente non avranno mai sentito parlare di loro. Sono due misteriosi writers e streetartists, anche se non amano essere definiti tali (si arrabbiano per qualunque etichetta!) che con i loro graffiti fanno una pungente critica alla società locale e non solo a quella. In un 'intervista per un giornale locale lo stesso Cyop afferma: "Non faccio il writing, il writing è un'altra cosa. I writers sono quelli che scrivono il proprio nome sul muro. Io faccio l'agitatore culturale." Nel 2007 i due artisti circondano di graffiti ed installazioni il museo M.A.D.R.E. (Museo d'Arte Contemporanea Donna Regina) in segno di protesta poichè colmo di opere d’arte straniere (Hirst, Kounellis o Gormley ed altri) mentre a loro, artisti della città, non viene dato alcuno spazio: "gli spazi per fare arte a Napoli non te li da nessuno, soprattutto se lanci messaggi spiacevoli alle istituzioni". Come ulteriore segno di opposizione chiamano M.E.R.D.A. (Museo Aperto della Rivolta Est-etica) il loro personale museo d'arte, anagrammando anarchicamente il nome dell’oggetto delle proprie critiche. Questo è un articolo del Corriere del Mezzogiorno sulla disputa.

Il 13 Novembre c'è stata a Napoli la loro ultima mostra "Permesso di soggiorno" all'Operagallery di via Bellini. Quella del 6 Giugno (Cemento - la menzogna come collante sociale) invece si è tenuta a Quarto (Na) all'ex macello, ex centro sociale ed ora neodiscarica...

Tutto è partito da un luogo che conoscevamo bene. Lì vicino c’era l’unico centro sociale della zona, un macello comunale che dopo aver macellato una bella fetta di denaro pubblico era diventato ex ancor prima di avere prodotto una sola bistecca. Il centro sociale ha continuato le sue attività per un paio d’anni, poi, caso singolare ma tipico dei giorni nostri, non è stato sgombrato dalla polizia, è più semplicemente imploso. Ora è stato trasformato in un sito di raccolta dei rifiuti ingombranti attorno al quale gravitano decine di microdiscariche abusive.
Siamo a Quarto, Napoli. Più di cinquantamila abitanti. Lo scenario è quello tipico della maggior parte dell’hinterland: case alte non più di tre quattro piani e solo da poco trasformate, grazie alle leggine di Berlusconi I e II in – udite udite – sottotetti termici, sottospecie di baite di montagna, tanto che scherzando qualcuno oggi la chiama Quarto d’Ampezzo. E poi cos’altro: ferrovia e droga per evadere, negozi di abbigliamento, parrucchieri, bar, centri scommesse, e due centri commerciali. Il primo, Le Campane, a riguardarlo dopo aver visto quello nuovo l’Ipercoop – vero orgoglio della città – sembra una vecchia salumeria dell’angolo. Ora, dovete sapere che per far arrivare la gente all’Ipercoop si dovevano costruire strade nuove. È chiaro, è giusto. Altrimenti i fondi europei a che servono? Già c’era un raccordo con la tangenziale che portava direttamente a Quarto senza passare per l’uscita di Pozzuoli-via Campana che l’ozono solo sa quanto traffico creava, ma per tutti gli anni Ottanta e Novanta è rimasto chiuso. Era completato, noi ci andavamo a giocare a pallone. Il campo poteva essere lungo quanto si voleva ed era bellissimo stendersi sulla strada deserta o guardare dall’alto dei suoi piloni. Era lì, bello e pronto e non veniva aperto. Perché offrire un servizio se nessuno ci guadagna niente? Qualche anno dopo la sua inaugurazione ci hanno piazzato accanto il centro commerciale. Questo fatto a noi sembra quel che si chiama Pianificazione. Chi dice che non se ne faccia a queste latitudini? E si pianifica solo se si ha un’idea di sviluppo. Alla base di quest’idea c’è l’assioma principe della modernità: Più tutto uguale Più felicità. A noi quest’equazione, farebbe solo sorridere se non ne avessimo ogni giorno sotto gli occhi le tragiche conseguenze e se non vedessimo l’adesione quasi totale delle persone a questo modello di sviluppo. Così, andando a dipingere sotto le fondamenta di questo simbolo delirante, ci chiedevamo: cosa tiene ancora unita la società socialconsumisticocapitalista? Soprattutto alla luce del disastro dei rifiuti che ne riassumeva la follia. Non ne siamo sicuri, ma ci è venuto in mente la menzogna. Si narra che tempo fa avessero le gambe corte. Ma oggi? Le bugie sono dei pilastri, e in quanto tali fatte di poderose colate di cemento. Ciò che viene compattato da questa gettata è, dunque, un’umanità frammentata e prossima all’evaporazione. Uomini-goccia, mare disperso scientificamente che sopravvive facendo finta. Finta di che? Di credere. Alle notizie, ai mass-media, alle celebrazioni auto narranti dei social network, alle statistiche, ai numeri, a Dio. Non che giornali, tv, internet non dicano la verità. Diciamo solo che è grattugiata, sparsa qua e là, e si fa fatica a isolarla dal resto, così, nel caso dei cinici (o disincantati) si finisce col non credere più a nulla (tutte cazzate), e nel caso degli ingenui (o gli indifesi) col credere a tutto (l’ha detto la tv). Quello che ci inquieta non è la bugia in sè, che – detto tra noi – può essere divertente e talvolta anche utile, “…dicci chi era che lo condanniamo a morte / e che ne so chi l’ha visto…”, ma l’indistinto nel quale queste bugie si vanno a inserire. L’adesione acritica a questo mentire generalizzato scambiato per il vero. La bugia non come altro piatto della bilancia, ma come misura che rende irrilevante il peso di ogni altra visione del mondo. Ritornando a noi, vi invitiamo a venire a vedere, ancora meglio, a sentire, il lavoro che abbiamo realizzato negli ultimi tre anni in quel luogo, con il prezioso contributo di alcuni dei nostri più cari amici. Anche dipingere è finzione certo, ma come ha scritto qualcuno: “Solo la poesia non vive che di finzione. È una menzogna continua che ha tutti i caratteri della verità. Non esistono inganni, né fraintendimenti: affrontare un testo, un’opera d’arte, un film, significa accettare di credere all’esistenza di realtà inesistenti, accettare di cortocircuitare i campi semantici delle proprie parole, accettare di discutere i propri pregiudizi”. La nostra finzione è anche un invito a non aderire alla nuova ideologia interplanetaria che si diffonde inesorabile al grido di: Bugie di tutto il mondo, uniteci!

(comunicato stampa di Cyop&Kaf reperibile sul loro sito).

martedì 17 marzo 2009

Certi verdini


Vorrei condividere con voi questo passo tratto dal libro di Michele Mari Tu, sanguinosa infanzia.
Mi ha completamente rapita e l'ho letto in mezza giornata.
Quella che riporto è la parte che più ho sentito mia... Per quell'intesa e quella sintonia, quasi maniacale, che solo una madre con un figlio può avere, quella ricercata e solenne solitudine, il gusto nel dilapidare il tempo trionfando sul mondo, la gelosia delle proprie emozioni, nel preservare la loro segretezza e la loro esclusività e per amore di quella
misteriosa dolcezza di certi verdini...
Buona lettura e buon inizio settimana miei diletti.

Il primo puzzle rappresentava un paesaggio andino di anonimo spagnolo del diciannovesimo secolo, settecentocinquanta pezzi. Mia madre era l'architetto e il capocantiere, io uno scalpellino. Le mie mansioni erano solo servili: raggruppare in un angolo tutti i pezzi celesti, cercare nella scatola un certo pezzo tribolato, orientare diversamente il coperchio che riproduceva l'immagine. Con didascalico zelo mia madre commentava il proprio operato per rivelarmi il metodo che lo sottendeva: non rimestare caoticamente nella scatola ma scrupolosamente scostare, rivoltare, isolare; suddividere certe classi di pezzi per colorazione o per grana, allogandole in tazze, pentolini, piattini; deporre dolcemente il pezzo nella sua sede senza volervelo incastrare; comporre prima la cornice poi le figure più facili incominciando dai loro contorni infine i cieli ed i prati partendo dalla linea del loro confine; sapere quando smettere di ostinarsi su una determinata zona per aprire un fronte novello; ricordarsi che di norma un pezzo quadrilobato cade in un quadrato centrale di sedici pezzi per lato, alternare lo sguardo negativo allo sguardo positivo, dialetticamente contemperando la ricerca del pieno di cògnito vuoto e del vuoto di cògnito pieno; non fidarsi alla prima compatibilità delle forme, dei colori e delle linee ma scetticamente supporre in via prudenziale una diabolica coincidenza, e in mancanza dell'ultima certezza astenersi.
La scuola del rigore, il rigore di quella scuola... Ebbi il privilegio di mettere un pezzo solamente alla fine del puzzle successivo, un Hans Holbein da mille: il quintultimo, mi fu concesso, con un margine di incertezza e di responsabilità che lasciandomi la facilità del debutto non me ne togliesse l'emozione. Per arrivare a collocare quel pezzo avevo dovuto imparare a tenerlo dai lati come si tengono le fotografie: deponendolo ebbi la sensazione che si sciogliesse nel quadro come una goccia di mercurio. Il corretto inserimento di quel pezzo segnò la mia iniziazione alla sublime disciplina, il cui fascino severo mi si sarebbe rivelato per gradi fino al punto in cui, come nello studio del greco antico o dell'algebra, la competenza si sveste della tecnica per diventare fonte animalesca di piacere. Mia madre era, notoriamente, un mostro di bravura: nel volgere di due anni acquisii sufficiente destrezza per impegnarla in competizioni che, comunque risolte a suo favore, non erano del tutto prive di incertezza. In capo al terz'anno avevo raggiunto il suo livello. Passati altri tre anni, nel momento stesso in cui risolsi brillantemente l'arduo nodo esegetico di un falso cono d'ombra in un Altdorfer da quattromila, mi disse che ero diventato il più bravo. Commosso, negai: ella mi abbracciò, mi confidò che fin dalle prime prove aveva avuto la certezza di quell'evento, mi vaticinò la gloria dell'ultima soglia, la rarefazione elisia. Oggi che sono solo e che quella soglia è mia so che per qualche istante della sua vita ella dovette averne una fugace visione, tanto le si illuminava lo sguardo quando mi parlava di quella fantastica larva, l'abolizione della tecnica, l'assolluta purificazione del gesto, la fisica, prementale conoscenza del destino di un pezzo qualsiasi, la sua immediata collocazione non già nell'economia dei pieni e dei vuoti ma nella nudità dello spazio, alla giusta, alla sola intersezione delle coordinate virtuali.
Spesso sono visitato e travolto dalle simultanea memoria di tutti i puzzle eseguiti prima di arrivare dove mi trovo ora, Cézanne, Pontormo, Corot, Zurbaràn, Friedrich, Vermeer, Morandi, Klee, Pisanello, Van Gogh, Bruegel, Rembrandt, Goya, Van Dyck, fu anche per imparare la storia dell'arte in maniera non scolastica, attraverso i dettagli e la fisicità delle pennellate; in questo mia madre mi tacciò la via senza esitazione, facendomi capire fin dai primi tempi che qualunque soggetto non pittorico avrebbe involgarito la nostra disciplina fino a svuotarla di senso. Per una forma di pudore in cui si fondevano la pietà e il disgusto non mi parlò mai esplicitamente di puzzle con soggetti fotografici: ma io sapevo che le sue perifrasi alludevano a quegli obbrobri, e mi turbavo all'idea di tanta bassezza. La sua intransigenza fu subito la mia: non meno imbarazzato, non posso posare lo sguardo su una di quelle scatole senza provare lo scandalo dei Padri della Chiesa nei confronti dgli eretici.
Mia madre che da molti anni si teneva sopra la quota dei cinquemila pezzi, ridiscese a livelli inferiori per il tempo necessario alla mia educazione. Una volta risalita a cinquemila, pervasa da nuova giovinezza, contenne a stento la sua febbre, e dopo avermi lasciato familiarizzare con quella quota mi trascinò con sè su per le altitudini. Ottomila, diecimila, dodicimila pezzi, il massimo cui fosse mai giunta. Tante volte mi aveva parlato di quell'antico dodicimila che quando lo portò giù dal solaio, e io capii che lo avremmo rieseguito insieme, mi sentii risucchiato alle radici stesse del mio destino. Era il grande polittico di Grünewald conosciuto come Polittico Isenheim; incominciato la sera di Natale e condotto al ritmo di duemila pezzi al giorno fu concluso, e immediatamente disfatto, entro il termine del capodanno. Questa era un'altra delle leggi fondamentali dell'arte , ultima in ordine di applicazione ma prima dal punto di vista logico e ontologico: non potersi considerare ultimato e inverato ilpuzzle se non dopo il suo scioglimento, e precisarsi: il suo
immediato scioglimento; e scendere per corollario: andare ogni istante di indugio, dopo la prosa dell'ultimo pezzo, a detrimento del senso e quindi del valore dell'intera esecuzione, come cosa che avrebbe potuto metterne in dubbio la assoluta gratuità. Sulla coscienza di tale gratuità, pezzo dopo pezzo, si fonda il piacere e l'orgoglio dell'adepto, che in questa assenza di scopo purifica il proprio animo allegerendolo del carco di durezze che nascendo sortiamo. Per questo si dovrebbe intraprendere un puzzle non per "passare del tempo" - che rimarrebbe comunque una forma di interesse e di giustificazione ab externo - ma solo per amore di tale cimento in se stesso, così come non sa cosa sia la lettura chi apre un libro per altro che sia il puro piacere di leggere. E dunque codesta verità imparai da mia madre: che il momento più idoneo ad incominciare un nuovo puzzle è quando siamo oberati di impegni, nell'urgenza affannosa delle cose serie, delle cose sode: quale trionfo sul mondo, allora, dedicarsi a quella sceientifica dilapidazione del tempo! Ma appunto perchè l'inutilità sia perfetta occorre che l'opera si dissolva nel momento stesso in cui si completa e completandosi si reifica: certo chi ne differisce la distruzionelo fa per contemplare ancora un pò il risultato: ma per quanto la contemplazione possa illudere del contrario, essa non è mai disinteressata. Noi infatti sappiamo che la vista del ricomposto dipinto, lungi dal rimanere un'esperienza neutra, inocula nell'esecutore l'impura idea di aver agito a quel fine - la contemplazione, appunto - e non per la devozione al bello-inutile, a quel certo tipo di bello-inutile-metodico di cui si sta qui discorrendo. Eppure - anche di ciò mia madre mi avvertì per ambagi - esistono persone che completato un puzzle lolasciano gioni e giorni sul tavolo, alla mercè visiva loro e di chiunque altro. E persone ancora più depravate che non lo disfanno mai, e che per questo incollano tutti i pezzi su un cartone o una tavola di legno sottile. E persone, infine, che arrivano al punto di appendere a una parete quella cosa tremenda, quell'aberrazione che è un puzzle incollato.
Sì, l'ortodossia del puzzle era minacciata da quelle oscenità - l'eresia fotografica, l'eresia conservativa, l'eresia incollativa, l'eresia appenditiva - e a meglio fronteggiarle mia madre ed io non solo rispettavamo la legge ma anche ne professavamo un'interpretazione restrittiva. Secondo tale interpretazione, il puzzle non doveva
mai essere esibito ad estranei nemmeno casualmente, ma, come cosa affatto segreta, dovere rimanere impartecipato durante l'intera sua parabola. A tal fine, considerandosi estranei anche i familiari più stretti, essere necessario al titolare di puzzle svolgere la propria attività in camera chiusa con divieto di accesso; e nell'impossibilità di interdire l'accesso, essere sommamente raccomandabile l'abitudine di coprire il lavoro, durante le pause, con un serico velabro.
Se pertanto il devoto di essere chiamato a praticare una solenne solitudine, perchè solo nella solitudine il fruscio di quei minuscoli pezzettini si tramuterà in sermocinante sussurro. Un conto erano i puzzle a quattro mani, nei quali mia madre ed io collaboravamo come una sola persona: ma quando uno di noi aveva il personale suo proprio, mai l'altro avrebbe preteso aiutare, mai pur incombere con losguardo come a suggerire di avre visto una mossa. Nondimeno era pressochè impossibile, passando vicino all'opera incustodita dell'altro, resistere alla tentazione di inserire almeno un pezzo: in tal caso era però deontologico, prima di andarsene, disinserire quel pezzo ricollocandolo là donde lo si era prelevato, e a suo tempo avvertire: "Ti misi un pezzo, tel tolsi". Entrambi, del resto, avevano raggiunto un tale dominio della materia che anche la più piccola alterazione non ci sarebbe sfuggita.
La solitudine... La solitudine del prigioniero, la solitudine del demiurgo. Seguendo le orme materne imparai la frammentorietà del mondo e la discontinuità dell'essere, imparai ingenuamente le vie della gnosi, imparai che non si dà sapere che non riconduca il molteplice all'uno e non dia forma all'informe; che le monadi tengono della favola perchè nessun frammento potrà mai esaurire il disegno; che sconnesso dalla sua sede ogni ente decade: e tuttavia e finalmente, che al senso del cosmo non concorre qualità od essenza qualsia ma solo il principio di quantità nelle sue determinazioni di computabile somma e di istoriabile serie. Giustapporre, associare, legare per congruenza di forme assecondando le analogie ed esaltando le compatibilità! Decifrare gli enigmi non sulla mistica strada dei filosofi e dei teologi ma con l'animo del cartografo e dell'archivista, del lessicografo e del naturalista! Capire che il grande sapiente non è Platone, ma Ramusio, non Hegel, ma Linneo! Intravedere una linea analitica al faustismo! Per questo, per questo miraggio di una estensione orizzontale del sapere servivano puzzle sempre più grandi.
In Italia non si reperivano scatole superiori ai dodicimila pezzi. Esauriti tutti quelli disponibli sul mercato, mia madre ed io ci trovammo presto nella penosa condizione di dovere attendere che la ditta produttrice ne distribuisse di nuovi: poichè questo avveniva a un ritmo assai più lento della nostra velocità di esecuzione, ne conseguiva che se non volevamo aspettare troppo dovevamo ripiegare su pezzature da diecimila o ottomila in vero ormai umilianti. Certo potevamo riaffrontare un dodicimila già fatto, ma questa del rifacimento era questione troppo delicata perchè potessimo introdural così alla leggera nei nostri discorsi; pur non condividendo l'intransigenza di grandi maestri che si erano pubblicamente pronunciati contro l'ipotesi ripetitiva, una replica era così troppo dubbia perchè noi due non la effettuassimo senza disagio.
Quando su un catalogo specializzato trovammo notizia di una Tentazione di Sant'Antonio in quindicimila pezzi prodotta da una piccola ditta alsaziana per il bicentenario del Museo de Arte antiga di Lisbona ne ordinammo immediatamente due copie, quali poi svolgemmo ognuno per conto proprio con soddisfazione suprema; in quell'occasione anticipai mia madre di un giorno e una notte. Fu poi la volta di una Ronda di notte in ventiquattromila pezzi, acquistata per telefono da una Casa d'Aste di Buenos Aires; il catalogo non recava indicazioni di fabbrica, così fu una vera rivelazione, all'apertura del pacco, scoprire che si trattava di un esemplare unico al mondo , realizzato nel 1930 da un artigiano per un amatore uruguagio. Del quadro di Rembrandt avevamo già avuto un'esperienza da cinquemila: la diversità fu tale da farci giurare reciprocamente che mai avremmo lasciato alcunchè di intentato pur di concederci ancora un simile piacere.
Fu così che ebbe inizio la nostra rovina economica. Divenimmo intrinseci di fotografi d'arte, stampatori e fustellatori, cui commissionammo ogni nostro antico sogno: la Cisterna di Sironi in diciottomila pezzi, il particolare della targa di un cavallo di Fattori in ventimila, una china acquerellata di Kubin in venticinquemila, un Velàzquez e un de La Tour in trentamila, il Giudizio Finale di Roger Van der Weyden in quarantamila, la Pietà di Duccio da Buoninsegna in cinquantottomila, una livida alba di Turner in settantaduemila. E come quelle montagne di pezzettini non erano mai abbastanza alte, così non c'era tavolo che offrisse una base sufficiente. Già diecimila pezzi erano considerevoli problemi di spazio: superare tale soglia significava dover ricorrere a piani sospesi e paranchi mobili, oppure lavorare direttamente per terra, oppure ancora, quando nemmeno il pavimento è capace, accettare di ripartire il puzzle in settori da eseguire separatamente in più stanze o in più tempi. Allora, percorrendo stretti camminamenti fra i mosaici e le tessere sparse, ci aggiravamo dentro la casa come posatori bizantini, in volumi perpetuamente invasi dalla sospensione del pulviscolo di cartone che ogni puzzle lascia in residuo; ho il sospetto, anzi la certezza, che quell'aereo plancton non facesse bene alla nostra salute: ma noi lo si attraversava a cuor leggero, e quando i raggi del sole lo illuminavano ci sembrava una... una chiamata.
La nostra ansia di perfezione non conosceva limite. Se già da molti anni avevamo preso l'abitudine di rinunziare a guardare l'immagine di riferimento (tanto da arrossire all'idea che c'era stata un'età precedente in cui avevamo indulto a quella pratica volgare), e se in concomitanza della penuria dei dodicimila eravamo talvolta ricorsi all'espediente di mescolare insieme i pezzi di due identici puzzle da seimila (che poi identici non essendo per via dell'irripetibilità di ogni trafilatura non consentivano l'intercambiabilità dei pezzi, moltiplicando al contrario, per necessità sceverativa, i fronti ambigui del cimento), ora mia madre ed io ci inoltrammo nell'esplorazione di più fantastiche vie. Ordinammo quattro puzzle da venticinquemila raffiguranti ciascuno una diversa Madonna del Giambellino: discioltili in un unico serbatoio, conoscemmo l'ebrezza di assegnare tutti quei blu ai quattro simillimi ma differenti panneggi. Decidemmo di realizzare un puzzle a scacchiera, mettendo un pezzo sì e uno no in modo che si toccassero solo con gli spigoli: saggiato con un Sebastiano del Piombo da ventimila, il metodo fu perfezionato con un Gauguin da trentottomila, nella quale occasione eseguimmo anche una seconda scacchiera, complementare e negativa della prima. Ci spingemmo in questa direzione fino a stabilire di disporre i pezzi secondo una complessa successione algoritmica: ma di questo esperimento, di cui per altro fu oggetto un semplice Seurat da diecimila, non serbo un ricordo significativo. E naturalmente, eseguivamo puzzle capovolti, di ogni dimensione e pezzatura; per elevare alla sua potenza tale difficoltà, facemmo fustellare cartoni grigi su entrambi i lati con politura e patinatura double-face. Nell'impossibiltà di aumentare a dismisura il numero dei pezzi ci aveva preso come una mania sottrattiva: abolita l'immagine, fu giocoforza pervenire alla completa abolizione della dimensione visiva, risultato che ottenemmo operando al buio per mera sensibiltà digitale; su questa strada, tuttavia, ed è cosa che non posso rivelare senza una certa pena, mia madre non fu in grado di seguirmi fino in fondo. Dal canto mio, giunsi invece a lavorare con un paio di guanti per mortificare la virtù dei polpastrelli.
Fra un puzzle e l'altro solevamo svagarci con esercizi mnemonici, il più elementare dei quali consisteva in questo: prelevato un pezzo da una delle centinaia di scatole, uno di noi invitava l'altro a riconoscerne la provenienza; la risposta andava articolata come segue: "Paul Cèzanne, Paesaggio normanno, olio su tela, 1891, kunstmuseum di Berlino, trentamila unità, frammento di tronco di quercia"; "Simone Martini, La maestà, affresco, 1315 circa, Palazzo Pubblico di Siena, quarantamila unità, frammento di aureola dell'Arcangelo Gabriele".
Adesso si è fatto veramente tardi. Potrei raccontare ancora tante cose, ma non ne ho la voglia nè il tempo: vi dico che è tardi.

Di tanta memoria, di tutta la mia memoria, scelgo di portarmi nel nulla quel cortese fruscìo, le screpolature nell'oro delle tavole medioevali, la misteriosa dolcezza di certi verdini.

mercoledì 22 ottobre 2008

Cien historias de mujer


Stavo leggendo El Paìs per esercitarmi con lo spagnolo ed ho trovato un reportage di Pilar Alvarez molto carino intitolato Cien historias de mujer...Parla dell'esposizione fotografica Mujers en Plural che verrà inaugurata oggi.

Cento fotografie di cinquantotto autori, dei quali diciannove sono donne: Man Ray, Henri Cartier-Bresson, Michel Comte, Robert Doisneau, Robert Frank, Madame D'Ora...Riuniti in un'unica sala, senza un ordine cronologico, per rivendicare la storia e lo sviluppo "del femminile e del femminismo, la grande rivouzione vissuta nel ventesimo secolo senza provocare un solo morto".

Belle, enigmatiche, eleganti, seduttrici, prudenti, famose, speranzose, provocatrici o tutto il contrario...Nelle sue fotografie Medias remendadas (1934) - Calze rammendate la nordamericana Dorotea Lange ha ritratto la Depressione statunitense degli anni '30 ed "attraverso delle gambe mostra l'eleganza della povertà" per come la vede la collezionista e critica d'arte Lola Garrido.
Un'altra foto di Milton Greene dell'attrice Marlene dietrich la ritrae provocante mentre controlla le sue calze...Lui è un fotografo della moda degli anni '50 diventato famoso grazie ai suoi ritratti di Merilyn Monroe, che appare nella sua versione più glamour ma anche nel suo volto più fragile in tre foto di tre autori distinti.
Altre protagoniste della mostra non sono state mai famose, come la donna di Retrato de una dama (Edward Steichen, 1908), che ritrae una signora con un cappello di piume.
Alcune sono audaci ma solo una appare svestita in Desnudo frente a la ventana (Bill Brandt, 1953): "io sono una donna ed un nudo di un'altra donna mi sembra un qualcosa di ovvio", dice la Garrido in proposito...
L'ultima sala è riservata a piccoli e vecchi ritratti familiari Anónimos mínimos, recuperati nei mercatini d'antiquariato, qui ognuno potrà inventare la storia del ritratto.

Se siete interessati alcune foto esposte nella mostra si trovano qui.
La foto che ho scelto per il post è della fotografa messicana Graciela Iturbide.

Torno a studiare anche se la bella giornata che c'è fuori è alquanto invitante...
Lascerò che se la goda Lillo, il mio gatto, che è lì sul terrazzo a rotolarsi al sole.
Un abbraccio a tutti!

p.s. colgo l'occasione per fare i miei auguri a Michele che ha appena preso un bel trenta con lode al suo primo esame di specialistica...Niente male come inizio eh! ;D

martedì 8 luglio 2008

...


giovedì 20 marzo 2008

Gomorra Tour



Video realizzato da Pietro Verzina (mio amico/ex coinquilino) ...Grande!

martedì 29 gennaio 2008

Sclerando...


Buondì...
Manca poco all'esame, il nervosismo e l'ansia salgono lentamente, com'è normale che sia. Mi aspettano giorni del tipo :
sveglia, caffè, studio, pranzo, caffè, studio, cena, studio?...letto, fortunatamente con qualche pausa telefonica con il mio adorato Michele, anche lui sommerso dal lavoro.
Che prospettiva...Ci saranno sicuramente periodi migliori!
Buon lavoro a tutti...

lunedì 28 gennaio 2008

Omaggio a Keith Haring


"Mi è sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi.L'arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare"

giovedì 10 gennaio 2008

Come le Viole...


Le vacanze, anche un pò prolungate, sono finite.
Si sono concluse con una bella mostra, con catalogo in regalo, ed una bella serata a taralli e vino...
Le abbuffate che mi aspettavo alla fine si sono ridotte al Natale, sfortuna ha voluto che il primo giorno dell'anno avessi la febbre, anche abbastanza alta. E' stato comunque un accogliente e tenero Capodanno...Meglio di quanto potessi aspettarmi!
Ho avuto anche il piacere di rincontrare una cara amica per caso, in un negozietto, il destino non smette mai di stupire!
Ieri, altra sorpresa, ho rivisto quel simpaticone di Pasquale e la mia fedele compagna di lunghe passeggiate estive in bicicletta, Sascya.
Maria Assunta è tornata a Pisa.
Le vere amicizie non si dimenticano.
Per il resto tutto scorre.
Mio fratello mi fa impazzire, di tanto in tanto, anche se gli voglio sempre tanto bene.
Ho ricominciato a studiare per i prossimi esami e ripreso la solita routine.

Michele è tornato nella sua Siena.

Vi lascio con un paio di versi della canzone di un certo Peppino Gagliardi-Sanremo 1972 che ho conosciuto grazie all'interpretazione di Giuliano Palma:

"...Come le viole anche tu ritornerai La primavera con te riporterai..."

Un affettuoso saluto a tutti!

giovedì 15 novembre 2007

giovedì 13 settembre 2007

Dopo Mezzanotte

Dopo Mezzanotte un film che mi è piaciuto davvero molto nella scelta della trama,dell'ambientazione e del cast(Giorgio Pasotti, Francesca Inaudi, Fabio Troiano, Francesca Picozza), e che ho avuto il piacere di vedere solo quest'anno...mi ha fatto venire una voglia pazza di visitare il Museo Nazionale del Cinema di Torino...speriamo presto.

La foto rappresenta Francesca Inaudi nella Mole Antonelliana,che ospita il Museo,sulla quale vi è l'installazione "Il volo dei numeri" di Mario Merz rappresentante la successione di Fibonacci.

venerdì 24 agosto 2007

martedì 14 agosto 2007

Tempo...

"Laggiù in fondo sta la morte, ma niente paura. Afferra l’orologio con una mano, prendi con due dita la rotellina della corda, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo, gli alberi dispiegano le loro foglie, le barche corrono le loro regate, il tempo come un ventaglio si sta empiendo di se stesso, e da esso sgorgano l’aria, le brezze della terra, l’ombra di una donna, il profumo del pane.Che vuoi di più, che vuoi di più? legalo presto al tuo polso, lascialo battere libero, fa di tutto per imitarlo. La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell’orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini.E laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo ed arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza."

Julio Cortàzar “Storie di cronopios e di famas”- istruzioni per caricare l'orologio

sabato 11 agosto 2007

Sand Art

martedì 7 agosto 2007

Mental exercises

martedì 24 luglio 2007

giovedì 12 luglio 2007


venerdì 6 luglio 2007

venerdì 22 giugno 2007

Jannis Kounellis


...si sviluppa e si articola il linguaggio dell'artista, come rinato dalle ceneri del nulla, da un'originaria lallazione, con implicazioni minime, essenziali. Gli uccelli aleggiano lievi su questa res publica della creatività, come messaggeri di libertà. Il fuoco, simbolo di processualità, di trasformazione e di rigenerazione compare nella Margherita di fuoco come un eliotropo "rovesciato", generatore di energia, evanescente nella sua natura ossidrica, contrapposta alla "pesantezza" della bombola a cannella...

martedì 19 giugno 2007

Due Amanti Felici



Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell'erba,
lascian camminando due ombre che s'unisco,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.
Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s'uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E' la felicità una torre trasparente.
L'aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.
Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l'eternità della natura.


Pablo Neruda